I momenti più leggendari di Woodstock, cinquant’anni dopo

di Giacomo Stefanini (vice.com, 14 agosto 2019)

Non tutti sanno che, negli anni Cinquanta, i giovani non esistevano. C’erano solo i bambini e gli adulti. Fu il rock’n’roll, a fine decennio, a dare il via alla categoria dei giovani nell’Occidente ricco: una fascia di popolazione che avrebbe consumato una cultura nuova, che metteva tematiche adulte come il sesso, la musica e la poesia nella situazione non-adulta della festa, del gesto avventato del ballo.Hendrix-WoodstockPrima del rock’n’roll, l’universo di una persona maggiorenne aveva due orizzonti: il lavoro e la famiglia. Il rock’n’roll aggiunse al cocktail sociale il terzo elemento: né bambini né adulti, i giovani erano la perfetta macchina consumatrice perché avevano i soldi ma non avevano famiglie o responsabilità a cui pensare. Potevano spenderli in cose per sé.

Quello che non ci si sarebbe aspettati, vedendo i giovani timidamente agitarsi nelle balere come puledri appena nati, era che pochi anni dopo quella dei giovani statunitensi sarebbe diventata una vera e propria cultura. Il cocktail di Guerra Fredda, lotta per i diritti civili degli afroamericani, poesia beat, rock’n’roll e diffusione delle droghe spinte dal vento del proibizionismo, diventa esplosivo. Dalla nuvola di polvere, come un Pig Pen dallo sguardo spiritato, escono gli hippie. Ora noi non sappiamo più com’è che ci si sente quando si ha una speranza nel futuro, perché tanto per cominciare il cazzo di pianeta sta andando a fuoco, poi non sappiamo bene chi abbia il potere su questa Terra ma sappiamo per certo che ci odia e da quando esistono i social network abbiamo scoperto che è pieno di stronzi dappertutto. A differenza nostra, la generazione hippie ha ben chiaro chi è il nemico e come combatterlo. I nati nel boom post Seconda Guerra Mondiale hanno il tempo e l’humus politico-culturale giusto per creare una grande controcultura, che terrà banco nella seconda metà degli anni Sessanta e lentamente scomparirà nella prima metà dei Settanta. Il suo punto più alto e rappresentativo, allo stesso tempo Zenith della cultura e coacervo dei più banali stereotipi? Ma Woodstock, naturalmente. Il festival di “pace e musica” che si è svolto esattamente cinquant’anni fa in un terreno di campagna a Bethel, Stato di New York.

Nei giorni tra il 15 e il 18 agosto 1969, infatti, si è tenuta la più leggendaria tre giorni di musica di tutti i tempi. Sul palco, nel mezzo di un terreno di quasi 2.500 metri quadri, sono salite trentadue band. A causa della pioggia e di vari problemi organizzativi, i concerti che dovevano concludersi la domenica sera sono andati avanti fino al lunedì a mezzogiorno, quando Jimi Hendrix ha chiuso la manifestazione scendendo dal palco e svenendo dalla stanchezza. Gli organizzatori (i due promoter Michael Lang e Artie Kornfeld con i finanziatori Joel Rosman e John P. Rosman) si aspettavano circa cinquantamila persone; ne arrivarono quattrocentomila. Le strade erano così intasate che per far raggiungere ai musicisti l’area del festival toccò noleggiare degli elicotteri. Le contee vicine dichiararono lo stato di emergenza e nella popolazione della campagna circostante scattò la psicosi anti-hippie. Eppure, nonostante i problemi, il fango, le lamentele dei musicisti che non si poterono esibire all’orario prestabilito, Woodstock è rimasto nella Storia come l’ultimo vero momento di pace e armonia all’interno del movimento hippie. Il fuoco della sua leggenda è stato alimentato anche dal mitico film dell’evento, che va visto almeno una volta nella vita ed è su Amazon Prime.

Woodstock è stato l’ultima volta che i giovani hanno pensato di poter cambiare qualcosa con la musica, la cultura e l’amore. Presto, il caso Manson (agosto 1969), la strage di Altamont (dicembre 1969) e la sparatoria all’Università di Kent State (maggio 1970) pianteranno i primi chiodi nella tomba del movimento hippie. Per festeggiare il cinquantesimo compleanno del festival e dimenticarci della terribile debacle di Woodstock50 (una specie di nuovo Fyre Festival per pensionati) abbiamo deciso di raccogliere cinque momenti tra i più storici e rappresentativi dell’Aquarium Rock Festival, Tre giorni di pace e musica. Insomma, Woodstock.

Country Joe McDonald che prende metaforicamente a calci gli hippie

Era l’una di sabato pomeriggio e i concerti erano già slittati drammaticamente. A un certo punto sarebbe stata ora di far suonare Carlos Santana e la sua band, ma leggenda vuole che fossero tutti incapacitati dall’Lsd, così per prendere tempo fu messo sul palco Country Joe McDonald, che aveva già in programma un concerto con la sua band The Fish il giorno dopo, ma accettò di suonare un po’ di canzoni in acustico mentre quei fricchettoni tentavano di riprendere contatto con la realtà. Il suo set pomeridiano si chiuse con il leggendario inno anti-guerra I-feel-like-i’m-fixin’-to-die rag, ma il numerosissimo pubblico di Woodstock, probabilmente esausto, seguiva la performance da seduto o sdraiato sul prato. Country Joe non la mandò giù; dopo aver fatto gridare “FUCK” a tutti e quattrocentomila i giovani partecipanti per avere la loro attenzione, ricominciò la canzone e li esortò dicendo: “Sentite, non so come vi aspettate di riuscire a fermare la guerra se non riuscite nemmeno a cantare più forte di così, siete in trecentomila stronzi qua, voglio sentirvi cantare!”. Funzionò, a parte la cosa di fermare la guerra.

Janis Joplin che canta via i suoi demoni

Ad agosto ’69 Janis Joplin aveva appena finito di registrare il suo primo album dopo aver lasciato Big Brother and the Holding Company, I got dem ol’ kozmic blues again mama!, e stava affrontando un brutto periodo a causa della sua dipendenza da eroina e alcol. Avrebbe dovuto suonare nel pomeriggio di sabato 16 agosto, ma a causa di tutti i vari ritardi e problemi organizzativi la sua performance si spostò in avanti di circa dieci ore e quando salì sul palco, intorno alle 2 di notte, Janis faticava a reggersi in piedi e la sua voce era roca e impastata. Una volta preso in mano il microfono, però, la magia di Woodstock trasformò la sua performance in una delle più sentite e devastanti di sempre, culminata in Piece of my heart seguita da Ball & chain come bis che, come si vede nei filmati del concerto, ebbe un finale a cappella da brividi.

Il batterista di Santana

Dicevamo che Santana e la sua band avevano dovuto posticipare l’esibizione per ripigliarsi dal trip. Ai tempi erano una band relativamente sconosciuta da quelle parti, famosi solo a livello locale nella zona di San Francisco, e quando salirono sul palco fattissimi, carichi di percussioni e con un batterista che sembrava in ritardo per la scuola, dovevano essere davvero una strana visione. Carlos Santana dichiarò poi di essere stato talmente fatto durante questo concerto che credeva che la sua chitarra si fosse trasformata in un serpente, e del resto a chi non è successo? Nonostante questo, il loro concerto fu a dir poco devastante. Super energico, coniugava la psichedelia di Hendrix con i ritmi afro-caraibici, dilatando tutto in jam senza fine. Il momento più incredibile fu Soul sacrifice, come testimonia il film, durante la quale il giovanissimo batterista Michael Shrieve si lanciò in un assolo di batteria di due minuti e mezzo che a differenza di quasi tutti gli altri assoli di batteria della Storia è divertentissimo, psichedelico e lascia a bocca aperta chiunque.

Sly & The Family Stone

Sly & The Family Stone erano un po’ un’anomalia all’interno del festival, perché erano l’unica band a staccarsi così nettamente dagli stili di folk e rock predominanti, e portarono il loro nerissimo soul-funk davanti a un pubblico di hippie abituati a roba decisamente meno energica. Nel 1969 era uscito Stand!, il loro album di maggior successo, e Sly e famiglia erano al top della forma. Si esibirono intorno alle 4 del mattino, e non ci fu più verso di dormire (anche perché dopo di loro in scaletta c’erano gli Who, ma questa è un’altra storia). La loro performance è dai più considerata la migliore di tutti e tre i giorni: la band era una cascata di suono, con tantissimi elementi di ogni razza e genere, vestiti in maniera ancora più eccentrica del resto degli artisti, con un’energia del tutto nuova. Assistere a I want to take you higher, con Sly nei panni di un Elvis Presley spaziale dal pianeta Black Panther, deve aver cambiato la vita a qualche migliaio di presenti.

Star spangled banner di Jimi Hendrix

C’è un’intervista di Jimi Hendrix al Dick Cavett Show, che era un po’ il David Letterman dei tempi, risalente a settembre del 1969, quindi meno di un mese dopo Woodstock, in cui il presentatore gli chiede del suo “inno americano suonato in modo poco ortodosso”. Hendrix lo interrompe: “Hey, a me non sembrava poco ortodosso. A me è parso bello, tutto qui. Sono americano e ho suonato l’inno americano, ce lo facevano cantare a scuola, quindi è stato un ritorno all’infanzia”. A Woodstock, l’inno americano è diventato un pilastro della protesta pacifista: la chitarra distorta di Hendrix romba come un caccia, fischia come un missile ed esplode come una bomba. Non c’è rappresentazione migliore del movimento hippie: libero e idealista, ma divorato dal sistema. Nemmeno cinque anni dopo, il movimento hippie, che avrebbe dovuto fermare la guerra e portare l’amore nel mondo, era soltanto una moda come un’altra. Ma Woodstock resterà per sempre un esempio di come sarebbe potuta andare.

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