L’ombra del potere e l’Italia che non distingue un mafioso da una star

di Giacomo Di Girolamo (linkiesta.it, 21 gennaio 2023)

Che giorno, quel giorno. Quel 16 gennaio del 2023. Che vertigine. I messaggi, le telefonate, l’incredulità, il racconto dell’arresto più clamoroso degli ultimi anni, tutti a Palermo, una conferenza stampa partecipata come non mai, e ancora, altre telefonate, i primi articoli, le reazioni, la notte senza prendere sonno, l’eccitazione, metto i momenti in fila. Mi sfugge qualcosa.

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Un fotogramma che è passato rapidissimo, non ci ho fatto caso. Eppure è lì. Ma cosa? Ma certo. Il 16 gennaio, il giorno della cattura di Matteo Messina Denaro, è successa anche questa cosa, in Italia: è morta Gina Lollobrigida. Cosa lega Matteo Messina Denaro e Gina Lollobrigida? Eh. Partiamo da Genco Russo. Giuseppe Genco Russo. Boss di Mussomeli, provincia di Caltanissetta, era considerato da tutti il nuovo “capo dei capi” dopo la morte di Don Calò Vizzini. Siamo alla fine degli anni Cinquanta. Genco Russo amava apparire. Gli americani (a proposito di connivenze mafiose…) lo avevano messo sindaco di Mussomeli, dopo lo sbarco in Sicilia. Si faceva intervistare dai giornali, guadagnava titoli e prime pagine. Anche quando andò al confino, al Nord Italia, s’inserì benissimo nella sua comunità, stimato e rispettato, e visto anche come una star, un po’ esotica, certo, di sicuro un personaggio.

Anni dopo arrivano i pentiti di mafia, quelli veri. Uno dei più famosi, Antonio Calderone. È lui che a un certo punto si trova a parlare di Genco Russo. E dice che non era ben visto tra la gente di Cosa Nostra. «Lo sa come lo chiamavamo?», racconta in un processo. «Gina Lollobrigida». E perché? «Si metteva troppo in mostra, dava interviste, si faceva fotografare… e allora noi dicevamo: l’avete visto oggi sul giornale a Gina Lollobrigida». Anche perché, continua Calderone, mica Genco Russo era il vero capomafia. A guidare Cosa Nostra, a quel tempo, c’era un’altra persona. E chi? Un certo Fazio di Trapani. Non lo conosceva nessuno.

Il vero mafioso non fa la star, non è la Lollobrigida. Non appare, non parla, non rilascia interviste (ogni tanto, magari, però, gli scappa un selfie). Ecco, Messina Denaro è un capo proprio perché non si comporta come Gina Lollobrigida. Questo aspetto dev’essere chiaro. Sono giornate in cui scopro che in Italia sono tutti esperti di mafia, anche chi in Sicilia ci viene solo in vacanza, e magari in provincia di Trapani non ha messo mai piede. Se io volessi guadagnare click e follower potrei alzare l’asticella dell’indignazione e abbondare di punti esclamativi gridando allo scandalo per il boss che stava “nascosto” sotto gli occhi di tutti, nel centro di Campobello di Mazara, che non aveva mai fatto nulla per cambiare il suo aspetto, confondere le acque. Che vita tranquilla. Me la potrei prendere con la comunità omertosa, con i siciliani del «niente saccio».

Da qui a parlare della Sicilia arretrata culturalmente, il passo è breve. Invece, non mi stupisce la vita apparentemente placida di Messina Denaro, perché è la stessa che facevano prima di lui Riina e Bernardo Provenzano, è la stessa che faceva suo padre, che stava da latitante in Via Roma a Castelvetrano, mica in Amazzonia. Ma Provenzano abbiamo dimenticato che è stato latitante quarantatré anni? E non è l’analfabeta masticatore di cicoria che l’immagine della sua cattura ci ha consegnato. È quello che frequentava la Palermo bene presentandosi come l’ingegnere Lo Verde. Così come Salvatore Riina amava la spiaggia di Tonnarella, a Mazara, e le gite in barca, mentre decideva le stragi del 1992, e al telefono parlava con funzionari della Corte di Cassazione, notai, imprenditori.

È questa la vera forza della mafia, il suo essere nelle cose, se no staremmo parlando di altro, di banda armata, che ne so. E una latitanza dura trent’anni proprio per questo, perché è inutile girarci intorno, la resilienza – la parola più abusata del decennio – l’ha inventata la mafia, e un boss è boss perché ha un territorio, e lui è lì, in medias res, è in quel territorio che lo difende, lo coccola, all’occorrenza si gira dall’altra parte.

Perché Salvatore Riina si fidava tanto dei Messina Denaro? Lo diceva lui stesso: «La provincia di Trapani è la roccia di Cosa Nostra». Un boss che si nasconde non ha bisogno di “bunker” (non lo è neanche quel covo mezzo nascosto, di emergenza, trovato a pochi passi dall’abitazione). E una latitanza dura così tanto anche perché ha delle coperture istituzionali. Qualcuno che ti fa una soffiata, fascicoli che spariscono, penne usb che “squagliano”, sospetti movimenti di funzionari, promozioni fatte per allontanare, processi aggiustati, indagini fatte male, procure che si pestano i piedi. E bisogna dirlo con serenità, perché anche in questo c’è la definizione della mafia. Che mafia è senza relazioni? Che mafia è senza potere? Qui tocco il punto più delicato della vicenda, perché avverto una deriva, progressivamente, in queste ore.

Forse è un difetto della stampa italiana, non so. Forse non riusciamo a reggere la tensione. Fatto sta che se uno apriva tutti i principali siti italiani, lunedì sera, la notizia era che a Palermo avevano arrestato uno con un orologio da 35mila euro. Se leggeva i giornali martedì, la prima cosa che sapeva era del Viagra e dei preservativi trovati a casa sua. Così come oggi, in tv, l’argomento è la vicina, la palestra, il bar. Il rischio è che stiamo trasformando Matteo Messina Denaro in Gina Lollobrigida. È un errore imperdonabile. Questo è il momento, invece, per chiedere uno sforzo in più di attenzione, di competenza, per ascoltare chi davvero le cose le sa. Per cominciare a mettere alcuni punti fermi. Innanzitutto sulla “eccezionale normalità” di questa storia di mafia che raccontiamo, sulla violenza di relazione che è il cuore della mafia stessa. Sul fatto che non esiste la «borghesia mafiosa», che capisco è una bella espressione per i tweet e i titoli, e poi viene dal verbo del Procuratore, ma, insomma, è la mafia stessa che è borghesia mafiosa.

Lo capite o no che la mafia in Italia è un problema della classe dirigente e che non sarà mai sconfitta davvero fino a quando la classe dirigente di questo Paese non avrà il coraggio di processare sé stessa? Lo capite che non sto dicendo niente di nuovo, che è tutto già noto, perché lo diceva pure Don Luigi Sturzo, perché era questo che scriveva Franchetti quando, nella sua inchiesta in Sicilia del 1876, parlava di «facinorosi della classe media»? Mica parlava di «violenti pastori» o «contadini armati in bande». No: facinorosi della classe media. Cioè, la borghesia mafiosa.

Eccola, è quella dei Messina Denaro che hanno fatto affari dappertutto ed erano in tutti i salotti. Anzi, se li contendevano. Senza che mai nessuno indagasse su di loro. Fino al 1989, quando Paolo Borsellino, procuratore a Marsala, e Rino Germanà, vicequestore, decidono di capirci qualcosa in più, i Messina Denaro per la giustizia erano illustri sconosciuti. Ma non per la bella borghesia di Castlevetrano, della quale erano fieri membri. Così come per i Minore a Trapani, e via dicendo. A proposito: non appena Germanà tocca i Messina Denaro, viene promosso. Lo promuovono capo della Interpol a Caltagirone, dall’altra parte della Sicilia (dove, tra l’altro, la sezione dell’Interpol neanche esisteva).

Qualcuno dirà: è la stampa bellezza. Tira più un preservativo nell’armadietto del bagno che tutto questo ragionare, lo so. Ma la corsa ossessiva al particolare, da consumare all’istante, ci porta alla pornografia, mica al racconto delle cose. Eppure è un’occasione irripetibile. L’arresto di Messina Denaro è un big-bang. Cambia la storia della mafia, cambia la storia dell’antimafia. Abbiamo preso l’ultimo boss di una mafia perdente, giunta al suo ultimo rantolo. C’è poco da festeggiare, perché altri sistemi criminali sono attivi nel Paese. Io ci lavoro da tempo, la chiamo Cosa Grigia. È la sublimazione della mafia, la cifra del nostro tempo: il vero potere, oggi, è l’ombra del potere. Le storie non mancano. A patto che evitiamo di inseguire Gina Lollobrigida.

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