Il flop di Celentano sulle tv di Berlusconi chiude un’epoca

di Luigi Crespi (huffingtonpost.it, 8 novembre 2019)

Chi ha memoria storica sa che Adriano Celentano è stato un innovatore: lui che si ispirava a Jerry Lewis alla fine degli anni Cinquanta, lui che ha portato negli anni Sessanta il rock&roll nelle case di tutti gli italiani, lui che ha inventato una lingua con l’immortale Prisencolinensinainciusol, lui che ha cantato per primo l’ambientalismo, lui – sempre lui – che ha inventato straordinari inni all’amore.AdrianCelentano è stato talmente grande, e lo è ancora, che ha avuto la fortuna di duettare con giganti della musica, grandi autori e voci uniche (pensiamo solo all’eterna Mina, con cui ancora oggi sforna greatest hits). Poliedrico, eccentrico e visionario, è stato capace di affrontare e vincere le sfide della telepredicazione contro mostri sacri come Funari e Santoro, in tempi non sospetti. Insomma, Adriano Celentano è stato un pioniere, cui tutti dobbiamo dire grazie per averci fatto sorgere sempre nuove e migliori ispirazioni.

L’ansia di rinnovamento stavolta, però, l’ha fatto cadere in fallo. Voler cambiare a tutti i costi gli ha fatto perdere la sua identità, la sua riconoscibilità, la sua unicità. Si è inflazionato, spero per un errore e non per scelta, con un prodotto tanto strombazzato quanto bocciato ripetutamente dal pubblico. Nonostante abbia coinvolto i pesi massimi della tv di oggi, nonostante abbia ridotto il ruolo dei fumetti e provveduto ad altre modifiche del format originario, che è stato un vero flop.

La verità è che oggi l’indignazione non tira più. Era un moto doveroso in un periodo storico ormai alle spalle. Oggi l’indignazione è sistemica. Anzi, gli indignati sono il sistema, e su tale sentimento umano vi è il monopolio dei Cinque Stelle, ormai avviati verso un declino a una cifra. Chiunque provi a superarli ne risulta mera caricatura, spesso patetica. E così chi guarda da casa, abituato alle grilline sconfitte della povertà e alle “giggine” soluzioni in due mesi del caso Ilva, cambia canale: non ne può più di grida roboanti e inconcludenti. E poi questo Adrian, reinventandosi perbenista, non si può guardare. Adriano era contro i perbenisti, il politicamente corretto dell’epoca, le gabbie morali e culturali dell’Italia che usciva dalla guerra o che guardava rabbiosa le rovine di Tangentopoli. Questo perbenismo in prima serata contrasta con la sua biografia.

Il mondo cambia troppo veloce, oggi. Dopo la sbornia dell’uno vale uno, stanno tornando le competenze. Le persone vogliono affidarsi a chi ne sa. Ritorna di moda l’idea del fare, di costruire, di mettere insieme, di reagire alle miserie dell’oggi per immaginare un futuro diverso. Un’epoca si è chiusa. Tutti noi ricordiamo con affetto i tempi di Jerry Calà, Silvio Berlusconi e Adriano Celentano. Una nostalgia che accarezza il nostro cuore giusto quei due minuti che trascorriamo davanti a un video in scarsa definizione su YouTube, tra Capannina, Coppe dei Campioni e Castrocaro. Ma quando rivediamo Adriano, Silvio e Jerry sul nostro 60 pollici HD, dopo cinque minuti ci viene una voglia matta di cambiare canale.

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