Il cinema racconta il populismo

A casa nostra, il film di Lucas Belvaux uscito recentemente nelle sale italiane, HyperNormalisation del regista britannico Adam Curtis e Populisme, l’Europe en danger del documentarista Antoine Vitkine analizzano i discorsi e le dinamiche dei partiti populisti, la cui ascesa coincide con gli anni della crisi economica, e lanciano un allarme sui pericoli della costruzione del pensiero unico

di Paola Mentuccia (ansa.it, 9 maggio 2017)

“Il populismo è il rifiuto della complessità delle cose”, secondo il regista belga Lucas Belvaux, che nel suo film Chez nous (A casa nostra), uscito nelle sale italiane il 27 aprile scorso, racconta i retroscena della campagna elettorale di un partito di estrema destra nel Nord della Francia. Non a caso, la leader bionda e autorevole, interpretata da Catherine Jacob, ricorda Marine Le Pen, e il titolo rimanda allo slogan ‘On est chez nous!’ del Front National.CHEZNOUSBelvaux poteva scegliere di girare un documentario divulgativo, per analizzare passo dopo passo il fenomeno del populismo in Europa e, in particolare, in Francia, invece ha deciso di girare un film con una sceneggiatura, una storia, una protagonista. “Ho scelto la finzione – ha spiegato – perché permette di toccare la gente, ha un approccio più psicoanalitico e intimo. Il voto al Front National è d’impulso, di pancia, e per poterlo rappresentare serviva entrare nella vita delle persone”. Chez nous racconta, infatti, la storia di Pauline, un’infermiera autonoma molto amata dai suoi pazienti, ‘assoldata’ dal Bloc patriotique, un partito nazionalista in forte crescita di consenso: la donna viene scelta come candidata alle elezioni comunali in una piccola cittadina nel dipartimento Pas de Calais, nella regione Hauts-de-France, nel Nord della Francia. Un contesto di provincia, in cui Pauline, dotata di grande carità umana, è amata da tutti, musulmani compresi. L’intento del partito è utilizzare la rispettabilità della donna a proprio vantaggio, raccogliendo il consenso di una generazione delusa, bisognosa di sicurezza e di fiducia nel futuro. La protagonista ha perso la madre in giovane età per un tumore, si divide tra i figli che cresce da sola, il padre che è malato e non vuole curarsi e i suoi pazienti. I discorsi suadenti degli esponenti del Bloc patriotique, sapientemente epurati dalle espressioni più estremiste e più lontane dai valori progressisti, dopo i primi tentennamenti, la convincono, nella speranza di guidare un cambiamento: “Tu sai di cosa ha veramente bisogno il popolo”, le dice Philippe Berthier, il medico con cui collabora e per cui nutre stima e affetto. “Ci troviamo in un periodo di crisi profonda, economica ma soprattutto ideologica, – ha spiegato il regista – le persone non riescono ad adattarsi a un cambiamento così repentino, si sentono in pericolo e minacciate dal resto del mondo in quella che è la loro sfera più privata. I partiti populisti, in questo frangente, danno delle soluzioni apparentemente semplici e immediate”. “Potranno continuare a farlo credere – ha aggiunto – fino a quando non arriveranno al potere”. Ed ecco che la protagonista, Pauline, figlia di un ex metalmeccanico comunista, diventa il simbolo di una generazione: quella “post-ideologica”, così la definisce Belvaux, arrivata dopo “la disfatta della sinistra occidentale, che ha rinunciato a ideali considerati utopici, irrealizzabili, impossibili, perché si è accettato universalmente un liberalismo che aveva vinto – ha spiegato – e, a partire da quel momento, in Francia come per altri versi anche in Italia, non vi erano più contraddizioni politiche ma ci si trovava di fronte a un unico sistema dominante”. Nel film, infatti, è evidente l’amara critica del regista verso “l’assenza di una solida ideologia di sinistra”, visibile, ad esempio, in una manifestazione di estremisti in cui non compaiono i partiti. Il populismo, insomma, “prospera proprio laddove le altre forze politiche hanno fallito”. Ma l’ultimo lavoro del regista belga, seppur politicamente impegnato, non vuole essere un film militante, non mira a esporre teorie e a convincere gli spettatori. Lucas Belvaux vuole raccontare le dinamiche di “un partito che ha capito di poter raggiungere il potere cambiando volto: mostrando l’immagine giovane e sorridente del rinnovamento, parlando alla pancia delle persone e trovando candidati presentabili, senza avere una dirigenza”. Il suo interesse è comprendere “come un gruppo di estrema destra riesca a catturare consensi nelle classi più popolari e in molti figli o nipoti di immigrati”.

Il potere e il suo funzionamento nella società è da sempre l’argomento principe dei documentari del regista britannico Adam Curtis. Lui stesso descrive il suo lavoro come giornalismo attraverso il mezzo cinematografico. Sei mesi fa, sulla piattaforma iPlayer della BBC, è uscito il suo ultimo film HyperNormalisation con cui traccia un percorso dalla Siria a Trump. Per guardarlo, bisogna assicurarsi di avere un bel po’ di tempo a disposizione e un alto livello di attenzione: il film dura quasi tre ore ed esplora la falsità della vita moderna in un racconto che parte dagli anni Settanta, per esaminare le origini dell’apocalisse siriana, la crescita del nazionalismo, le politiche di Putin e Assad e i modi in cui i governi occidentali sfruttano le paure del terrorismo per esercitare il controllo. Nel film il documentarista, già autore nel 2015 di Bitter Lake, sulla politica occidentale e la guerra in Afghanistan, mette in moto un labirinto di narrazione politica, puntando i riflettori sui retroscena di un secolo di caos, scovando i “poteri invisibili” che hanno guidato la storia moderna e fornendo al pubblico, appena prima delle elezioni americane, una sorta di sua personale prefazione al nuovo capitolo della storia degli Stati Uniti: Donald Trump. Come il film di Belvaux, il documentario di Curtis sembra, infatti, una sorta di avvertenza “in extremis” agli elettori, o meglio il promemoria di una storia recente che, a parere del regista, non è stata pienamente compresa, elaborata e interiorizzata dalla popolazione, in America come in Francia. Secondo il giornalista del quotidiano britannico The Guardian Tim Adams, Curtis suggerisce che gli opposti trend dei nostri tempi – il chiacchiericcio sui social media e la stretta del fondamentalismo islamico – rappresentino un ritiro dalla complessità, in un’esistenza che riflette costantemente i nostri desideri e le nostre ansie. Proprio come sostiene Lucas Belvaux. Il titolo del documentario, d’altra parte, la dice tutta già in partenza. L’antropologo Alexei Yurchak, nel suo libro del 2005 Everything Was Forever, Until It Was No More: The Last Soviet Generation (Tutto era per sempre, finché non lo è più stato: l’ultima generazione sovietica), sosteneva che, durante i giorni finali del comunismo russo, il sistema sovietico avesse avuto un grande successo nel propagandarsi. Tutti sapevano che il sistema stava fallendo ma poiché nessuno poteva immaginare alcuna possibile alternativa allo status quo, i politici e i cittadini avrebbero continuato a simulare una società funzionante. Yurchak ha coniato il termine hypernormalisation per descrivere questo processo: un’accettazione entropica in una politica chiaramente fallimentare. Il documentarista britannico Adam Curtis ha preso in prestito il termine per il titolo del suo film, per suggerire come l’Occidente avrebbe raggiunto un momento simile di illusione di massa e come, a suo dire, abbia preso piede e sia cresciuta la “messinscena populista”, grazie a una strategica e rassicurante semplicità. “We live in a time of great uncertainty and confusion. Events keep happening that seem inexplicable and out of control. Donald Trump, Brexit, the War in Syria, the endless migrant crisis, random bomb attacks. And those who are supposed to be in power are paralysed – they have no idea what to do” (“Viviamo in un periodo di grande incertezza e confusione. Gli eventi che accadono sembrano inesplicabili e fuori controllo. Donald Trump, la Brexit, la guerra in Siria, l’infinita crisi dei migranti, gli attacchi bomba randomici. E coloro che dovrebbero essere al potere sono paralizzati – non hanno idea di cosa fare”): la voce narrante dello stesso Curtis all’inizio del film descrive una moderna apocalisse. I politici, i finanzieri e gli avanguardisti tecnologici, secondo il regista e autore inglese, “invece che mostrarne la reale complessità, hanno costruito una versione più semplice del mondo”. Nel film compaiono le immagini di eventi preoccupanti nel pianeta e di statisti sorridenti in un serrato montaggio più eloquente di ogni spiegazione. “Sappiamo che mentono, – insiste Curtis – sanno che sappiamo che mentono. Noi diciamo che la cosa ci interessa ma non facciamo niente. E niente cambia mai”. Il desiderio di cambiare diventa opaco e lontano, lasciando grandi parti del mondo inermi e disperate: HyperNormalization spende quasi tre ore per spiegare, tramite il cine-giornalismo, come siamo arrivati in un momento così preoccupante della storia del mondo, per identificare il momento in cui, secondo il regista, le menzogne sono diventate codificate e accettate e per mostrare come i leader occidentali abbiano rifiutato le scelte difficili, abbiano ceduto autorità alla finanza globale e abbiano costruito falsi narrativi, evitando le verità scomode. Curtis incolpa la classe dirigente ma non risparmia le intere popolazioni che hanno scelto di non opporsi e che hanno voluto credere in una visione rassicurante della realtà, pur potendone immaginare le conseguenze. Il regista britannico tenta, quindi, di attraversare una foresta nera con una torcia, cercando di scovare e comprendere cosa c’è dietro le tenebre, quasi nella speranza di una nuova diffusa coscienza, in una presa di posizione e in una ribellione collettiva a quella che lui descrive come “normalizzazione” del mondo contemporaneo.

Il giornalista e scrittore francese Antoine Vitkine ha voluto fare la stessa operazione di approfondimento e ricerca sulla crescita dei partiti populisti in Europa. Il suo documentario Populisme, l’Europe en danger (Populismo, l’Europa in pericolo) è stato girato nel 2013 e pubblicato in aprile 2014 sul canale franco-tedesco ARTE. Il giornalista ha incontrato Marine Le Pen in Francia, Beppe Grillo in Italia, Geert Wilders in Olanda e Viktor Orban in Ungheria per spiegare le motivazioni per cui tali dirigenti di partito abbiano trovato un sempre maggiore riscontro negli elettori e, soprattutto, per capire quale sia la loro direzione nelle politiche nazionali ed europee. Ognuno di questi leader, nel film di Vitkine, afferma di parlare per il popolo. “Sono fiero di essere un populista insieme a voi”, dice al microfono Beppe Grillo davanti alla folla dei suoi sostenitori. Se il populismo “è la difesa del popolo per il popolo, allora anch’io sono populista”, rivendica Marine Le Pen, in un’intervista all’interno del lavoro di Vitkine, che analizza i discorsi e le modalità di questi partiti e movimenti la cui ascesa coincide con gli anni della crisi economica. L’idea di populismo che emerge da Populisme, l’Europe en danger è un sistema di pensiero basato sull’idea che i cittadini abbiano sempre ragione perché costituiscono il popolo, che l’élite sia necessariamente sbagliata. Emerge, soprattutto, una modalità dottrinale di adesione a un’ideologia che ha pochi e semplici argomenti cardine sui quali fonda la propria ragion d’essere – giustizialismo, contrasto dell’immigrazione, opposizione alle politiche dell’establishment, antieuropeismo –, che si immedesima nella frustrazione del cittadino comune su problematiche quotidiane, quale ad esempio la disoccupazione, ponendosi come vittima del sistema e dichiarando la volontà di mandare “tutti a casa”, di portare i cittadini comuni al potere oppure di ripristinare il vecchio sistema, facendo tabula rasa delle istituzioni politiche e amministrative esistenti. In Italia, il regista intervista esponenti dell’opposizione e parlamentari fuoriusciti del Movimento 5 Stelle, contrapponendo la concezione della politica intesa come arte della mediazione alla dichiarazione di Beppe Grillo di essere “oltre il compromesso”, la democrazia parlamentare rappresentativa alla democrazia diretta tramite l’uso della tecnologia messa in atto dal movimento e facendo leva sulle speranze di una popolazione scontenta e sulla semplificazione della realtà. Antoine Vitkine, che già nel titolo ha espresso il suo orientamento rispetto alla questione, si domanda quale reale alternativa possano costituire i partiti populisti e quanto la mancanza di una dialettica costruttiva possa modificare realmente in meglio la vita dei cittadini in Europa. E il messaggio che vuole trasmettere al pubblico è che i leader populisti, pur mostrandosi come paladini della democrazia, stanno costruendo un pensiero unico che censura tutto ciò che rappresenta valori e ideali opposti a quelli che si è deciso di imporre. In poche parole: un totalitarismo.

Nel film di Lucas Belvaux, il web è presentato come uno degli strumenti di propaganda populista che consente di diffondere in maniera virale notizie false o attacchi corali. “Internet ha avuto un progresso formidabile e permette di accedere a informazioni interessanti, singolari, uniche su tutto il mondo. C’è, però, chi ne fa un diverso utilizzo: cercare tutto ciò che possa confermare le proprie convinzioni”, ha detto Lucas Belvaux, a Roma, intervistato dall’ANSA in occasione dell’uscita nelle sale del suo nuovo film. “Oltretutto, – ha aggiunto – Internet non è regolato, non è moderato, non è verificato e tutti posso scrivere e commentare al suo interno: è un luogo in cui le persone si sentono autorizzate a dire tutto quello che pensano e che non oserebbero mai dire faccia a faccia, in cui tutte le teorie del complotto sono possibili”. Quello che è interessante notare oggi, per il regista belga, è che “i partiti populisti puntano il dito sulla stampa e hanno alimentato un’informazione parallela su Internet: sono stati addirittura creati dei siti Internet che trattano temi cari ai partiti populisti, che sono diventati delle fonti di controinformazione”. I media e la stampa, secondo Belvaux, sono considerati dai leader populisti come una sorta di partito di opposizione. Eppure gli stessi media sono utilizzati dai militanti per rendere virali i temi sui quali insistono i dirigenti di partito, offrendo un’informazione autodidatta alternativa a quella dei giornali e dei telegiornali. Un certo uso del medium Internet è cruciale nelle dinamiche politiche degli ultimi anni anche per Adam Curtis, secondo il quale Trump “è una creazione inevitabile nella normalità di questo mondo irreale”. “La politica è diventata una pantomima o un vaudeville, – spiega in un’intervista al The Guardian – in quanto crea ondate di rabbia piuttosto che contenuti. Forse persone come Trump sono riuscite semplicemente perché alimentano quella rabbia, nelle camere d’eco di Internet”. La tecnologia, e in particolare i social media, diventa un alleato per chi vuole alimentare il senso di smarrimento e di impotenza, lo scontento e la disperazione e, di conseguenza, i pregiudizi e la rabbia. La televisione ha assunto la stessa funzione strategica di Internet nella propaganda populista per Antoine Vitkine, tanto da “spiegare una parte significativa del suo successo”. “C’è una sorta di simbiosi tra il populismo e la televisione”, ha detto in un’intervista alla rivista La Revue Civique, definendola “complessa e molto perversa”. “Il discorso populista – ha spiegato – si adatta perfettamente alla logica spettacolare della tv, le idee sono semplici e shock” e i leader populisti sono “telegenici, fondamentalmente diversi dai tradizionali avversari democratici”.

Chez nous ha suscitato molte polemiche in Francia già a partire dalla pubblicazione del trailer, prima dell’uscita nelle sale del film il 22 febbraio, nel bel mezzo della campagna elettorale per le elezioni francesi. Non è difficile, infatti, associare la figura di Agnès Dorgelle, leader del Bloc patriotique, alla dirigente del Front National Marine Le Pen. La cittadina Hénard, dove è ambientato il film, inoltre, fa molto pensare alla città, nello stesso dipartimento francese, di Hénin-Beaumont, roccaforte del Front National (al primo turno delle elezioni 2017, Marine Le Pen, che nel 2012 aveva ottenuto il 35,48%, ha raccolto il 46,50% delle preferenze contro il 14, 86% di Emmanuel Macron). Il vicepresidente del partito, Florian Philippot, ha giudicato “scandaloso che in piena campagna presidenziale, a due mesi dal voto, sia uscito nelle sale francesi un film che è chiaramente anti-FN”. Il Front National ha denunciato il finanziamento pubblico del film e ha puntato il dito anche sull’attrice Catherine Jacob che interpreta il personaggio di Agnès Dorgelle, leader del Bloc patriotique, affermando che la sua parte è stata “un piccolo servizio al sistema”. Anche il sindaco FN di Hénin-Beaumont, Steeve Briois, ha espresso la sua in un tweet: “Povera Marine Le Pen, – ha scritto – caricaturata da quel barile di Catherine Jacob. C’è da aspettarsi un filmaccio!”. Centinaia di attacchi sono proliferati sui social network contro il film che Lucas Belvaux ha scritto con Jérôme Leroy, autore nel 2011 del libro The Block, su un partito di estrema destra in cerca di rispettabilità. “Non sono state semplici polemiche ma una vera e propria aggressione, un’offensiva organizzata dal Front National che ha attaccato il film e ha insultato l’attrice a priori, basandosi soltanto sul trailer”, ha commentato Belvaux. “Gli esponenti del partito – ha aggiunto – hanno spiegato ai militanti cosa avrebbero dovuto pensare del film senza neppure guardarlo e come avrebbero dovuto esprimersi: è la classica strategia della distruzione tipica di un partito totalitario, in cui il capo dice cosa si deve pensare e tutti pensano la stessa cosa”. Il regista sostiene che la leader del partito di estrema destra ricopra un ruolo di sfondo in Chez Nous, che invece ha ambizioni che vanno oltre la politica e il cui intento è “stimolare una discussione” sulle dinamiche antropologiche e sociali dell’epoca di oggi. Il film, ha sottolineato, “si inserisce all’interno di un dibattito democratico e pone domande più che dare risposte”. “Mi piacerebbe – ha detto Lucas Belvaux – che il pubblico cogliesse, nel mio film, un ritratto giusto, corretto, oggettivo della realtà di oggi, che non lo leggesse come una caricatura ma lo conservasse come un’istantanea della Francia contemporanea”.

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