Il vero gesto atletico

di Emanuela Audisio (vanityfair.it, 15 giugno 2020)

La libertà di giocare. Quella lo sport la perse, anzi gli fu tolta. Niet a Mosca 1980. Gli atleti pagarono sulla loro pelle le ragioni di Stato. I pugni di Città del Messico ’68, l’illusione di poter contare, non solo in una corsia, era svanita, in più ci aveva già pensato Settembre Nero a Monaco ’72 a insanguinare tutto e a ribadire che lo sport poteva essere sequestrato, calpestato, ammazzato. Era solo merce di scambio.

Getty Images
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Mosca ’80 resta alla Storia come il più grande boicottaggio olimpico, made in Usa. L’ordinò Jimmy Carter per via dell’invasione sovietica in Afghanistan. Dead end: 65 Paesi restarono a casa. Non c’era gara contro la libertà democratica, ai campioni venne tolto ogni traguardo, il divieto tagliò gambe e fiato a chi da 4 anni aspettava quella luce dei riflettori per brillare e guadagnare. L’amministrazione Carter non lasciò scampo: a chi si fosse recato in Urss sarebbe stato tolto il passaporto americano.

Per lo sport quella fu la Generazione Perduta, come spiega Edwin Moses, re dei 400 ostacoli: «A noi atleti nessuno chiese niente, la politica fece il nobile gesto, ma da vigliacca, senza interpellarci. Dopo Montreal ’76 abbiamo dovuto aspettare 8 anni per un altro palcoscenico olimpico». Non era ancora il tempo del grande ego, del Dream Team, del «just do it» e del campione che usa la sua libertà per trionfare su tutto e tutti. Lo sport era l’argenteria delle nazioni, il biglietto da visita delle diplomazie estere, anche se a qualcuno la guerra piaceva fredda. Ma per gli atleti interrotti, senza più traguardo, fu «Pain and Agony». Dolore e agonia. Uno come il nuotatore Brian Goodell, ora sindaco a Mission Viejo in California, perse la libertà di esistere. «Nel ’76 a Montreal, a 17 anni, avevo vinto i 400 e i 1.500 stile con il record mondiale. A Mosca avrei avuto l’età giusta per realizzare i miei sogni, per cementare la mia supremazia, ma mi fu impedito. Caddi in depressione, non riuscivo più a trovare la forza per alzarmi dal letto. Quella sensazione di vuoto non l’ho mai dimenticata».

Jesse Vassallo andava forte nei 200 dorso e nelle due distanze dei misti, nessuno al mondo aveva i suoi tempi, e infatti ai Giochi nessuno nuotò più veloce di lui. Così quando fu invitato come risarcimento alla Casa Bianca e il presidente Carter gli strinse la mano chiedendogli cosa avrebbe combinato a Mosca, lui rispose con sincerità: «Due ori e un argento». Carter lo guardò storto, ma smise di fare anche agli altri quella domanda. Si limitò a consegnare agli atleti della squadra soprannominata «The team to nowhere» una medaglia d’oro del Congresso (la prima fu data a George Washington nel 1776). Il premio per non essere andati da nessuna parte.

Tracy Caulkins, forse la più grande nuotatrice americana della Storia, una che in acqua vinceva tutto, dice che il boicottaggio fu una rapina. «I sovietici sono rimasti in Afghanistan per 9 anni. Hanno forse sentito la mia pressione? No, il boicottaggio ha fatto male solo a noi atleti, ci ha spiaggiati, in modo poco sportivo». Glenn Mills aveva 18 anni e finalmente era riuscito nei 200 rana a dominare la concorrenza, ma anche lui fu fatto prigioniero a casa. «Quello che mi fa più male è che se digitate il mio nome nella sede dell’Usoc, il comitato olimpico americano, sulla mia scheda c’è scritto: did not compete, non ha partecipato. Ho dato 17 anni della mia vita al nuoto e causa boicottaggio non è rimasto niente».

Mosca ’80 rese orfana una generazione che ancora credeva nella famiglia. O almeno la privò dell’orgoglio di sentirsi parte di un qualcosa. Pietro (Mennea) rincorse e domò la sua rabbia, Sara (Simeoni) volò lassù, molto imprendibile. L’Italia partecipò a titolo individuale (gli atleti militari, invece, restarono a casa), senza inno e tricolore, e grazie alla resistenza di Franco Carraro, presidente del Coni, che liberò lo sport dalle esigenze della politica, dicendo no a Craxi, che non gli parlò più per un anno. Aveva disubbidito, portando a Mosca un’Italia e uno sport ribelle che non aveva rispettato lo stop del governo. Come si permettevano? Quando la spedizione azzurra rientrò tra gli applausi con 8 ori, l’Afghanistan non interessava più così tanto. E i campioni tornarono a essere italiani, figli prediletti, non più disgraziati in esilio. Mosca ’80 rese chiaro a tutti che il prezzo degli ideali va pagato di persona, non scaricato su altri. Che imporre al mondo di non giocare per un’offesa (anche se grave) significava tenere lo sport in ostaggio, togliergli ogni moto a luogo.

Sì, freedom. Quella che cantava Richie Havens, la canzone che aveva inaugurato il festival di Woodstock nel ’69 diventando colonna sonora. La libertà di ribellarsi, comunque. Contro un clima opprimente, contro chi fa muro, ti fischia e non ti apprezza. La trovò quel bel tipo di Władysław Kozakiewicz, astista polacco che, stanco di essere ingiuriato da un pubblico di regime che sosteneva il sovietico Konstantin Volkov, vinse l’oro, senza mai sbagliare, e si prese con 5,78 anche il record del mondo. Nessuna parola, fece solo tiè. La tv sovietica oscurò il gesto dell’ombrello, ma il resto del mondo lo vide benissimo. L’ambasciata dell’Urss chiese la sua squalifica, quella polacca rivendicò «un involontario spasmo muscolare dell’atleta». La libertà è proprio così: uno spasmo incontrollabile.

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