Grammy all’insegna di #metoo, rose bianche e politica

di Giulia Echites (repubblica.it, 29 gennaio 2018)

Sette su sette. È Bruno Mars il re incontrastato della sessantesima edizione dei Grammy, gli Oscar della musica. Il cantante ha vinto in tutte le categorie nelle quali è stato nominato, in un’edizione che verrà ricordata per aver portato sul palco il sostegno alle donne vittime di molestie, ai movimenti #MeToo e Time’s Up, nati a Hollywood in risposta allo scandalo Weinstein.HillaryClintonSostegno che è stato espresso con discorsi, con la scelta simbolica di indossare una rosa bianca (come ai Golden Globe avevano fatto le attrici scegliendo abiti neri) e che ha avuto il suo “momento” con l’esibizione di Kesha. Il suo album Rainbow, uscito la scorsa estate e nominato nella categoria Best Pop Vocal Album, ha segnato il ritorno della cantante sulle scene dopo anni. Una resurrezione, più che un ritorno, dal momento che in quel periodo Kesha è stata impegnata nella battaglia legale, non ancora conclusa, contro il suo produttore, Dr. Luke, che ha accusato di molestie fisiche e verbali. L’hanno accompagnata nella performance Camila Cabello, Cyndi Lauper, Julia Michaels e Andra Day e non Lorde, che un giorno prima dell’evento ha annullato la propria partecipazione, e nemmeno Taylor Swift, uscita da questa edizione con zero premi su due sole nomination. Lei che due anni fa, invece, trionfando con il suo 1989 come Best Pop Vocal Album, era stata protagonista grazie a un discorso dedicato alle donne che, con sacrifici, ottengono i loro risultati, e contro Kanye West, definito “misogino” per le parole che le aveva rivolto nella sua Famous: «Ho reso quella puttana famosa». «Le suffragette vestivano di bianco per rivendicare il diritto delle donne al voto»: con questa suggestione è nato il movimento Voices in Entertainment, in solidarietà alle associazioni contro le molestie sessuali, che ha scelto la rosa bianca come elemento simbolico che ospiti e artisti hanno indossato o tenuto in mano. Halsey, Lady Gaga, Kelly Clarkson, Cyndi Lauper e Kesha sono state le prime ad aderire all’iniziativa. Di Lady Gaga è pure il primo riferimento della serata al movimento Time’s Up. Dopo l’apertura dello show ad opera di Kendrick Lamar e degli U2, infatti, è lei a salire sul palco. Seduta al pianoforte ricoperto da enormi ali di angelo, l’artista indossa un voluminoso abito di tulle rosa e ha capelli chiarissimi raccolti in una morbida treccia che la fanno sembrare Daenerys Targaryen de Il Trono di Spade. La accompagna alla chitarra acustica Mark Ronson. Joanne, la title track del suo album candidato come Best Pop Vocal Album, premio che si è poi aggiudicato Ed Sheeran per il suo ÷ (Divide), è la prima canzone interpretata, ma è in Million Reasons che Lady Gaga inserisce una variante: «Times’s Up» dice al microfono. Il discorso più forte per le donne lo ha fatto Janelle Monae, cantautrice e attrice statunitense. Dal momento che «gli stessi problemi che hanno afflitto Hollywood, affliggono anche l’industria musicale – ha detto Monae – sono orgogliosa di manifestare la mia solidarietà non solo come artista, ma come una giovane donna, insieme con le mie sorelle che sono qui stasera e che fanno parte dell’industria. A chi ci vuole far tacere, rispondiamo con due parole: Time’s Up. Diciamo basta alle iniquità salariali, alla discriminazione, alla violenza di qualsiasi tipo e all’abuso di potere. Veniamo in pace, ma abbiamo degli obiettivi e uomini e donne devono lavorare insieme per realizzarli». Le sue parole introducono l’esibizione di Kesha, che porta sul palco un esercito di donne vestite di bianco: Andra Day, Camilla Cabello, Cyndi Lauper, Bebe Rexha, Julia Michaels e il Resistance Revival Chorus cantano con lei Praying. Il brano è stato scritto proprio per Dr. Luke: «Hai portato le fiamme e mi hai fatto vivere l’inferno. Ho dovuto imparare a difendermi da sola ed entrambi sappiamo tutta la verità che potrei rivelare». A fine performance Kesha si commuove e con lei buona parte del Madison Square Garden. A fare da padrone di casa della celebrazione è stato, per il secondo anno consecutivo, James Corden, conduttore del Late Late Show e ideatore del Carpool Karaoke: format in cui Corden si mette alla guida di un’auto e ospita, sul sedile passeggeri, un attore o un musicista con cui fa chiacchiere e accenna canzoni. Lo ha fatto anche durante la serata, con Sting e Shaggy che confermeranno così di aver collaborato ad un album la cui uscita è prevista ad aprile. Corden è uno che si diverte e fa divertire, e proprio con questo obiettivo è tornato sul palco dei Grammy: «Proveremo a divertirci un po’ – aveva detto alla vigilia dello show –. Siamo sinceri, la maggior parte di questi riconoscimenti non è altro che un gruppo di milionari che consegna statuette ad altri milionari. Non i Grammy, però. Ai Grammy contano le esibizioni, conta la musica». Da questo punto di vista, il Rap e l’Hip Hop potevano essere protagonisti quest’anno. Jay Z, con il suo album 4:44, guidava le nomination: otto candidature in tutto tra cui tre nelle maggiori categorie, Album of the Year, Record of the Year e Song of the Year (la differenza è che con Song [Canzone, N.d.C.] si premia chi ha scritto musica e testo, quello a Record [Disco, N.d.C.] è un riconoscimento a tutti quelli che hanno lavorato a un brano: autori, interpreti, produttori). Lo seguiva, con sette candidature, Kendrik Lamar, che ha preso cinque premi: Damn è il suo terzo disco consecutivo a concorrere come miglior album, risultato raggiunto in passato solo da Kanye West. Ma alla fine è stato Bruno Mars a fare en plein, vincendo album, disco e canzone dell’anno. Lasciando a bocca asciutta anche Louis Fonsi e Daddy Yankee che speravano di trionfare con la loro Despacito, il brano più visualizzato della storia su Youtube e il primo testo in lingua non inglese a concorrere come Best Record e Best Song in trent’anni, da quando cioè La Bamba aveva avuto entrambe le nomination. Ma al di là delle rose, degli abiti bianchi e dei discorsi appassionati sul palco, quello della musica rimane un mondo ancora estremamente misogino e a dimostrazione del fatto che la strada è ancora lunga arrivano i risultati di una ricerca uscita proprio pochi giorni prima di questa serata: degli 899 artisti nominati ai Grammy negli ultimi sei anni, solo il nove per cento sono donne. Questo avrebbe spinto Lorde a boicottare la cerimonia, oltre al fatto che a lei, unica donna a concorrere nella categoria Album of the Year, sarebbe stato chiesto di esibirsi con altri musicisti, mentre performance singole sono state riservate ai suoi “avversari”. Con un post su Instagram pubblicato nel corso della serata, la musicista ha proposto la sua “versione della rosa bianca”: un testo, un estratto da un’opera di Jenny Holzer in cui si invita a “prendere coraggio e rovesciare gli oppressori”. Gli uomini violenti, appunto, o il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È Camila Cabello, ex Fifth Harmony, fresca del successo da solista con una hit, Havana, ai primi posti della classifica di Billboard, ad introdurre il momento politico dei Grammy. «Questo Paese è stato fatto dai sognatori. I miei genitori sono arrivati qui senza un soldo in tasca e io sono fiera delle mie origini messicane». La musicista presenta quindi l’esibizione degli U2, registrata poco prima dell’inizio dello show su un palco allestito di fronte alla Statua della Libertà. La band irlandese suona Get Out of Your Own Way: il brano, contro Donald Trump, è l’invito per chi ascolta a uscire dal proprio mondo e a lottare per la libertà. Si torna al Madison Square Garden ma con un altro sketch registrato, sempre rivolto a Trump, che questa volta è vittima dell’ironia di James Corden che ha chiamato in suo sostegno John Legend, Cher, Snoop Dogg e Hillary Clinton. Insieme leggono brani dal libro sul presidente Usa, Fire and Fury, perché anche lui possa concorrere nella categoria Spoken Word. Prima nascosta dal libro e poi a poco a poco scoprendo il viso, la Clinton ha letto un passaggio che descrive le particolari abitudini alimentari di Trump. «Da lungo tempo vive nella paura di essere avvelenato e questa è una delle ragioni per cui ama mangiare da McDonald’s. Nessuno sa che sta arrivando e il cibo è preconfezionato tempo prima e quindi sicuro», ha letto la Clinton. La serata è proseguita con una serie di omaggi. Eric Church, Maren Morris e Brothers Osborn, star della musica country, prendono il palco per ricordare le vittime della strage al festival di Las Vegas dello scorso primo ottobre, quando un solo uomo sparò uccidendo 59 persone e ferendone quasi 500. I piccoli problemi tecnici che hanno accompagnato l’inizio della performance hanno riportato alla memoria quanto successo l’anno scorso durante l’esibizione di Metallica e Lady Gaga; fortunatamente questa volta il problema è stato risolto rapidamente e l’interpretazione di Tears in Heaven di Eric Clapton si è posizionata subito tra i momenti più toccanti della serata. Una delle esibizioni più attese, invece, era quella di Elton John e Miley Cyrus. Il musicista inglese, il quale pochi giorni fa ha annunciato che il suo prossimo tour sarà l’ultimo, si è presentato sul palco dei Grammy seduto al piano sopra al quale aveva appoggiato la sua rosa bianca. Elton John e Miley Cyrus hanno interpretato uno dei classici di John, Tiny Dancer, per celebrare il musicista e il suo storico collaboratore Bernie Taupin che il prossimo 30 gennaio riceveranno il President’s Merit Award dalla Recording Academy. Infine è la volta della celebrazione degli artisti scomparsi durante l’anno. A Chris Stapleton, vincitore del Best Country Album con il suo From A Room: Volume 1, spetta il tributo a Tom Petty. Lo accompagna nell’esibizione la chitarra acustica di Emmylou Harris. I due, su un palco al centro della platea, eseguono un’emozionante rilettura di Wildflowers. Quindi, sugli schermi in sala iniziano a scorrere le immagini di Chris Cornell, Chester Bennington, Chuck Berry, Fats Domino, Don Williams, Hugh Masekela e Jerry Lewis. A fine serata Alessia Cara, cantante canadese di origini italiane, vince come Best New Artist. «Ho iniziato a cantare da bambina sotto la doccia» dice. Poi, parlando dell’importanza di riconoscere i nuovi talenti, aggiunge: «Voglio incoraggiare i veri artisti che fanno vera musica».

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