Il ruolo salvifico della Black Music

di Giacomo Vedovato (ansa.it, 3 aprile 2020)

Nonostante il suo essere pervasiva nelle nostre quotidianità, spesso diamo la musica per scontata, godendone superficialmente, come fosse un dono celeste. Nulla di più sbagliato, o meglio, ingrato. Gran parte degli stili musicali che hanno fatto la storia dell’ultimo secolo, che ci hanno fatto emozionare, che ci hanno caricati di energia o hanno lenito le nostre ferite, li dobbiamo a una delle più clamorose ingiustizie nella storia dell’umanità – più precisamente, di una parte di essa.Soul_to_SoulLe principali articolazioni stilistiche che compongono il panorama musicale contemporaneo hanno origini profonde e sono tutte figlie del sacrificio e della sofferenza, quelle di un popolo strappato dalla propria terra e ridotto in catene, che ha tradotto in onde sonore il sentimento verso un mondo che l’ha privato della libertà, mettendolo al servizio di una razza proclamatasi superiore, trattandolo come un prodotto collaterale dell’umanità. Ed è da questo blend di albagia e delirio solipsistico che si origina la tempesta emotiva da cui hanno preso forma numerose sfumature di magia fatte di note, parole e, dopo un tortuoso percorso di autodeterminazione, dischi.

La prima espressione musicale dell’universo afroamericano si ebbe con i cosiddetti “field holler”, letteralmente “urla dei campi”, nati con il difficile compito di accompagnare le durissime giornate di lavoro nel periodo della schiavitù. Da questo substrato si innescherà una reazione a catena, ispirando la genesi degli stili musicali, tutti figli o nipoti delle “urla dei campi”. Dapprima lo Spiritual, tra fine Settecento e inizio Ottocento. Poi, quasi in parallelo, il Gospel e il Blues – perfezionatosi, nella sua forma classica, dopo la Guerra di Secessione, che portò in dote la fine della schiavitù, rendendolo la prima espressione musicale del mondo nero libero. Nel Novecento arrivano in successione cronologica, il Jazz, il Rhythm and Blues (o R&B) e, finalmente, all’alba degli anni Sessanta, il Soul. Nello spazio di mezzo secolo, il Soul è stato origine di capolavori musicali, conquiste simboliche e, non ultimo, il fiero strumento di generazioni di indiscussi talenti.

Un mare di storie, vicende e momenti indelebili che sono stati ripercorsi da Alberto Castelli, tra i massimi conoscitori italiani della Black Music, nel suo Soul to Soul, edito da Chinaski. Tra le sue pagine, la storia del Soul – e, più in generale, di una buona fetta della Black Music – s’intreccia a svariati aneddoti, storie e “dietro le quinte”, puntualmente arricchiti dall’esperienza diretta dell’autore. Uno dei più grandi meriti del libro, riportando frammenti dei testi e accurate descrizioni degli arrangiamenti, è quello di riuscire a intrappolare su carta le emozioni che si provano ascoltando le melodie descritte, o interiorizzandone la potenza delle frasi racchiuse nei testi. Riascoltare alcuni brani dopo averne letto le note dell’autore, acquisendo rinnovata e approfondita consapevolezza, fa una differenza simile a quella che passa tra osservare un dipinto da profano e ammirarlo, invece, dopo averne studiato il contesto storico, la corrente artistica di riferimento e la storia personale del pittore. Così, assaporare di nuovo la sopraffina architettura sonora di Controversy ti apre gli occhi su come Prince, già nel 1981, fosse il futuro ante litteram. O di quanto travolgenti fossero i Jackson 5, trascinati da un ragazzino che, mentre i coetanei occupavano i banchi delle elementari, faceva già esplodere una voce e un senso del ritmo surreali (e questo ben prima che il mondo avesse cognizione della portata di Michael Jackson).

Osservandolo da un’altra prospettiva, il testo si pone come utile strumento per le generazioni più recenti, guidandole tra i numerosi artisti del passato: così, anche i più giovani avranno modo di avvicinarsi a James Brown e Sam Cooke, rispettivamente il Padrino e il Re del Soul, nonché ai pionieri di uno stile che cambierà tutto. O di familiarizzare con la sensualità misuratamente profonda della voce di Al Green, espressa appieno in Let’s stay together, e con la sua storia movimentata, che inizia in chiesa e, dopo pericolose deviazioni, in cui rischiava di perdersi, in chiesa si chiude, portandolo ai vertici della Full Gospel Tabernacle Church di Memphis – la cui visita, per inciso, è al 29° posto tra le cose da fare a Memphis secondo Tripadvisor. O ancora, avvicina al senso intimo del ruolo della Motown Records (da Motor Town, ovvero Detroit) negli anni Sessanta, scuola di vita prima ancora che casa discografica, che regalò al mondo il “suono della giovane America” grazie a leggende come Marvin Gaye, i Jacksons 5 (e poi, il Michael Jackson solista), The Temptations, Stevie Wonder, Lionel Richie e lo stesso Al Green. E, dall’altro lato, l’eterna inseguitrice, quella Stax che sfornava le proprie melodie 11 ore di auto più a Sud, da Memphis, e che fece esplodere un certo Otis Redding, con cui era convinta di poter mettere a sedere proprio gli arcirivali della Motown. Peccato per quel 10 dicembre del 1967, quando un incidente aereo si portò via per sempre “The Big O”.

Leggendone tra le righe, il libro offre anche una visione d’insieme delle condizioni sociali in cui fu costretta la comunità afroamericana nei vari decenni, pregiudizio inveterato a cui neanche le “star” erano immuni. Basti pensare, ad esempio, che l’R&B, prima di assumere l’attuale denominazione, era chiamata Race Music, al pari dei dischi incisi da artisti afroamericani per il pubblico nero, definiti, a loro volta, Race Records. Addirittura, erano etnicamente differenziati sia il circuito di fruizione della musica (si pensi, ad esempio, alla WBLS, la storica black radio di NY) sia il relativo sistema di ranking – la Black Music, infatti, gareggiava in un campionato a sé, volendo raccontarla per eufemismi. Un’ineguaglianza che emerge persino dal racconto di fatti cui, oggi, guardiamo con una lente del tutto diversa. Come il passaggio che racconta l’acquisto di un aereo da parte di Otis Redding, che, se per le star di oggi è quasi normale consuetudine, per un afroamericano negli anni Sessanta aveva un significato intimo ben più profondo: profumava di libertà, perché eliminava l’apprensione che accompagnava le trasferte “troppo a Sud”, in cui eri costretto a viaggiare per ore in condizioni precarie e, una volta a destinazione, non sapevi quanto avresti impiegato a cercare un ristorante o un albergo che accettasse avventori di colore.

Visionario e scaltro fu, in questo senso, Berry Gordy, fondatore della Motown. Come affermerà Marvin Gaye, per un bianco alla ricerca del successo era sufficiente il talento, mentre un nero, prima di tutto, doveva dimostrare di saper parlare un Inglese corretto. La Motown Charming School nasce da quell’aberrante convinzione, ponendosi come mezzo per offrire agli artisti dell’etichetta lezioni di stile, ballo e Inglese colto non per brame d’omologazione, ma con il fine ultimo di dimostrare che un nero poteva avere successo esattamente come un bianco, e fare probabilmente persino meglio. Numerose sono anche le testimonianze di come la musica abbia saputo creare rifugi, delle zone franche in cui essere sé stessi fino in fondo, al netto di qualsiasi differenza, godendo liberamente della propria arte. La Stax, come riporta l’autore, era uno dei rari posti di Memphis – e, più in generale, di larga parte degli Stati del Sud – in cui bianchi e neri potevano lavorare insieme senza che si gridasse allo scandalo, esattamente come avrebbe sempre dovuto essere. Memorabili, poi, erano le esibizioni di Willie Mitchell – al quale Al Green deve la sua redenzione, in un rapporto simile a quello che lega Rocky Balboa a Mickey Goldmill – che, puntualmente, raccoglievano l’applauso dei due mondi, quello nero e quello bianco, in un’epoca in cui, per una cosa del genere, si poteva gridare al miracolo. Probabilmente, è proprio ad attimi come questi che si riferiva Solomon Burke quando parlava del “potere segreto della musica”.

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