Gli abiti di Catherine Walker che legano Kate a Diana

di Giorgia Olivieri (vanityfair.it, 20 marzo 2022)

Non si tratta solo di creare vestiti belli ma anche di disegnare abiti confortevoli, eleganti, attenti all’etichetta e all’occasione. Questo è ciò che viene richiesto a una maison quando viene chiamata da una casa reale. È un patto che diventa un vero e proprio sodalizio, con le sue croci e le sue delizie. Sono molto diversi tra loro gli stilisti che lavorano con regine di oggi e di domani. Edouard Vermeulen, designer della casa di moda Natan, considera la regina Mathilde come una di famiglia. Claes Iversen, uno dei designer preferiti di Maxima dei Paesi Bassi, è discreto per quanto riguarda il suo rapporto con la regina, ma questo non vuol dire che non possa avere una sua popolarità anche attraverso passaggi in reality show.

Ph. Tim Graham / Photo Library via Getty Images

I fratelli Albert e Peter Kriemler parlano molto della storia centenaria del loro brand Akris, ma non si sbottonano sulla loro amicizia con Charlene di Monaco. Felipe Varela e Pär Engsheden, invece, sono quasi personaggi mitologici. Non solo è impossibile recuperare informazioni sulle loro clienti speciali, rispettivamente la regina Letizia di Spagna e la principessa Victoria di Svezia, ma è anche difficile scoprire qualcosa più sul loro conto. Di tutt’altra natura, invece, il legame tra Catherine Walker e Kate Middleton. Ecco la storia di cui parleremo oggi.

Partiamo dalla fine che è anche un inizio. La designer il cui nome leggiamo ogni volta che la duchessa di Cambridge sfoggia uno dei suoi celebri coat dress, oppure che associamo ancora ad alcuni abiti leggendari di Lady Diana, è scomparsa il 23 settembre del 2010. Da quando Kate ha scelto di affidarsi alla sartoria londinese nel cuore di Chelsea, al 65 Sydney Street, è Said Ismael Cyrus a occuparsi di lei. Cyrus è co-fondatore e Head of Design del brand, ma soprattutto era il marito della stilista, molto nota nel Regno Unito non solo perché ha contribuito a forgiare l’immagine della principessa del Galles ma anche perché per il suo talento ottenne prestigiosi riconoscimento come Designer of the Year for Couture ai British Fashion Awards nel 1990 e il titolo di Designer of the Year for Glamour l’anno dopo. Cyrus quindi non ha rilevato un atelier qualsiasi, ma ha portato avanti l’attività di famiglia in cui la moglie aveva letteralmente messo tutta sé stessa.

L’idea della sartoria nasce nel 1977 come una terapia per superare il lutto. Era l’iniziativa di una giovane vedova che per sbarcare il lunario si era messa a fare ciò che le riusciva meglio: cucire. Catherine Marguerite Marie-Therese Baheux era nata a Calais nel 1945. Figlia di genitori divorziati, era cresciuta con il secondo marito della madre che vendeva lana e tessuti apprendendo da giovane il valore della qualità. Al momento di scegliere il percorso di studi, si iscrisse all’Università di Lille laureandosi in estetica e filosofia per specializzarsi poi in iconografia con un dottorato all’ateneo di Aix-en-Provence. Per imparare l’Inglese si trasferì a Londra, dove cominciò a lavorare sia all’ambasciata di Francia sia all’Institut Français. Decise di trasferirsi definitivamente nella Capitale britannica dopo aver conosciuto l’avvocato John Walker, che sposò poi nel 1970. Nel 1975, durante una vacanza in Francia, Walker morì e Catherine rimase da sola con due bambine piccole, Naomi e Marianne.

«Scommettiamo che non riuscirai mai a smettere di fumare?» le disse la suocera un giorno. La posta in gioco era una macchina da cucire. Catherine Walker buttò via il pacchetto di sigarette e con il premio si mise a realizzare abitini per le figlie. Visto che se la cavava, nel 1976 cominciò a frequentare una scuola serale di sartoria nel suo quartiere, Chelsea, mentre di giorno girava per King’s Road vendendo le sue creazioni in una cesta. In quella scuola trovò prima l’incoraggiamento a credere nelle sue capacità e poi un nuovo amore. Uno dei professori della Chelsea School of Art era proprio Said Cyrus. I corsi del docente di origine iraniana erano incentrati sul simbolismo del design e va da sé che trovò subito un’intesa con l’esperta di iconografia. Catherine Walker l’anno successivo inaugurò un piccolo laboratorio chiamato The Chelsea Design Company. «In Francia ti deriderebbero se aprissi un atelier con il tuo nome di stilista sulla porta senza esserne all’altezza» diceva.

Quel momento arrivò a metà degli anni Novanta, quando l’azienda venne ribattezzata Catherine Walker & Co., il nome che sopravvive ancora oggi per definire il brand. Said Cyrus divenne socio e marito di quell’attività che si riprometteva di declinare al femminile il concetto di sartoria di Savile Row aggiungendo un pizzico di gusto francese. L’atelier si era già fatto conoscere nei circuiti aristocratici ma soprattutto si era fatto notare da Anna Harvey, la fashion editor di Vogue chiamata a somministrare consigli di stile alla giovanissima principessa diventata celebre in un battibaleno dopo aver sposato il figlio maggiore della regina Elisabetta. Le prime creazioni che uscirono dalla sartoria per Diana, all’epoca incinta di William, erano abiti premaman. Diana chiese di incontrare coloro che avevano disegnato i suoi vestiti e da lì si instaurò un sodalizio che ha portato alla realizzazione di oltre mille outfit indossati in una breve vita. Anche l’ultimo è firmato Catherine Walker. L’abito nero con cui Diana è stata seppellita ad Althorp è suo, un acquisto compiuto qualche settimana prima di morire a Parigi nel 1997.

Maneggiare la popolarità di Diana Spencer non è stato sempre semplice. Catherine Walker era già riservata di suo e, per schivare la curiosità della stampa, aveva assunto un addetto alle pubbliche relazioni che sbrigasse certe faccende per lei che desiderava solo cucire. Essere discreti come si confà a chi veste i reali, pertanto, non era un compito così arduo. «Ho chiamato personalmente tutte le sartorie di Londra chiedendo chi fossero i loro clienti» ricorda Said Cyrus, «solo una non me li ha rivelati, quindi li abbiamo scelti per lavorare con noi». Quelli erano tempi in cui i giornalisti rovistavano tra gli scarti degli atelier da cui si serviva Diana per cercare di recuperare qualche informazione. Il silenzio, quindi, era considerato più che mai d’oro. Said e Catherine si sono costruiti così la loro rete di fornitori di fiducia, tra modelliste, ricamatrici e altre maestranze, che va avanti ancora oggi da quella volta.

Gli studi di estetica, iconografia e simbolismo applicati alla moda sono stati senza dubbio quel quid che ha fatto sì che Diana non si separasse mai dai suoi sarti. Con la stessa cura che avevano prestato ai loro studi, Said e Catherine si occupavano del guardaroba della donna più fotografata del mondo. Avevano indagato le radici della moda britannica, analizzando gli elementi distintivi della regina Alexandra e della regina Mary. Catherine vi aggiungeva la giusta dose di classe francese, mentre le sarte e i sarti realizzavano un abito che fosse perfetto da ogni angolazione perché l’obiettivo dei fotografi non avrebbe perdonato un orlo impreciso o una scollatura impertinente. Per gli abiti dei tour reali, marito e moglie partivano alla volta della meta di Diana e Carlo per assorbirne usi e costumi da restituire come omaggi nella serie di outfit che avrebbero realizzato su misura per lei. Un esempio di questa attenzione è l’“Elvis dress”, uno degli abiti più iconici della principessa: un look tempestato di perline e paillettes per celebrare la Perla d’Oriente in occasione della visita a Hong Kong.

Gli aneddoti che legano Catherine Walker e Diana Spencer sono migliaia e li custodisce tutti nel cuore Said Cyrus, che continua a sfornare capi classici e senza tempo nonostante ora porti avanti l’impresa da solo. Ci sono stati tempi difficili per l’atelier, anche quando sia Catherine sia Diana erano ancora in vita. Nel 1995 la Walker scoprì di avere un tumore dal quale si riprese, rendendosi conto anche che forse si era legata troppo a quella figura che, al di là di tutto, poteva essere anche piuttosto ingombrante. Quando Diana morì all’improvviso, la designer subì un duro colpo: aveva perso un’amica cara, non solo una cliente. La stilista aveva trovato nuovi stimoli nella vita della principessa dopo il divorzio: poteva spingere un pochino di più il piede sull’acceleratore con qualche dettaglio sexy, visto che non faceva più parte della famiglia reale, e anche quando vestiva i panni dell’ambasciatrice di cause umanitarie la sua fantasia poteva trovare nuovi spunti da esplorare.

Tuttavia, la sartoria è sopravvissuta a tutto questo. In un certo modo è ancora Catherine Walker a dettare la linea, lei che aveva impostato le attività fino al 2012 prima di andarsene per sempre. C’è stato un momento, quando erano sulla cresta dell’onda, in cui un acquirente sarebbe stato disposto a sborsare fior fior di quattrini per rilevarne l’attività. «Ci saremmo potuti ritirare su un’isola tropicale» dice Said Cyrus che, nel 2017, ha organizzato una mostra per i quarant’anni del brand. «Catherine e io abbiamo deciso che non volevamo diventare una macchina per fare soldi senz’anima: mi alzo la mattina e faccio quello che voglio fare, cioè prendermi cura delle nostre clienti». Tra queste, da più di dieci anni, c’è Kate Middleton.

Il numero di Catherine Walker & Co. sarà rimasto scolpito in qualche rubrica telefonica di Kensington Palace. Comporlo voleva dire da un lato scegliere qualcuno di assolutamente fidato non solo per capacità ma anche per discrezione, dall’altro legarsi al ricordo di Diana con classe e senza strillare. Kate avrà anche scelto Alexander McQueen per l’abito da sposa, ma Carole Middleton ha vestito Catherine Walker per un filotto di matrimoni reali o giù di lì: un outfit azzurro per la primogenita, uno rosa per Pippa e uno celeste per Meghan. Alla maison Kate non chiede abiti che faranno la storia, ma principalmente cappottini da indossare negli impegni ufficiali. Sembra un affare di poco conto, eppure quei coat dress precisamente scolpiti sul corpo della nuora che Diana non ha mai conosciuto sono diventati il capo per cui lei viene riconosciuta nel mondo. Scucire una parola a Said Cyrus sulla duchessa è impossibile. Lui si limita a dire che il rapporto che hanno costruito è ben diverso da quello che avevano con Diana e che «non è l’abito la star ma la ragazza che lo indossa».

La casa di moda conta circa quattrocento clienti per una trentina di artigiani, molti dei quali formati dalla stessa Catherine. Chi si fa realizzare un abito in quell’atelier vuole qualcosa che duri, che le famiglie possano passarsi di generazione in generazione. «Tutto ciò che creiamo racchiude l’essenza di ciò che le donne vogliono da un abito inteso come investimento, qualcosa destinato a continuare a dare piacere per molti anni» spiega l’Head of Design, che ora si è spinto a collaborazioni nell’ambito del lusso, a una linea di pelletteria e a un servizio di e-couture, sottolineando quanto tradizione e innovazione possano andare di pari passo anche quando si parla di sartoria su misura. Chi è entrato nell’atelier di Sydney Street dice che è lo spirito di Catherine Walker a guidare ancora oggi ogni creazione, sia per accuratezza sia per visione. «Per me il grande senso di realizzazione è che l’azienda sia rimasta fedele a ciò che io e mia moglie ci eravamo prefissati di fare» spiega Cyrus, che non si è mai pentito di non aver venduto tutto per scappare su quell’isola tropicale. Lì sarebbe rimasto solo, senza Catherine. Continuare il suo lavoro, con Kate per giunta, è come non essersi mai separato dalla compagna della vita.

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