Dottori, medici e sapienti: fenomenologia di Elena Basile e degli spettacoli in televisione

di Guia Soncini (linkiesta.it, 17 ottobre 2023)

«Questo è un discorso, mi scusi dottor Mieli, sottoculturale, che non mi aspetterei da lei, che stimo tantissimo, di cui conosco l’erudizione, di cui seguo gli spettacoli in televisione». È da poco iniziato Otto e mezzo di mercoledì scorso, quando una signora che nessuno di noi aveva mai notato, tale Elena Basile, decide di fare la televisione.

Ph. Amal George / Unsplash

Non abbiamo neanche cominciato a farci le domande fondamentali – è corretto definire la signora «ambasciatrice»? E Paolo Mieli, che lei chiama «dottore», è dunque medico? – quando Dietlinde Gruber decide di fare la sua parte, che in quel caso consiste nel fingere di non sapere cosa sia la tv, e la corregge: «Mieli comunque non fa spettacoli in televisione: fa trasmissioni storiche».

Ovviamente Gruber non è una di quelle Pollyanne, tra le quali il direttore di questo giornale, che pensano la tv non sia tv: che possa fare giornalismo, possa fare ragionamenti razionali e compiuti, possa esistere senza i mostri; senza coloro che la metà del pubblico guarda dicendo «ma chi è questo punto più basso della razionalità che si sia mai visto», e l’altra metà dicendo «bravo, gliele ha cantate, finalmente». (La sera dopo, Basile dirà «Le mando tutte le mail delle persone che mi dicono che finalmente sentono dire la verità in televisione»; Formigli fingerà di considerarla mitomane, «Cerchiamo di non scivolare nel ridicolo», ma non può non sapere che sta dicendo la verità: vive in questo secolo anche lui, no?).

Gruber la tv la sa, e infatti dopo la puntata si fa promettere dalla signora – che già i social stanno insultando e difendendo come accade quando la tv svolge la propria porca funzione – che non andrà in altri programmi, che non la tradirà: non avrai altre piste di circo al di fuori di me. Naturalmente la tv non si fa da soli: coloro che nelle rubriche degli autori televisivi dei talk vengono gelosamente custoditi nel faldone “freaks” hanno bisogno di spalle. La spalla perfetta di mercoledì sera è Aldo Cazzullo, che si presta a indignarsi – «finché stiamo scherzando è un conto» – quando la signora coi capelli più televisivi visti da parecchio tempo, l’ambasciatrice, la nuova star delle nostre serate nel tinello dice che gli americani sarebbero stati più propensi a una trattativa se Hamas avesse avuto ostaggi americani.

Senza la teatrale reazione di Cazzullo – «si vergogni della sua erudizione»: mai «erudizione» era stata una parola televisiva, prima di mercoledì, la sera in cui divenne un insulto – l’affermazione sarebbe sembrata ovvia a chiunque avesse mai visto un film con Bruce Willis. Spero che a fine puntata Totò Basile abbia mandato un mazzo di fiori a Peppino Cazzullo, senza il quale non sarebbe diventata la star di cui aveva bisogno questa stagione, già annoiata di Orsini e insofferente verso il “famolo strano” sempre uguale a sé stesso di Mauro Corona.

Il metro che questo decennio disperato usa per misurare l’appetibilità d’un’opinione sono i disgraziati che gestiscono le piattaforme Internet. Quando vado su quella di La7 per vedere la star di cui tutti parlano, sulla home page c’è La gaffe di Elena Basile: alcuni secondi della puntata in cui, ohibò, ella ha detto «sì, dottor Galluzzo», prontamente corretta da Dietlinde Gruber, che precisa «Cazzullo» ma non precisa che neanche lui è medico (almeno credo). La cosa interessante della donna che farà fallire i coloristi con quel grigio così telegenico è che ella ha un eloquio antitelevisivo quanto quello di Mike Bongiorno, pieno di divagazioni e premesse: «E Andreotti non era il mio politico preferito, eh, io seguivo Bocca e le sue filippiche sferzanti».

Tuttavia, la sera dopo, quando si consuma il tradimento, mi arrivano quasi altrettanti messaggi di quanti ne giravano quando la tv era tv, e Walter Nudo rifiutava di dormire comodo dicendo alla produzione dell’Isola dei famosi che «o tutti e quattro o niente». La sera dopo, Elena Basile è a Piazzapulita. Corrado Formigli, forse per risparmiarsi i dibattiti social sull’opportunità di definirla «ambasciatrice», la presenta come «dottoressa»: quanti medici, in questa televisione. Cambia però, quella sera, qualcosa d’importante. Qualcosa che attiene alla presentabilità sociale e all’istinto televisivo.

Formigli non è Gruber, cui basta uno sprezzante «non fa spettacoli» per prendere le distanze dall’ospite invitata in quota impresentabili. Formigli è un Giletti dei socialmente rispettabili, è il king of tamarri con gli anelli d’argento, è uno che crea mostri non per sonno della ragione ma per svegliezza del dato di share, ma poi ha bisogno di dire al suo pubblico che lui è una personcina presentabile, mica un domatore da circo. Esattamente come ha creato Alessandro Orsini per poi mollarlo e atteggiarsi a quello che fa la tv dei reportage (buonanotte), con la stessa abilità professionale con cui blandisce fuori onda ed esaspera in onda le ragazzine ambientaliste, Formigli convince la Basile a tradire la Gruber e ad andare lì a far fare un po’ di share anche a lui, e poi una volta che è lì la tratta come un vero cafone.

La Basile, un istinto televisivo come non se ne vedevano da quando Cavallo Pazzo disse «questo festival è truccato e lo vince Fausto Leali», dice «perché abbiamo paura della verità?», dice «solo io rappresento la voce del dissenso», mugola non inquadrata «finalmente» dallo studio quando in collegamento c’è un’ospite che difende i palestinesi, esala «perché dobbiamo soffrire» quando viene annunciato un video con Giuliano Ferrara; soprattutto, sparge come Pollicino briciole del terzo atto fin dall’inizio.

Formigli, cui fa da spalla Mario Calabresi (cui però viene da ridere: teatralmente meno rigoroso di Cazzullo), vuole arrivare esattamente dov’è televisivamente giusto arrivare: alla discendenza culturale di «Ciro, oddio chi parla, oddio chi è». I talk di politica non servono a niente, se una Sandra Milo non corre via dallo studio. Ma la Sandra Milo di questo secolo bisogna che non sia in conduzione, bisogna sia un’ospite, non importa se ragazzina di Ultima Generazione o signora del corpo diplomatico.

Basile, che conosce il proprio ruolo, inizia abbastanza presto a dolersi, «Ho detto che non volevo venire, lei mi ha pregato di venire qui e non mi fa parlare». Formigli è un po’ scocciato da questa rivelazione di trattativa per il tradimento, già si vede Gruber davanti al televisore che borbotta ah, lo stronzo l’ha pure pregata. Sbuffa «Se non vuole venire, la prossima volta non venga», Basile fa la fidanzatina delusa, «Mi ha detto facciamo un patto, non l’ha rispettato». Lui, king of tamarri, le dà le spalle.

«Dottor Calabresi, ora parlo io, ora basta». Tra i suoi altri meriti, Basile riporta anche il vocativo «dottore» a ciò che è: non indicazione che tu sei medico, ma che io sono parcheggiatore. Lo fa nel crescendo dei vari «posso parlare», «io me ne vado», «io non mi calmo», «non ho finito, lei mi blocca sempre», «Robert Kagan: hai letto un libro, Formigli?» che fanno aumentare nel pubblico l’attesa dell’inevitabile, che fanno del finto tentativo di dibattito geopolitico un pezzo di vera televisione.

La parte più struggente del siparietto è una Pollyanna lì ospite che, ignara del contesto-SandraMilo in cui si trova, all’ennesimo darle sulla voce di Basile la ammonisce: «Non devi per forza cercare lo scontro». Pulcina. Chissà se capisce qualcosa di più del mondo quando, qualche minuto dopo, Formigli decide di dirsi da solo che il re, cioè lui, è nudo. Accade infatti che, nel gioco delle parti sandramilesco, la Basile menta, «Io credo in un giornalismo che non fa spettacolo», e Formigli dica la verità: «Lo spettacolo lo sta facendo lei tantissimo, stasera: speriamo che ci aiuti negli ascolti».

Non è allora, che Basile se ne va. È un animale televisivo, mica una ragazzina di Ultima Generazione. Se ne va solo dopo che Formigli ha detto «Voglio chiudere con Mario Calabresi», solo quando capisce che stanno chiudendo quel pezzo di trasmissione, che manca un minuto e il gran gesto ora o mai più, che non potrà più appropriarsi di turni di parola, tra poco arriva il microfonista a disarmarla. Se ne va, come gli amanti crudeli, quando non ha più niente da perdere. Formigli le urla «è stato un piacere», come gli amanti che si scoprono usati. Non vedo l’ora che sia il 2043, quando Elena Basile sarà venerata maestra, e qualche emergente televisiva le dirà: mi meraviglio di lei, guardo sempre i suoi spettacoli.