Camici politici, è spillover

di Stefano Baldolini (huffingtonpost.it, 10 luglio 2020)

Il salto di specie era nell’aria, lo si aspettava a giorni se non a ore, era la popolarità crescente a evocarlo, i sondaggi a predirlo, le percentuali di share tv a certificarlo. I virologi sono diventati politici. Il primo caso è in arrivo dalla Puglia, terra meravigliosa di Emiliano e di Xylella, e porta il nome di Pier Luigi Lopalco, epidemiologo, che non ha smentito – tutt’altro – la candidatura nelle liste del governatore alle prossime Regionali. Dal “virologo zero” Lopalco, dunque, il contagio potrebbe diffondersi presto.Figurine-Panini-burla-dei-virologi-Zaia-e-Crisanti-Interpellati dalle agenzie, prima Fabrizio Pregliasco poi Matteo Bassetti hanno dimostrato di apprezzare la scelta del collega. Per il virologo Massimo Clementi sono «molti i colleghi che fremono» per scendere in campo. Altri, come Alberto Zangrillo, che da medico di Berlusconi di politica ne ha vista parecchia, esclude la cosa: «Non mi riguarderà mai». Chissà. Il ragionamento è che sempre di servizio ai cittadini si tratta. Prima negli oscuri laboratori di ricerca, poi nei vari comitati scientifici, poi in tv, poi forse in Parlamento, che di scienziati, va detto, già ne ha visti più di uno. E della fama di Rita Levi-Montalcini e Carlo Rubbia, nominati senatori a vita. Nominati, appunto.

E qui arriviamo al primo punto serio della questione. Perché una cosa è essere chiamati a servire le istituzioni, e magari ad arricchirle, un’altra è arrivare nel Palazzo utilizzando il consenso accumulato facendo – pur bene – il proprio lavoro. Figuriamoci in ambiti così delicati e popolari come la salute delle persone. Escludendo che nessun uomo di scienza che si rispetti usi la propria influenza e il proprio prestigio per costruirsi a priori una carriera da parlamentare, resta il fatto che questa strada, già percorsa da altre figure professionali, come i magistrati e gli avvocati, per dire, si è dimostrata pericolosa e ha portato al dilemma su cui ci si arrovella da anni: è una strada senza ritorno? Chi abbandona la toga, o il camice bianco, per intraprendere la legittima carriera politica, poi può tornare a esercitare legittimamente la professione?

Chi alle sirene del Palazzo ha detto no in passato, è stato uno che di consenso ne aveva parecchio come Roberto Burioni. Nel declinare l’invito renziano a candidarsi col Pd, aggiunse una frase illuminante: «D’altra parte, sto già facendo politica». E qui si tocca il secondo punto serio della questione. In questi mesi di lockdown, deciso dalla politica ispirata dai virologi, gli scienziati hanno spesso detto la parola decisiva che ha influito sulle nostre vite, sulle nostre abitudini, sulle nostre scelte. Considerato il problema, una pandemia originata da un virus letale e sconosciuto, il rapporto di forza tra decisore politico e consulente scientifico è stato spesso sbilanciato a favore dei secondi. Che hanno orientato, ispirato, consigliato, drammatizzato (o meno). Hanno fatto politica, dunque. Ma senza essere politici. Il che vuol dire senza doverne risponderne in termini di approvazione e consenso, che poi vuol dire responsabilità. In generale, dunque, essendo più liberi di poter esprimere le proprie idee, anche scomode, ma da una posizione di relativa tranquillità, in una comfort zone che si deve agli esperti. Di qui, la tesi dei favorevoli alla discesa in campo: che c’è di male nel lasciare che i tecnici si sporchino le mani? Di sicuro si eviterebbe lo stucchevole rimpallo di responsabilità, tipico dei momenti più drammatici, tra politica e tecnici.

Ma c’è poi una terza questione, forse la più insidiosa. Chi abbandona la neutralità della scienza per approdare alla partigianeria della politica, avrà coscienza che le sue idee, le sue competenze, le sue decisioni, dovranno fare i conti con un carico altrettanto strutturato di idee, competenze, decisioni, però al servizio di interessi avversi? Saprà contemperare la retorica della verità della Scienza e la retorica dell’errabonda democrazia? Nella storia relativamente recente ci sono due casi esemplari di “uomini di scienza” approdati in politica. Anzi, una è una donna e si chiama Angela Merkel, fisica laureata all’Università di Lipsia, poi un dottorato in Chimica quantistica, che – non a caso – nella gestione dell’emergenza Covid si è distinta per equilibrio e competenza. L’altro, Radovan Karadžić, psichiatra, ha studiato disturbi nevrotici e depressione in Danimarca, poi, dopo la specializzazione alla Columbia University di New York, è tornato a lavorare all’ospedale di Sarajevo, in Bosnia, della cui Repubblica serba, qualche anno dopo, diventa il presidente. Attualmente è in carcere perché condannato a 40 anni di reclusione dal tribunale penale internazionale per il genocidio di Srebrenica, di cui, in questi giorni, ricorre il 25ennale.

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