Come diventare sovranisti con la tv generalista

di Emanuela Marchiafava (ilpost.it, 3 luglio 2019)

Mi pagano per guardare la tv. No, non quella che mi pare: faccio analisi media dei programmi di alcuni canali generalisti. Mi è sempre piaciuta la tv, intendiamoci: ho passato anni a guardare Domenica in e Sentieri con mia madre, imparando un sacco di cose da Quark e dai rotocalchi d’attualità (allora si chiamavano così).

Ph. Stefano Guatelli / Ansa / Pal
Ph. Stefano Guatelli / Ansa / Pal

Con l’occhio dell’entomologo, osservo da mesi un mosaico composto dai programmi diurni, che chi ha un lavoro con un orario tradizionale non vede mai, e dall’infotainment e i talk show. E ho scoperto che per diventare populisti basta guardare la tv generalista. Così, a caso, basta che la dose sia abbondante. Per l’upgrade al sovranismo consiglio invece i talk show serali. Esagerata, penserete voi. Eppure, se non sapete spiegarvi come mai la vicina di casa di vostra nonna è diventata grillina e lo zio un po’ sordo che vedete solo a Natale è ormai un convinto leghista, loro che i social non sanno manco che cosa sono, allora questo potrebbe essere un pezzo della storia. Perché è vero che la vicina e lo zio non stanno sui social, ma le notizie e le bufale nate lì, li raggiungono attraverso la tv, che accendono prima di aprire la porta di casa, la mattina. Ancora per moltissimi italiani è la tv generalista – e non i tweet dei segretari di partito – a fornire loro opinioni preconfezionate e le ricette pronte per affrontare quello che – pensano – stia fuori di casa.

Dopo anni in cui chi metteva sull’avviso veniva considerato il solito esagerato, adesso che la consapevolezza della diffusione enorme di informazioni manipolate sul web è largamente condivisa, l’attenzione dovrebbe (tornare a) concentrarsi sulla televisione generalista. Non ci credete? Se gran parte della tv che guardate è quella satellitare o via streaming, allora consiglio un bel tour nei programmi italici, quasi tutti visionabili via streaming. La mattina presto s’inizia con Mattino Cinque e Unomattina (che per l’edizione estiva ha scatenato più di una polemica con la scelta di affidare la conduzione a Roberto Poletti) con cronaca politica, cronaca nera e rubriche meteo da un quarto d’ora ciascuna (giurin giuretta: ma a chi interessano tutte quelle notizie meteo così dettagliate?). Poi si passa a Omnibus, L’aria che tira e Tagadà, con la prima infornata di politici e giornalisti a commentare qualsiasi notizia.

Fin qui, quasi nessun quarto d’ora di notorietà offerto all’italiano qualunque, che invece se ne vede riconosciuti a decine nel palinsesto pomeridiano, quasi tutto dedicato talvolta alle sue aspirazioni, ma più spesso ai suoi impicci e alle sue tragedie che si dipanano tra Storie italiane, La vita in diretta (per la conduzione della prossima stagione è in predicato Lorella Cuccarini), Italia sì. E Pomeriggio Cinque, il re di tutti i contenitori, di cui parleremo prossimamente. Il pomeriggio dedicato agli italiani si conclude con la caccia ai montepremi nei quiz preserali: Avanti un altro, L’eredità, The Wall, I soliti ignoti, Caduta libera, Reazione a catena.

Nemmeno uno affidato a una conduzione femminile: roba troppo difficile per noi femminucce, evidentemente. Per inciso, gran parte dei format a conduzione femminile si dedicano, con sfumature assai varie, alle storie personali, che siano o no di personaggi famosi: La prima volta, Detto fatto, Vieni da me, Todo cambia, Le ragazze, Sopravvissute, Non disturbare. Pure Raffaella Carrà con A raccontare comincia tu è finita nel mega contenitore dell’album fotografico di famiglia, quello che, si sa, le donne conservano con cura in salotto.

Arrivati fin qui, la doppia dose di tragedie-degli-italiani-comuni e del racconto dei casi di inefficacia delle istituzioni nazionali e delle amministrazioni locali è già più che sufficiente per garantirsi una reazione populista ma, se volete strafare, allora l’unica è planare sui talk show serali e ritornare ai giornalisti e ai politici, gli stessi dei format della mattina. La rotazione è continua e costante tra i soliti che vengono riproposti anche nella fascia serale, dal dopo tg di Stasera Italia e Otto e mezzo (sostituito in estate da In onda) al prime time: Carta Bianca, Di martedì, Dritto e rovescio, Non è l’arena, Piazza pulita, Porta a porta, Popolo sovrano, Povera patria, Presa diretta e Quarto grado.

La proporzione e il taglio variano, ma gli ingredienti no. Gli ospiti – quasi sempre giornalisti – sono sempre gli stessi (in rigoroso ordine alfabetico quelli che ho trovato più spesso nella mia attività di analisi): Maurizio Belpietro, Francesco Borgonovo, Pierangelo Buttafuoco, Massimo Cacciari, Marco Damilano, Alessandro De Angelis, Concita De Gregorio, Domenico De Masi, Vittorio Feltri, Massimo Franco, Massimo Giannini, Maria Giovanna Maglie, Paolo Mieli, Augusto Minzolini, Giampiero Mughini, Antonio Padellaro, Gaetano Pedullà, Nicola Porro, Alessandro Sallusti, Gennaro Sangiuliano, Andrea Scanzi, Marcello Sorgi, Luca Telese, Marco Travaglio. In alcuni talk show serali, quelli più smaccatamente sovranisti come Dritto e rovescio per esempio (e prima anche Popolo sovrano), alla sfilata di giornalisti e politici vengono affiancate bande di spettatori pronti ad aizzarsi per i loro casi personali. Un’arena rovesciata, dove i leoni sono tra il pubblico, pronti a sbranarsi tra loro o con l’ospite che non è dalla loro parte. Ma pur sempre un’arena.

La prima domanda è chiedersi quando diamine questi professionisti esercitano il lavoro che dichiarano, visto che stanno tutto il santo giorno in collegamento video o negli studi tv. Ma la vera domanda è un’altra: perché praticamente tutta la tv generalista (Rai, Mediaset e La7) ha affidato in blocco il commento della cronaca e l’analisi politica a un pugno di persone, sempre le stesse, su tutti i canali? È mai possibile che questa trentina di individui siano gli unici in grado di commentare ogni santo giorno su tutti i canali televisivi? No, che non lo sono.

Quanti studiosi ed esperti, con una professionalità specifica, potrebbero contribuire al dibattito pubblico? Quanto fa bene questa concentrazione alla democrazia? Quale spazio rimane alle idee, alle libere opinioni? Che servizio pubblico è ormai quello della Rai? Stiamo affondando nel populismo informativo, quello che rifiuta ogni argomentazione logica per difendere posizioni a priori, che affida il confronto televisivo ai giornalisti tra di loro, mentre ha abdicato a chiedere il confronto tra i politici.

Insomma, in questo tour quotidiano nel panorama televisivo generalista, mi appaiono ancora più chiari e forti i legami tra i tweet sovranisti, la propaganda via social e l’influenza dell’opinione pubblica attraverso la tv generalista, la principale fonte di informazione per la maggioranza degli italiani. E non è che una scarsa consolazione apprendere che gli ascolti sembrano essere in calo, come scrive Goffredo De Marchis su Repubblica: “Rai, Salini e Salvini: così perde colpi la tv pubblica sovranista”, perché “Arriva il nuovo Auditel: ascolti anche su pc, tablet e smartphone”, come racconta Michela Tamburrino sulla Stampa. La Rai vuole incrementare gli ascolti dal web, a cui pare che parte del governo tenga moltissimo. E così il cerchio si chiude.

Spread the love