Vestirsi populista

di Fabiana Giacomotti (ilfoglio.it, 11 giugno 2018)

Non bastano le barricate, distruggere e alzare le picche al cielo. Ogni rivoluzione ha bisogno delle sue insegne, delle sue coccarde e dei suoi simboli di riconoscimento. E, come ogni rivolta che si rispetti, anche quella gialloverde deve quel poco che si può vedere da queste prime settimane alla lezione del berretto frigio, com’è facile verificare digitando un paio di nomi sul web.vestirsi_populistaIl nome da cercare è Salvatore Tresca. Fra il 1788 e il 1810, dalla sua tipografia di Parigi, questo incisore palermitano diffuse in tutta Europa l’immagine dei nuovi eleganti alla moda rivoluzionaria. Le stampe, probabilmente tratte da disegni di Louis-Léopold Boilly, divennero talmente famose da costituire tuttora il riferimento per gli studiosi di costume dell’epoca e una facile fonte di guadagno per i venditori di stampe digitalizzate sul Lungosenna. Ritraggono, con leggera ironia, i belli e le belle “du bon genre”, cioè il genere borghese in ascesa in sostituzione di quello aristocratico fuggito o in corso di sterminio, nelle sue forme e pompe estetiche e comportamentali: abbigliamento, modi, balli, divertimenti. All’epoca li si definisce i petits-maîtres della moda, maestrini: in realtà si tratta di gente d’ogni risma, non di rado della peggiore, che non avendo altra occupazione se non quella di girare per strada inneggiando a Danton o alle esecuzioni in Place de Grève si compiace di rappresentare le istanze post-rivoluzionarie nella maniera semplice ed efficace delle forme dell’abbigliamento. Contrariamente a quel che potete immaginare e che forse già sapete, gli uomini raffigurati da Tresca, che si preparano ad applaudire la decapitazione di Luigi XVI Capeto, non sono affatto dei sanculotti, ma indossano molte delle tranquillizzanti insegne dell’Ancien Régime, a partire proprio dai pantaloni al polpaccio, la culotte courte dei nobili dall’effetto magnificante attorno alla braghetta. Giovani, sia nella declinazione maschile sia in quella femminile si mostrano divertenti, maliziosi, irriverenti. Smessi del tutto i panier che già Maria Antonietta osteggiava, le “meravigliose” post-rivoluzionarie sfoggiano le tuniche di ispirazione greca classica, le cosiddette “diafane”, realizzate in tulle così leggero che a detta della baronessa di Vandey, autrice di un successivo Souvenirs du Directoire et de l’Empire, vi si poteva agilmente osservare il colore delle giarrettiere indossate molti strati più sotto, e capelli arricciati e gonfi, vaporosissimi. Gli “Incredibili”, il loro corrispettivo maschile, portano invece vistosi cravattoni annodati, verdi o rossi, marsine dai revers così alti da coprire le basette e i capelli intrecciati, braghe e calze a righe orizzontali, molto simili a quelle che non solo il ministro dell’Interno Matteo Salvini nel giorno del giuramento al Quirinale, ma tutti i maschi italiani indossano in ogni occasione da qualche anno, immagino per la gioia dell’amico Giuseppe Colombo che le produce o dei suoi meno costosi epigoni. Una lunga premessa per dire che le calze a righe indossate con le scarpe allacciate, più o meno formali o sformate, rischiano di diventare il tratto vestimentario della nuova, dichiarata Terza Repubblica così come il loden post-sessantottino è stato quello del governo Monti e lo zainetto il marchio distintivo dei Renzi boys e di un certo giovane potere milanese orbitante fra Piazza Meda e Foro Buonaparte, cioè la sede delle grandi banche e delle case degli ex raider terrorizzati dal declino. Voler ignorare il ruolo sociale e simbolico dell’abito è un errore strategico, tanto più in politica dove ogni tic e ogni vezzo diventano oggetto di speculazione o di imitazione servile. Per questo, accanto alle prime immagini del nuovo governo, è già partito il gioco delle verifiche e delle divinazioni: il ministro dell’Interno Matteo Salvini seduto a gambe larghe e calzerotti a righe digradanti nei toni del blu, saldamente piantato a terra come il suo progetto “che ha radici solide”, è stato oggetto di molti commenti sui social da parte di mamme e zie attente all’educazione formale (i modaioli, che in realtà dello stile altrui si interessano meno di quanto si creda, non hanno proferito parola, e nel nuovo esecutivo hanno preso di mira innanzitutto il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana), mentre la zazzera del premier, “certamente tinta” secondo sorprendente dichiarazione di Carlo Freccero, è stata letta in ambienti Rai come un suo tentativo di smarcarsi nel caso in cui dovesse occupare una poltrona in Consiglio, come peraltro molti vorrebbero anche a Viale Mazzini. Insomma, per essere rivoluzionari, lo-Stato-siamo-noi, siamo al minimo della propaganda simbolica: un cravattone slacciato, un paio di calzini fuori luogo, un cachet bruno fatto dal parrucchiere sotto casa o forse no; non sufficienti neanche per un’azione diversiva in vista di promesse impossibili da mantenere. Si rimpiangono i Caraceni squadrati e spallatissimi degli anni berlusconiani quando, a voler mordere, noi del coté moda e costume potevamo affondare i denti nella carne viva, trovando ottima polpa. Qui c’è poco da vedere e ancor meno da ispirarsi: si teme che il governo gialloverde non passerà alla Storia per una rivoluzione dello stile come quello di Robespierre. Per esempio, la foto del giuramento al Quirinale è leggibile e interpretabile solo dagli specialisti: dall’à plomb perfetto dei pantaloni del premier e del presidente si capisce che frequentano le sartorie, mentre è evidente che al ministro della Famiglia nessuno controlli l’orlo prima di farlo uscire, e dire che vanta una famiglia tradizionale: i pantaloni sono troppo lunghi e gli cadono a pieghe molli, inguardabili, attorno alle ginocchia; Salvini deve aver mangiato davvero troppo in questi mesi e il completo che indossa sembra sul punto di esplodere. Di Maio ha completo, cravatta e scarpe nuove, probabilmente comprate su consiglio di mammà perché quello della sua cravatta è l’esatto punto di azzurro usato nei matrimoni del Sud, e della stessa seta lucida. Pochezze. Si dovesse giudicare il nuovo governo per i suoi tratti vestimentari, verrebbe difficile andare oltre la chioma arruffata di Barbara Lezzi e le scarpette fetish di Giulia Bongiorno, ministro per la Pubblica amministrazione che si è già conquistata una nuova fetta di sostenitrici femminili dopo essere intervenuta in difesa di una donna aggredita da un turista ubriaco nel centro di Roma mentre “i passanti assistevano impotenti”, come da cronaca di prammatica e triste realtà: nastri e allacciature maliziose sotto il tailleurino grigio hanno offerto uno spunto di riflessione a osservatori di costume e psicologi almeno quanto la sua azione coraggiosa ha rafforzato la percezione pubblica della sua associazione “Doppia difesa” contro gli abusi e le discriminazioni subite dalle donne, fondata nel 2007 con Michelle Hunziker. Non sarà l’abbigliamento, il tratto estemporaneo del governo; tanti hanno l’aria dei sanculotti costretti in abiti formali per la prima volta e senza il coraggio di riformarli davvero. Dei “meravigliosi” mancati. Piuttosto, è l’aria che tira a ispirare l’uniformità grigia della timorosa attesa all’esterno del Palazzo. Quel che preoccupa una buona parte degli elettori avvezzi a cogliere i segni del potere non la cravatta che il premier si aggiusta di continuo, quanto le parole che sopra la cravatta il premier esprime. Il lapsus di Conte sulla giustizia, quella “presunzione di colpevolezza” che detta da lui, avvocato e dunque presumibilmente avvezzo all’arte oratoria, è suonata come una rivelazione o, peggio, un programma di governo, ha già assestato un colpo durissimo a qualunque futura possibilità di leggerezza. Si vanno preparando momenti duri per noi che scriviamo di gradevolezze pur economicamente rilevanti come la moda e che per mesi abbiamo condotto la nostra solitaria battaglia a favore dell’economia dello stile convinti che il nuovo governo, constatato il suo ruolo di primo piano nella bilancia dei pagamenti, dovesse occuparsene come aveva fatto quello precedente. Novantaquattro miliardi di euro di giro d’affari e una previsione di crescita del 6-8 per cento nei consumi di beni di lusso personale a livello mondiale per l’anno in corso ci sembravano aspetto rilevante per un governo che ha messo per iscritto l’obiettivo flat tax e persegue il reddito di cittadinanza. La questione non sembra invece all’ordine del giorno, come indicano anche altri fattori. L’attuale ministro dei Beni culturali, abile gestore di una scuola privata per disegnatori, grafici, tagliatori e sarti dove gli studenti pagano da 6 a 16 mila euro di retta all’anno, ha subito annunciato di voler aumentare i fondi destinati dal suo dicastero alla valorizzazione dei beni del Paese, ma nessuno dei quotidiani a tiratura nazionale ha trovato modo o tempo per approfondire la questione con lui: il tema dei migranti, lo snodo dei rapporti con Putin e dell’allineamento con la Nato e la spada di Damocle dello spread sono argomenti sufficienti a catturare altrimenti l’interesse dei media. Quali siano i settori economici di interesse per l’esecutivo Lega-Cinquestelle si vedrà nei prossimi giorni alla conferenza stampa di apertura di Pitti Uomo, sede distaccata del potere renziano fin da anni precedenti al suo governo e cartina di tornasole dell’interesse dei governi nel settore trainante della nostra economia. Tutto si capirà dalla presenza o meno di Palazzo Chigi, e su quello gli industriali della moda andranno regolandosi. Segnali concreti, realisti. Nonostante quel che si dice sulla nostra creatività, noi italiani siamo infatti quasi del tutto privi di capacità di astrazione. Ne scriveva già nel 1964 Luigi Barzini in un celebre saggio sui suoi connazionali e la loro intrinseca incapacità di rinnovare le forme della vita politica, “gente anche eccezionale singolarmente, e debole quando massa”; un “muro fragile fatto di mattoni solidissimi”. A noi raramente capita di cogliere i movimenti della loro essenza e nel loro idealismo: ci attacchiamo invece e con gusto ai particolari. Abbiamo una ovvia predilezione per il solido, il comprensibile, il divertente. E nel contempo, ci mostriamo diffidenti nei riguardi di tutto ciò che è troppo onorevole, spirituale, nobile. La cultura del sospetto, di cui Conte ha dato prova qualche giorno fa, dimostra il suo essere innanzitutto italiano, prima che premier e avvocato. “Questo timore che le cose più allettanti finiscano male”, scriveva Barzini, “ha costituito tendenze costanti della vita italiana da tempi immemorabili”. Precauzioni mentali, antichi espedienti inconsapevolmente accettati dalla grande maggioranza e perfezionati nei secoli per passare illesi attraverso il fuoco della vita. “Gli italiani hanno una predisposizione realistica che li rende inclini alle cose tangibili, palpabili, sperimentate, raggiungibili dai sensi”, di immediato riscontro popolare e condiviso, scriveva, sulla stessa linea, John Addington Symonds nel suo Rinascimento in Italia, che pure in Italia aveva trovato generosa omertà per le sue inclinazioni omosessuali che, sconfinanti nella pedofilia, avevano provocato la sua cacciata da Oxford, dove occupava la cattedra di Poesia. Lo dimostriamo anche nella letteratura, questo amore per il sostanziale, il reale, il dettaglio colorato da cui trarre indicazione per uniformarci o (raramente) prendere le distanze: il nostro modo di essere si esprime nelle novelle medievali e rinascimentali, i racconti da cui Shakespeare trasse i suoi drammi più importanti. La stessa parola “novella” esprime concretezza, declinazione narrativa di un fatto reale contro il parto dell’immaginazione, e la lezione che il lettore ne trae non è intesa a edificarlo, ma a imparare a difendersi dall’inganno, dall’arroganza e dalla scaltrezza altrui e ad approfittarsi delle debolezze del prossimo; a leggere attraverso l’ipocrisia e a uniformarsi ai voleri del potente, a compiacerlo con gesti simili ai suoi. Per centinaia di anni abbiamo continuato a creare opere d’arte intese a lodare i forti e a deridere i deboli e gli sconfitti. “Per i migranti, la pacchia è strafinita”. Ci piacciono intrighi e raggiri, e dai primi anni Novanta abbiamo riempito i nostri quotidiani di sapidi retroscena, affidati alla penna di notisti versati nell’osservazione e destinati a divertire il pubblico incapace di appassionarsi alle leggi. Questo articolo ne è un esempio: nel gergo giornalistico si definisce “di alleggerimento”. Vi è già chiaro da cosa.

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