Perché sono scomparsi gli statisti?

di Giorgio Merlo (huffingtonpost.it, 2 marzo 2020)

Le grandi emergenze nazionali del passato, tutte diverse le une dalle altre purtroppo, sono sempre state affrontate dalla politica anche attraverso le sue personalità. Quelle personalità che venivano comunemente definiti come statisti. O grandi e riconosciuti leader. Categorie che oggi sono semplicemente scomparse. Al massimo oggi ci sono i “capi”. In alcuni casi i “guru”.

Ph. Stevica Mrdja / EyeEm via Getty Images

Ph. Stevica Mrdja / EyeEm via Getty Images

Ora, è del tutto evidente che una politica senza statisti o senza leader ha una grande difficoltà nel guidare i processi politici, affrontare di petto le grandi difficoltà – per non parlare delle emergenze – e, soprattutto, dare fiducia alla pubblica opinione quando si devono fare delle scelte concrete e il più delle volte impopolari.

Ormai si ha l’opinione, per non dire la certezza, che il tutto è solo e soltanto finalizzato al consenso, cioè al sondaggio del giorno dopo. Ogni scelta, ogni soluzione, ogni decisione sono il frutto e la conseguenza di ottenere qualche decimale in più. E questo deriva dal fatto che proprio quella scelta e quella decisione sono facilmente smentibili il giorno dopo. Come se nulla fosse. Del resto, le stagioni politiche ispirate e dominate dal trasformismo hanno questa cifra. E cioè la non credibilità di ciò che si dice. Perché il giorno dopo si può tranquillamente smentire ciò che si è detto il giorno prima. E che riflette in modo persino scolastico ciò che avviene nell’attuale dialettica politica italiana.

Ma, al di là e al di fuori delle vicende personali, quello che conta rilevare è che la stagione dei leader – su quella degli statisti le speranze sono sempre più esigue – potrà nuovamente ritornare solo se cessa quel clima antipolitico, antiparlamentare e antipartito che ha dominato incontrastato in questi anni in molti settori della politica italiana e in quasi tutti i settori dell’informazione. Il tutto è coinciso con la vittoria schiacciante di quei partiti e movimenti che rappresentano la sintesi più efficace e più plastica di questa cultura antipolitica, antiparlamentare e antipartito. Lo abbiamo potuto sperimentare migliaia di volte e in svariate occasioni, in questi anni. A livello pubblico come a livello privato, e continuiamo ad ascoltarlo tuttora.

Certo, la recente e pare progressiva e irreversibile crisi elettorale di quei partiti può contribuire a invertire questa rotta e gettare le premesse per il ritorno di una stagione politica dove le culture politiche, i leader e forse anche gli statisti potranno nuovamente far breccia nella cittadella politica italiana. Nulla è certo però, come ovvio. Anche perché la mala pianta dell’antipolitica è ormai fortemente radicata nel nostro tessuto culturale e sociale e sarà molto difficile cancellarla o attenuarla. Tuttavia occorre attrezzarsi e lavorare per centrare questo obiettivo perché sono proprio i momenti di maggior difficoltà – o di grande emergenza nazionale – che richiedono la presenza di uomini e donne che possano essere punti di riferimento morale, politico ed istituzionale per tutti i cittadini. A prescindere dalle loro convinzioni politiche e dalle appartenenze culturali. E questo perché la politica italiana continua ad aver bisogno di leader e soprattutto di statisti. Con la speranza di non avere solo capi e guru.

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