Cari scienziati, la ricerca non è spettacolo

di Francesca Ulivi* (espresso.repubblica.it, 5 giugno 2020)

Caro clinico, caro ricercatore, caro scienziato,

ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per noi in questi mesi. Per le ore e i giorni e le notti passati in reparto con addosso quei paramenti insopportabili, cercando di salvare ogni persona, ogni vita. Per quelli passati in laboratorio, sui dati, sulle tabelle, al microscopio, ad analizzare e discutere i dati, sperando di trovare evidenze che il prima possibile ci spiegassero cosa sta accadendo; per quelli passati davanti al computer costruendo modelli possibili per capire da che parte andare, a spiegare alla politica cosa sta succedendo.

Ansa
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Pur sapendo che ogni spiegazione avrebbe potuto essere diversa il giorno dopo, alla luce di nuovi dati e nuove informazioni. Ti ringrazio, perché senza di te, senza di voi sarebbero morte ben più delle oltre 33mila persone che piangiamo ininterrottamente dall’inizio di marzo. Lo sforzo fatto dal personale sanitario e dai ricercatori in questi mesi è immane, la pressione che avete sopportato sulle spalle è al limite dell’umano. Lo so. Ne ho uno di voi accanto. Ho vissuto questa pandemia con gli occhi del paziente fragile, quale sono, e con quelli del medico e del ricercatore impegnato a sconfiggerla. So cosa avete passato e cosa state passando. E però l’ho vissuta anche con gli occhi di chi ha fatto della comunicazione e dell’informazione la sua missione, di chi lo fa da 30 anni con la stessa dedizione con cui tu curi le persone o fai ricerca.

C’è una infodemia in corso, che ha creato, crea e soprattutto creerà forse altrettanti danni della pandemia. Il danno maggiore sarà (ed è già) che la popolazione, stanca, psicologicamente ed economicamente provata dal lockdown, confusa da tutte queste voci contrastanti, non crederà più nella scienza, o la seguirà sempre meno. A tutto vantaggio dei movimenti complottisti, dei no-mask, dei no-vax, di quelli della cura facile e della soluzione che è più comoda e semplice da raggiungere. Quelli che siccome la mascherina è scomoda, allora fa venire il cancro, leviamola. Quelli che siccome stare a casa è pesante, allora il virus non uccide, usciamo tutti. La scienza e la medicina invece sono fatica, dibattito, sono scelte complesse e difficili, soluzioni plurime e non semplici da percorrere.

Preferisci fare dieci cicli di chemio che ti ammazza il fisico e lo spirito o berti tutte le mattine bicarbonato e limone? Le soluzioni facili hanno sempre affascinato gli italiani, quelli del siero di Bonifacio, della cura Di Bella, di Stamina e di Panzironi. Siamo un popolo che purtroppo non ha cultura scientifica, ignora cosa sia il metodo scientifico, come si conduce una ricerca, perché una ricerca è validata e un’altra vale come la mia lista della spesa. A scuola proprio non ce lo insegnano. Non ci insegnano manco la logica, non ce lo spiegano che “dopo” non vuol dire “a causa di”.

E tu caro medico e caro ricercatore, nel momento peggiore per la salute pubblica dell’ultimo secolo, cosa vai a raccontare a un popolo così? Che il Covid-19 è poco più che una influenza; che hai trovato il farmaco miracoloso perché son guariti due pazienti; che l’altro farmaco tal dei tali (nome commerciale) funziona, perché in vitro ci sono dei risultati; che è colpa degli impianti di condizionamento degli ospedali se si è propagato così, no è colpa dei treni sporchi; che tanto non sono morti “per covid” ma “con covid”; che aspetta però la cura l’abbiamo trovata con un altro farmaco e poi con un altro ancora e poi con il sangue iperimmune; che le mascherine non servono, no, però, aspetta forse servono ma quelle col filtro, no quelle col filtro no, servono quelle senza filtro; che il virus non c’è più e ciao e grazie.

E tutto questo non lo racconti con degli studi pubblicati, ma lo racconti sui social media, lo racconti in tv, nei talk show. E poi, apoteosi, ti metti a litigare coi tuoi colleghi in pubblico, sui social o in tv. Dove questo popolo a cultura scientifica zero ascolta e rimane attonito e poi ti volta le spalle e va da chi gli offre la soluzione più facile, da quelli che non vedono l’ora di sotterrare la scienza con le loro baggianate. Che poi il dibattito, le diversità e la pluralità è propria dell’ambiente accademico e scientifico ed è esattamente ciò che fa progredire la ricerca. Ma il dibattito nelle aule delle università, nei consessi di ricerca, non in televisione o su Twitter, come fanno le veline o i tronisti. Dici che è colpa dei giornalisti che travisano quello che dici? Sì ti credo, ma possibile che lo travisino sempre? È vero, hai ragione, una cosa così non era mai accaduta e tutti speriamo non accada mai più.

Mi sarei aspettata risposte meno urlate e meno politiche dalla scienza e dall’accademia. Un sano “non lo sappiamo, stiamo cercando di capire, sembrerebbe che, nel frattempo è importante fare così e colà”. Ovviamente in molti tra i clinici e ricercatori hanno usato il linguaggio proprio della scienza, quello del rispetto, dell’umiltà e del dubbio. In tv li vediamo poco e anche su Facebook. Perché certo è la legge dello spettacolo, dei media e della politica: se vuoi uscire dal rumore di fondo devi urlare, devi essere dogmatico, parlare per slogan, semplificare, fare tutto facile e possibilmente bello. Ma la scienza non è spettacolo, la scienza non è politica. Rassicurare un popolo non vuol dire sminuire il virus o fare proclami. Siamo si privi di cultura scientifica, ma non siamo inetti in preda alla paura. Le persone si rassicurano con i toni pacati, con la serenità, anche quella di dire “non lo so”, anche quella di dire “è grave”.

Sono infuriata, addolorata e preoccupata. Come facciamo adesso a infondere fiducia nelle persone verso la scienza? Come facciamo a spiegargli che le risposte sono poche e non chiare al momento e che bisogna avere pazienza? Come facciamo ad allontanarle dalla marea montante del complottismo? Accanto a voi e con voi, clinici e ricercatori, ci sono migliaia di persone che ogni giorno lavorano per la ricerca, raccolgono fondi per voi, propagano il sapere scientifico e lo traducono per questo popolo che ha difficoltà a comprenderlo, combattono contro ciarlatani e complottisti. E ora come facciamo ad andare avanti? Per favore tornate in voi! Tornate a discutere in università e non ad Agorà, tornate a pubblicare su Pub Med e non su Facebook o sì, se volete, anche su FB, ma dopo averli pubblicati gli studi, non mentre ancora non sono nemmeno peer-reviewed. Non trattateci continuamente come bimbi da rassicurare, ma come adulti da informare.

*Direttrice Generale Fondazione Italiana Diabete, giornalista e attivista per i diritti dei malati e la cultura della scienza

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