Marc Gasol dall’Nba all’Ong: era tra i salvatori di Josephine

(gazzetta.it, 18 luglio 2018)

Chi lo sapeva? Pochi, pochissimi. Chi se lo aspettava? Nessuno, o quasi. Marc Gasol è uscito allo scoperto con un tweet, frutto di rabbia, frustrazione, dolore nell’anima: una foto, con la donna abbandonata nel Mediterraneo, lasciata lì, nell’acqua, destinata a morire.GasolE fra i suoi salvatori, che la caricano a bordo, c’è lui: barba e caschetto. Marc Gasol, stella immensa del basket spagnolo, giocatore in Nba coi Grizzlies, centro a Memphis con uno stipendio da 24 milioni di dollari l’anno. Ebbene, Marc Gasol sta passando l’estate così, proprio come la precedente. A bordo di una nave nel Mediterraneo, cercando di salvare più vite di migranti possibili. La nave su cui sta offrendo il suo servizio la stella Nba è della Ong Proactiva Open Arms. Al centro di polemiche, quella che ha salvato Josephine, abbandonata insieme a una mamma col figlio (poi morti) in acqua, e che ha poi denunciato al mondo questa storia inaccettabile e priva di umanità. È lei, Josephine, che Gasol e i suoi compagni stanno salvando in quella foto. Campione del mondo con la Spagna, Gasol adesso ha conquistato il titolo di campione di umanità e di umiltà, perché, senza lo scatto di indignazione, non avrebbe postato la foto. E nessuno avrebbe saputo niente. Ora il caso ha voluto che Gasol si trovasse proprio nel mezzo delle mille polemiche dopo la denuncia della Ong alla quale il campione sta dando una mano contro l’inefficienza della Guardia Costiera libica. Così Gasol sui social: «Frustrazione, rabbia e impotenza. È incredibile come tante persone vulnerabili siano abbandonate alla morte in mare. Profonda ammirazione per questi che chiamo i miei compagni di squadra in questo momento». Gasol ha poi raccontato ai media catalani: «L’abbiamo salvata, caricata a bordo della barca e poi sulla nave, dove i medici le hanno prestato le prime cure. Era scioccata, spaventata. Le abbiamo detto che l’avremmo aiutata. Abbiamo saputo che il suo nome è Josephine, che è partita dal Camerun. Perché sono qui? La fotografia che nel 2015 ha fatto il giro del mondo, quella del piccolo Aylan Kurdi, morto in un naufragio sulle rive della Turchia, mi ha provocato un senso di rabbia. A quel punto per me era chiaro che tutte le persone devono fare la loro parte per far sì che queste cose non accadano più. È stato allora che ho incontrato la gente di Open Arms. Mi hanno fatto capire che è una realtà drammatica in cui vivono molti bambini in tutto il mondo. Per me è stato uno shock. Così mi sono messo a disposizione. Ammiro le persone delle Ong, che hanno messo a disposizione loro risorse economiche, logistiche, personali per aiutare i disperati. Ammiro chiunque fa qualcosa, senza aspettare che gli altri lo facciano».

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