George Weah è un campione. Ma di autogol

di Pietro Veronese («Il Venerdì di Repubblica», 26 ottobre 2018)

I media hanno poca memoria e ancor meno pazienza. Nove mesi fa, il 22 gennaio, George Weah diventò presidente della Liberia. Nel mondo intero si raccontò la favola bella del campione di calcio figlio di povera gente, primo e unico titolare di passaporto africano a essere insignito del Pallone d’Oro, nel 1995, eletto infine a 51 anni Capo dello Stato.LIBERIA-POLITICS-VOTEPoi è calato il silenzio, per non dire l’oblio. La favola, in effetti, è finita lì. Il primo anno della presidenza Weah assomiglia piuttosto a un incubo. Lo racconta il giornalista Enrico Casale sul sito della sempre interessante rivista Africa (www.africarivista.it). Nessuna delle promesse con le quali l’ex asso del pallone aveva ottenuto i voti dei suoi compatrioti è stata mantenuta. Le infrastrutture, gli ospedali, le scuole liberiane sono rimaste quelle che erano: un disastro, in uno dei Paesi più poveri e corrotti del mondo. Weah si è anche rimangiato l’impegno di portare alla sbarra i responsabili delle guerre civili che devastarono la Liberia dal 1989 al 2003. Né progresso, né giustizia. Ai giornalisti che gli hanno rinfacciato le promesse mancate il presidente ha risposto con il pugno di ferro, dimostrando una inquietante inclinazione autoritaria. Da ultimo, il mese scorso, lo scandalo del carico di banconote liberiane scomparso appena arrivato nel porto di Monrovia: nuove di zecca, stampate all’estero, valore totale oltre 88 milioni di euro, una cifra da capogiro in Liberia. Weah ha accusato la presidente che lo ha preceduto, Ellen Johnson Sirleaf. Ma i documenti, pubblicati dai giornali, mostrano che il carico è stato sdoganato in febbraio, quando il presidente era lui.