Abbiamo davvero capito perché si ride?

di Matteo Marchesini (ilfoglio.it, 23 agosto 2020)

Perché si ride? Per Schadenfreude? Perché gli altri ci appaiono dei burattini goffi, come dice Bergson? O perché così ci mostrano ciò che anche noi siamo e non osiamo rivelare? Si ride, freudianamente, se una battuta allenta il morso della repressione? O se scrollandoci di dosso la camicia di forza della logica scorgiamo il nonsenso sotteso a ogni discorso sensato? È più divertente trovare una discrepanza dove si suppone l’uniformità o una ripetizione dove dovrebbe esserci una differenza, come quando un uomo imita scimmiescamente un suo simile?TerryEagleton_Breve_storia_della_risataSu questi temi classici ragiona Terry Eagleton in una Breve storia della risata, uscita ora dal Saggiatore. Lo fa, al solito, con verve e passione politica. Nel pamphlet riecheggia, infatti, un’altra vecchia domanda: è possibile distinguere “l’umorismo come trasformazione e l’umorismo come diffamazione”? Recitando la crudeltà, gli stand up comedian la straniano o finiscono per esaltarla? Dov’è il confine tra contestazione e apologia dell’esistente? Bisogna guardare a Kundera e a Bachtin, che recuperano il sorriso e il carnevale contro la dittatura, o guardarsi da una pratica che rischia di schernire chi è già schernito dalla vita? E in entrambi i casi “la comicità e il fatalismo” non saranno “in combutta”?

“Lo scopo di una battuta”, osserva Orwell, “non è quello di umiliare l’essere umano, ma di ricordargli che è già umiliato di suo”. Ecco: forse il buon umorismo non sovverte il potere né lo rafforza, ma lo relativizza come fa con l’io (perciò i capi carismatici lo detestano scegliendo il sarcasmo). E forse arrendersi in apparenza al disumano aiuta a trasformare una schiavitù dolorosa in un sentimento liberatorio: ci si rilassa proprio perché non si ha e non si è più niente. Secondo Leopardi chi sa ridere è padrone del mondo come chi è pronto a morire.

Eagleton, che non cita Pirandello, evita di separare umorismo, comicità e satira. A interessarlo è l’effetto comune di questi fenomeni, una manifestazione animale che gli animali non conoscono. Chi ride può aggredire ma “non può mordere”, nota Elias; e può essere a sua volta oggetto di riso, perché non controlla il corpo.

Morire dal ridere, si dice: come letteralmente capita nel Morgante a Margutte quando una scimmia si mette i suoi stivali, e dunque lo imita. La risata senza freni minaccia l’io. Per questo se la permette più facilmente chi ha un’identità certa e chi non ha nulla da perdere. Flessibile come un cartone animato, quasi sempre il servo cade e si rialza incolume, mentre “i grandi”, con rigida dignità, “vanno incontro alla disfatta”. Ma i grandi esistono solo nelle tragedie principesche, al di qua di una modernità in cui nessun ruolo rimane stabile. Noi siamo figli di un’idea della storia che è stata chiamata comica, perché ne sottolinea l’eterogenesi dei fini o i rovesciamenti dialettici. E non a caso le maggiori riflessioni sul riso nascono proprio nelle fasi incerte di transizione: l’età romantica, il primo Novecento, il postmoderno.

Tuttavia, i borghesi che la storia moderna porta alla ribalta sono troppo insicuri per ironizzare sul suo corso con un motto aristocratico o una facezia plebea. Cercano di nobilitarsi facendo i seriosi: altrimenti avvertirebbero la propria inadeguatezza e scoppierebbero a piangere rendendosi ridicoli. Presto però scoprono che anche questa maschera è ridicola, anzi temono che lo sia persino la serietà vera. Allora imparano un’ironia sogghignante, difensiva, e costruiscono una società in cui non si può né parlare seriamente né liberamente ridere: è il regno dell’infotainment.

E qui vorrei indicare un aspetto su cui Eagleton tace. Scherzare richiede tatto, senso delle proporzioni e delle posizioni: il modo giusto cambia a seconda del contesto. Ma appunto, serve un contesto. Si può far ridere dove le persone condividono una fitta trama di riferimenti e allusioni. Noi invece oscilliamo tra una miriade di bolle, ognuna col suo gergo incomprensibile alle altre, e una comunicazione generalista per tutti e per nessuno. Quando i due piani s’incontrano senza mediazioni, ogni accento che colora la lingua del minimo comune denominatore sociale non può che venire frainteso. Di qui le polemiche grottesche su politically correct e cancel culture, in cui si trattano come input decontestualizzati battute o concezioni che per essere discusse esigono un linguaggio stratificato, in grado di cogliere i presupposti e il tono delle parole. Ma spesso non ci si capisce più nemmeno nella stessa bolla.

Piergiorgio Paterlini teneva su Cuore la rubrica Parla come mangi: un esempio di prosa impettita, tratta da giornali o libri, e a fianco la sua “traduzione” krausiana. Oggi la ripropone su Robinson, parodiando i risvolti dei romanzi appena usciti. Già una decina di volte, editori e autori hanno rilanciato le sue parodie come “stupenda recensione”. Viene da ridere. Ma con chi farlo?

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