Guerra, diritti civili e di genere: da che parte stanno gli Oscar?

Domenica notte i premi: quest’anno le scelte sono politiche

di Lorenzo Soria (lastampa.it, 18 febbraio 2015)

Los Angeles – Mancano quattro giorni al giorno degli Oscar, alla celebrazione, domenica notte, dell’edizione 87 degli Academy Awards. E tra i sempre più numerosi «Oscarologists» serpeggiano molti dubbi. Vincerà Boyhood, come tanti pensavano fino a poco fa, o a spuntarla sarà Birdman, la favola hollywoodiana di Alejandro González Iñárritu? E se Clint Eastwood a 84 anni sorprendesse ancora con American Sniper? Passando agli attori, Michael Keaton o Eddie Redmayne nella parte dell’astrofisico Stephen Hawking? O Bradley Cooper, il cecchino di Eastwood? E tra le attrici, la professoressa con l’Alzheimer di Still Alice (Julianne Moore) ha già in tasca l’Oscar? Ma in un’annata piena di dubbi e di suspense, una certezza c’è ed è che, nonostante gli sforzi dell’Academy di depoliticizzare la cerimonia, la politica avrà un ruolo determinante. Ancora una volta gli Oscar saranno uno specchio delle divisioni e delle tensioni della società americana. Come è possibile, si domandano in molti, che i venti attori candidati siano tutti bianchi? E che le otto produzioni in lizza per «Best film» siano tutte storie maschili? Uno dei film più discussi è American Sniper, nel quale qualcuno ha letto un messaggio contro la guerra, la storia di un soldato traumatizzato che muore tragicamente. Altri, un’apologia dell’America imperialista e guerrafondaia, Hollywood che torna a fare film patriottici. Altri ancora un bel film che però non esamina l’errore strategico e politico della guerra in Iraq. Insomma, oltre ad avere incassato più di 300 milioni, American Sniper ha polarizzato il Paese. E se i giurati dell’Academy sceglieranno un altro film, molti avranno la conferma che Hollywood è distante dalla «vera America». Lo stesso per Selma, il film su Martin Luther King. Alla vigilia tra i favoriti, ha avuto solo due nomination, miglior film e miglior canzone. Oltre alle associazioni che difendono i diritti degli afro-americani, hanno protestato anche i gruppi femministi, per l’esclusione di Ava DuVernay dalla competizione per la miglior regia. Hanno chiesto il boicottaggio dello show. E così, timorosa di perdere ascolti, l’Academy continua ad annunciare presentatori afro-americani, inclusi il protagonista di Selma David Oyelowo, Kerry Washington, Viola Davis, Chiwetel Ejiofor, Eddie Murphy e Kevin Hart. Un altro caso è The Imitation Game, storia del matematico Alan Turing che inventò la macchina per decifrare i codici nazisti durante la guerra e che ha avuto otto nomination. Non è bastato a evitare proteste contro la Weinstein Company, che ha prodotto il film, per aver minimizzato l’omosessualità del personaggio, dopo la guerra condannato per indecenza in quanto gay e morto suicida. Turing è stato «perdonato» solo nel 2013 dalla regina Elisabetta: agli occhi di varie organizzazioni per i diritti dei gay «troppo poco e troppo tardi». La politica ha fatto il suo ingresso anche nella categoria dei film stranieri, dove è favorito il russo Leviathan di Andrei Zvyagintsev, storia di un uomo e della sua famiglia schiacciati da un governo corrotto. In una scena c’è pure una foto di Vladimir Putin che osserva beffardo. Anche se ha finanziato il film, il ministro della cultura Vladimir Medinsky lo ha attaccato violentemente. Così, se l’Academy lo sceglierà sarà un ulteriore passo nell’escalation delle tensioni con la Russia. E se non lo farà, sarà un atto di codardia. Comunque, la politica che la Academy voleva disperatamente tener fuori dalla cerimonia avrà un ruolo da protagonista.

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