A casa di Aviv, rockstar pacifista. «Io, nipote di Moshe Dayan voglio liberare Israele dalla paura»

Sul palco con Rabin la sera dell’assassinio. «Sto con Lapid, sfida a Netanyahu»

di Davide Frattini («Corriere della Sera», 4 febbraio 2017)

Il simbolo pacifista al posto del nome sul citofono è una provocazione in questo sobborgo elegante dove dagli anni Cinquanta abitano gli ufficiali dell’esercito. Tra le villette un po’ ammuffite di Tzahala, in onore delle forze armate israeliane, si sono infiltrati i cubi ipermoderni costruiti per altri capitani: dell’industria tecnologica e di popolo, come la rockstar Aviv Geffen che la divisa non l’ha mai indossata.AvivGeffenNipote di Moshe Dayan, il generale donnaiolo tra i padri fondatori della nazione, e imparentato con un ex presidente (Ezer Weizman), è figlio del poeta Yeonathan e fratello della regista Shira, moglie dello scrittore Etgar Keret. Sa di essere parte dell’aristocrazia in una nazione giovane che non elargisce titoli nobiliari: «Siamo come i Kennedy per l’America, anche nella nostra famiglia invece del sangue blu scorrono l’alcol e la cocaina», dice mentre accende un’altra sigaretta. Da bambino trascorreva i pomeriggi a guardare le mani dello zio che trasformavano i frammenti di terracotta in tesori archeologici, un pezzo da aggiungere alla collezione dell’ex ministro della Difesa: «Un uomo fantastico, siamo molto diversi. Lui era macho, io sono gentile. Lui ha conquistato la parte araba di Gerusalemme, io voglio darla ai palestinesi». «Per sempre amico mio / Ti vedrò alla fine / Siamo i più legati dei fratelli / Sto per piangere per te». La sera del 4 novembre 1995 è stato l’ultimo a cantare sul palco prima del discorso di Yizthak Rabin, l’ultimo ad abbracciare il primo ministro che poco dopo sarebbe stato ammazzato dall’estremista di destra Yigal Amir. Livkot Lecha (Piangere per te) è dedicata al migliore amico morto in un incidente d’auto a 18 anni, sarebbe diventata l’inno funebre per la generazione delle candele, i ragazzi abbracciati nella piazza di Tel Aviv a piangere il leader politico e la fine della speranza. «Adesso la parola pace è stata cancellata, il premier Benjamin Netanyahu l’ha sostituita con “paura”, ha diffuso nel Paese la sua paranoia. Se ne deve andare». Oltre la siepe vive Isaac Herzog che guida il partito laburista e l’opposizione. Vista da casa Geffen l’erba del vicino non è più verde: «Herzog è troppo debole, non è in grado di battere Netanyahu». Così il cantore della sinistra radicale sceglie il centro rassicurante impersonato da Yair Lapid, l’ex conduttore televisivo in testa nei sondaggi di queste settimane: «È carismatico, pragmatico, non è un fanatico. Non posso restare sempre a sinistra e perdere sempre le elezioni», spiega il cantante che ha un album in uscita per l’Europa (Blackfield V), un altro tassello musicale del progetto iniziato nel 2001 con il britannico Steven Wilson, fondatore dei Porcupine Tree. È sorpreso dalla popolarità ancora più grande che gli è arrivata dalla televisione, giudice nella versione locale di The Voice: «Sfrutto quel microfono per discutere i problemi della nostra società, le disuguaglianze economiche, per sognare insieme la nuova Israele che vedo nel futuro. La gente ha scoperto che non sono pericoloso, l’artista maledetto non fa più paura, milioni di persone mi ascoltano e pensare al salto nella politica è inevitabile. Potrei essere un buon ministro dell’Educazione. Sono israeliano, ebreo: ci tengo a questo posto, anche se la destra mi accusa di essere un traditore». Una ventina d’anni fa è apparso in copertina per Yedioth Ahronoth, il giornale più letto, con la scritta nera sul petto nudo «è bello morire per sé stessi», il rifiuto pacifista delle parole di Joseph Trumpeldor, eroe nazionale ucciso in battaglia nel 1920, che avrebbe sospirato prima di soccombere: «Non importa, è bello morire per la patria». Il tempo passa, Aviv Geffen compie 44 anni a maggio, non si presenta più ai concerti in gonna e forse indosserebbe la divisa dell’esercito: «Sono contro l’occupazione, il nostro controllo sui palestinesi è ingiusto. Ma rispetto la legge: ho due figli maschi, quando avranno l’età — se sarà ancora necessario — andranno a militare».

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