Oggi si vota in Sri Lanka

(ilpost.it, 16 novembre 2019)

Alle elezioni presidenziali che si terranno sabato 16 novembre in Sri Lanka, una popolata isola nell’Oceano Indiano, partecipano 35 candidati. Ma la vera sfida riguarda soltanto i due favoriti e le loro visioni completamente differenti sul futuro del Paese, da anni in bilico tra autoritarismo, repressione, disordini religiosi e guerra civile.

Ph. Dinuka Liyanawatte / Reuters

Ph. Dinuka Liyanawatte / Reuters

Uno dei due è Sajith Premadasa, ministro dell’attuale governo e capo del principale partito di maggioranza. Premadasa promette di proseguire l’opera riformatrice e di riconciliazione nazionale del governo uscente, e di attuare riforme per combattere la corruzione e aiutare i più poveri. Tra i suoi sostenitori ci sono moltissimi membri della minoranza Tamil, oltre a musulmani e induisti, a lungo perseguitati dalla maggioranza singalese di religione buddista.

Il principale avversario di Premadasa e favorito al voto di oggi è Gotabaya Rajapaksa, fratello di Mahinda Rajapaksa, il presidente autoritario che governò il Paese tra 2005 e 2015. La campagna elettorale di Gotabaya si è basata soprattutto sui richiami al nazionalismo singalese e sulla promessa di fornire maggiore sicurezza ai cittadini, un argomento particolarmente sentito dopo gli attentati dello scorso aprile, in cui un gruppo di estremisti musulmani uccise 259 persone. Ma la sicurezza per i singalesi è una promessa che suona minacciosa per molti appartenenti alle minoranze e non sono pochi i membri della comunità musulmana che temono che una vittoria di Rajapaksa possa portare a un aumento delle violenze e delle discriminazioni nei loro confronti.

I Rajapaksa sono una delle dinastie politiche più importanti dello Sri Lanka, centrata intorno a sette fratelli che hanno tutti avuto ruoli politici o amministrativi. Mahinda è stato il più famoso e autorevole. Fu lui a guidare il Paese negli ultimi e sanguinosi anni di guerra civile contro la minoranza Tamil e il movimento delle Tigri Tamil, responsabile di decine di attacchi terroristici. Mahinda ha anche portato avanti una serie di riforme che avevano gradualmente trasformato lo Sri Lanka in un Paese autoritario, con la fine dell’indipendenza del potere giudiziario e l’occupazione sistematica di tutti i posti nel governo e nella burocrazia (un fenomeno che nel Paese ha preso il nome di “presidenza esecutiva”). Nel 2015 Mahinda Rajapaksa perse a sorpresa le elezioni e il suo rivale, Maithripala Sirisena, aveva iniziato a indebolire la “presidenza esecutiva”. Tra le altre cose Sirisena ha fatto approvare una legge che impedisce di svolgere più di due mandati e così Mahinda ha dovuto rinunciare alla candidatura a presidente (è però il candidato ufficiale alla carica di primo ministro).

Negli scorsi mesi vari fratelli Rajapaksa hanno ipotizzato una loro possibile candidatura, ma alla fine la scelta è ricaduta su Gotabaya, ex ministro della Difesa negli ultimi anni della guerra civile e accusato per questo di violazioni e abusi dei diritti umani. Nella famiglia Rajapaksa, Gotabaya è probabilmente la figura più controversa. In giro per il mondo ci sono diverse cause pendenti nei suoi confronti, due soltanto negli Stati Uniti, intentate dai parenti delle vittime della repressione governativa. Ma Gotabaya è finito in mezzo anche a vicende di frode e corruzione e di recente è stato al centro di uno scandalo nazionale quando si è scoperto che questa primavera aveva mentito sulla rinuncia alla sua doppia cittadinanza americana. In molti sono preoccupati dalla sua vicinanza alle organizzazioni militanti buddiste, responsabili di numerosi attacchi contro i musulmani dopo gli attentati di quest’anno, e temono che il suo ritorno al potere coinciderà con un ritorno dell’autoritarismo nel Paese. Gotabaya è comunque considerato il favorito. Alle elezioni amministrative dello scorso anno, l’alleanza che sostiene la famiglia ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti e molti temono che i recenti scandali non saranno sufficienti a fermarli.

Il problema principale dei loro avversari è che gli ultimi quattro anni di governo sono stati particolarmente difficili e complicati. Alle elezioni parlamentari che seguirono la vittoria a sorpresa di Sirisena alle presidenziali del 2015, l’opposizione non riuscì a ottenere la maggioranza e per formare un governo Sirisena fu costretto a stringere un accordo con una fazione parlamentare alleata dei Rajapaksa. Il risultato di questo compromesso è stata un’opera di governo spesso incompleta e tentennante. La “presidenza esecutiva” è stata smantellata soltanto in parte. Il processo di riconciliazione nazionale, che prevedeva l’istituzione di tribunali per i crimini di guerra e compensazioni per le vittime di espropri e violenze durante la guerra civile, è iniziato a rilento e poi si è arrestato. Musulmani e indù spesso non si sono sentiti protetti da un governo che, l’anno scorso, ha peggiorato ulteriormente la situazione, infilandosi in uno scontro costituzionale tra il presidente Sirisena e il suo primo ministro.

Il candidato presidente dell’attuale maggioranza parlamentare, Sajith Premadasa, è rimasto solo relativamente indenne da questo scontro, grazie alla sua posizione defilata di ministro per la Casa e gli Affari culturali. Ma lo stigma di appartenere a una coalizione litigiosa e la cui incapacità ha aiutato i terroristi a colpire il Paese ha finito con il macchiare tutti i membri dell’attuale maggioranza, contribuendo al loro pessimo risultato elettorale alle amministrative del 2018. Come Rajapaksa, anche Premadasa fa parte di un’importante dinastia politica singalese. È figlio di Ranasinghe Premadasa, primo ministro e poi presidente populista e autoritario dello Sri Lanka fino al suo assassinio nel 1993 da parte di un terrorista delle Tigri Tamil.

La famiglia Premadasa proviene da una casta inferiore (il 90 per cento degli abitanti dello Sri Lanka, indipendentemente dalla religione, riconosce una qualche importanza alla suddivisione castale) e tanto Sajith quanto suo padre hanno usato questo tema nelle loro campagne elettorali, presentandosi come membri del “popolo” in lotta contro un’élite corrotta (a differenza di molti membri della classe politica singalese, nessuno dei due è stato coinvolto in scandali di corruzione). Come ministro per la Casa, Premadasa ha ottenuto una certa notorietà realizzando alloggi popolari, e ha costruito la sua campagna attorno alle questioni economiche e al miglioramento delle condizioni di vita dei membri più poveri della società. Chiunque vincerà avrà bisogno di una maggioranza parlamentare per poter formare un governo, un obiettivo che non sembra facile da raggiungere. Le elezioni parlamentari sono fissate per la primavera del 2020.

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