Abbé Pierre, il prete dei poveri e degli emarginati

di Susanna Schimperna (huffingtonpost.it, 5 agosto 2021)

Lo si poteva incontrare ovunque, l’Abbé Pierre. Tra i poveri di tutto il mondo, gli emarginati, i senzatetto, gli ultimi. Ma anche a colloquio con Einstein, Camus, Gide, con il re del Marocco Mohammed V e con il leader tunisino Bourghiba, con Eisenhower e con Indira Gandhi. Nel Duomo di Torino, impegnato in un digiuno di protesta contro le condizioni di prigionia degli accusati di terrorismo. A Sarajevo, durante l’assedio per cercare di fermare la guerra. Lo si poteva incontrare ovunque, e amare come difensore dei diritti umani o accusare come fiancheggiatore di gente pericolosa e razzista.

Ph. Gilles Bassignac / Gamma-Rapho via Getty Images

Proprio lui, che, leader della Resistenza, aveva aiutato tanti ebrei a fuggire, accompagnandoli spesso personalmente attraverso le Alpi o i Pirenei (ed è in questo periodo che assume lo pseudonimo di Abbé Pierre), sarà additato come antisemita per l’appoggio dato all’amico Roger Garaudy, accusato di negazionismo e condannato per le tesi revisioniste contenute in un libro. Proprio lui, cattolico, messaggero della pace e vicino al movimento nonviolento di Lanza del Vasto, verrà sospettato, per le sue posizioni contro le facili incarcerazioni di presunti terroristi o fiancheggiatori di brigatisti, di sostenere clandestinamente i terroristi rossi italiani, e di solidarizzare con l’Eta. Abbé Pierre: perché Henri Antoine Grouès – il suo vero nome – era davvero un prete. Nato il 5 agosto 1912 a Lione, fin da piccolo conosce la realtà dei poveri e dei poverissimi, non perché lui lo sia, ma perché suo padre fa volontariato (la barba gratis a chi non può pagarsi un barbiere, per esempio) e lo porta con sé. Comincia a lavorare per regalare i soldi ai bisognosi, e cerca di impratichirsi in varie attività manuali per poter riparare le case malmesse. La vocazione arriva, come un’illuminazione, durante una gita ad Assisi. Entra nell’ordine francescano dei frati minori cappuccini e rinuncia alla sua parte di eredità per distribuirla ai poveri. Ha problemi ai polmoni, infezioni continue. La vita monastica, con le rigide regole francescane, gli è impossibile, quindi diventa prima cappellano d’ospedale e poi si prende cura di un orfanotrofio.

Sottufficiale nella Seconda guerra mondiale, salva ebrei, polacchi, rifugiati politici. Tra gli altri, anche il fratello minore di Charles de Gaulle, ricercato dalla Gestapo. Imprigionato e rilasciato due volte, raggiunge le truppe di de Gaulle in Algeria, diventa un simbolo della Resistenza e come tale, a guerra terminata, viene insignito di onorificenze; nel 1945 decide si presentarsi alle elezioni, incoraggiato dallo stesso De Gaulle e con l’approvazione dell’arcivescovo di Parigi. Non si ferma più. Lotta contro le derive nazionalistiche, per i diritti umani, per il disarmo nucleare, per un disegno di legge che riconosca il diritto all’obiezione di coscienza. È per discutere di pacifismo e disarmo che incontra, a Princeton, Albert Einstein. Lascia il suo partito (Movimento Repubblicano Popolare) nel 1950, reo di non aver duramente condannato i fatti di Brest: la polizia ha sparato durante una manifestazione contro la guerra d’Indocina e la povertà, uccidendo un operaio. Lascerà anche l’Assemblea Nazionale dopo che il governo ha varato una nuova legge elettorale, che lui considera una legge truffa. La povertà. Per l’Abbé Pierre è questa la priorità. Utilizzando i metodi della non-violenza, quindi digiuni, disobbedienza civile, gesti eclatanti come quello d’incatenarsi ai cancelli di una chiesa di Parigi per solidarietà con i sans papiers, attira l’attenzione dei media e guadagna alla sua causa seguaci di tutti i generi che lo seguiranno quando creerà la prima base di Emmaüs, luogo di ritrovo per giovani che presto diventerà rifugio di diseredati di tutte le età, confessioni religiose, etnie. Le comunità di Emmaüs diventeranno tante, e produttive. Antesignani della decrescita, orripilati dalla società dello spreco, i “compagni di Emmaüs” andranno in giro casa per casa a raccogliere tutto quanto è destinato alle discariche, e lo ricicleranno o venderanno. Tutti partecipano, si sentono utili e vivi. Perché il messaggio dell’Abbé è che i deboli possono aiutare quelli ancora più deboli.

Per racimolare denaro, l’Abbé un giorno partecipa a un gioco a premi di Radio Luxembourg vincendo 256mila franchi. Tanto altro denaro, insieme a coperte, stufe, tende e cibo, arriverà in seguito a un appello drammatico e toccante che farà, sempre a Radio Luxembourg, l’11 febbraio 1954. L’inverno è terribile, una telefonata gli ha comunicato che una donna è morta assiderata di notte per la strada dopo essere stata sfrattata. «Amici, aiuto! Una donna è morta di freddo questa notte alle 3, sul marciapiede di Corso Sebastopoli… Ogni notte ci sono più di duemila poveri sui nostri marciapiedi che soffrono il freddo, muoiono senza cibo, senza pane, senza tetto…». Indirizza gli ascoltatori ai centri di soccorso che ha prontamente creato e la gente si mobilita come non mai, tanto che la stampa parla di “insurrezione della bontà”. Il ministro delle Telecomunicazioni, che aveva telefonato al direttore della radio appena sentito l’appello, per rimproverarlo, è costretto a fare dietrofront e mettersi platealmente a lodare la radio, il direttore, l’Abbé stesso. Chaplin dona due milioni di franchi, Coluche organizza un’iniziativa che frutta un milione e mezzo. Non solo: viene promulgata una legge che proibisce lo sfratto durante i mesi invernali. L’evento dà immenso slancio alle comunità Emmaüs, che si diramano in tutto il mondo mentre l’Abbé Pierre viaggia per incontrare capi di Stato e re, cercando soluzioni ai conflitti, al problema dei rifugiati, all’apartheid in Sudafrica, al soffocante debito dei Paesi del Terzo mondo. Muore a 94 anni per l’ennesima infezione ai polmoni, e al suo funerale partecipano, nella cattedrale di Notre-Dame, Jacques Chirac, Giscard d’Estaing, ministri e potenti. Ma alla testa del corteo ci sono i diseredati, i compagni di Emmaüs. «Sono dei leoni e noi siamo una pulce. È per questo che siamo più forti di loro: una pulce può mordere un leone, ma un leone non può mordere una pulce».

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