La tivù nell’èra Draghi

di Michele Masneri e Andrea Minuz (ilfoglio.it, 20 febbraio 2021)

Altro che ristoranti, negozi, funivie. Tra le categorie più danneggiate nelle ultime settimane e assai incerte sul da farsi ci sono anche i nostri talk-show con la loro compagnia di giro. Messi in crisi non tanto dal Covid o dal ritardo dei ristori, quanto dall’avvento, rapido e esiziale, del governo Draghi con le sue scintillanti porte girevoli: l’opposizione che diventa maggioranza, la maggioranza che diventa “tecnica”, solidale, responsabile e di ampio respiro nazionale, in un variopinto arcobaleno di consensi e applausi sovranisti e populisti all’ex presidente della Bce. Tanti ministri sconosciuti, un linguaggio non sgangherato e “folk” ma incredibilmente misurato, asciutto, essenziale. E la terribile minaccia di “comunicare solo le cose fatte”, che per l’industria della chiacchiera televisiva suona peggio del lockdown per un ristoratore. Dopo una crisi ricca di colpi di scena e retroscena, scritta come sempre in una trama da libretto d’opera, ecco la prima settimana dell’èra Draghi, le reazioni a catena nel mondo politico e, a cascata, in quello televisivo.

Ph. Matteo Rasero / LaPresse

Ph. Matteo Rasero / LaPresse

MM: Il primo problema è proprio lui, Mario Draghi, che, come in uno specchio riflesso dei governi precedenti, tutto vuole tranne che andare in televisione. Una colossale nemesi, un gigantesco anticlimax mediatico: lui non apparirà, non parlerà, non comunicherà.

AM: E poi non ha alcun training televisivo, né un Casalino alle spalle, né comparsate giovanili alla Ruota della fortuna, Il pranzo è servito, Doppio Slalom, o tentativi di entrare ad Amici di Maria De Filippi, come Dibba. Non è uno di quei tanti figli abbandonati dai genitori davanti alla tv degli anni Ottanta con le merendine in mano, desiderosi poi di entrarci dentro, dai e dai, in qualche modo.

MM: Mentre gli altri stavano a Cologno Monzese, lui era già al Mit.

AM: E infatti la costruzione del racconto televisivo di Mario Draghi è davvero un gran mistero. La prima intervista di Conte andò in scena da Floris. Una scelta perfetta per l’allineamento fieramente populista e anticasta del “Conte Uno”, con standing ovation del pubblico, Casalino nelle retrovie e il premier-avvocato che diceva: “Il popolo è l’insieme degli azionisti che sostengono questo governo” (era il 2018, sembra passato un secolo). Ora tutti si domandano dove sarà “la prima volta” di Mario Draghi. Molto gettonati Fazio, naturalmente, o uno speciale in prima serata da Vespa per presentare, “Il carisma italiano: da Mussolini a Mario Draghi” (Mondadori), o perché no, un tête-à-tête da Lilli Gruber, una lunga intervista tutta in Tedesco, senza sottotitoli, con qualche scambio in Inglese, “intermediate B1”, con Beppe Severgnini in collegamento su Skype. Difficile però vederlo da Giletti, Domenica In, Non è la D’Urso.

MM: Certo c’è sempre lo spauracchio delle tre fasi del premier tecnico: brillante promessa, lacrime sulle pensioni, barboncino bianco dalla Bignardi. Ma Draghi sembra pronto anche a questa evenienza, scortato dal bracco ungherese.

AM: Però un Draghi pop, spaparanzato sul divano, che mangia le pastarelle con Mara Venier (Mario vie’ qua’, fatte da’ un bacio) è al momento impensabile. Per ora siamo al Mario Draghi anti-televisivo fino in fondo, come una rilettura di Palazzo Chigi del Fantastico con Celentano, un Draghi iconoclasta e invisibile, come il primo M5S, che non vedremo mai in nessun salotto tv. Chissà.

MM: Eppure i talk-show avevano resistito bene sin qui, avevano mostrato (argh) resilienza, anzi, diciamolo pure, era stata un’epoca d’oro per loro, con la falange dei virologi in servizio permanente effettivo, sempre disponibili, grazie agli Skype e agli Zoom, pronti a dire la propria da tinelli, gabinetti, garage. Uno contro l’altro, ognuno con un’opinione diversissima, con diversi accenti e caratteri regionali.

AM: I virologi hanno accompagnato l’ultima transizione dell’infotainment, sempre meno “info”, sempre più sopraffatto dalla logica dello spettacolo puro o dal trash. I talk-show politici inseguono Barbara D’Urso e lei insegue Bruno Vespa. Una specie di “terza camera” lounge, con “le sfere”, le emoticon e la techno-dance al posto della sigla di Via col vento. Succede ovunque nel mondo, ovvio. Il gossip è politica, la politica è gossip. Ma in un Paese che non ha una forte industria dell’entertainment, senza uno star system in grado di catalizzare l’attenzione del pubblico, la politica e i politici diventano il vero spettacolo, l’unico in effetti che qui vale la pena seguire. Per questa televisione, il BisConte-Casalino con Salvini all’opposizione sguaiata era in effetti una manna. In un governo in cui sono tutti d’accordo, diventa complicato mettere in piedi un talk-show come si deve.

MM: Franano tutti gli schemi e le contrapposizioni di cui si è nutrita la telepolitica italiana dagli anni di Tangentopoli in su: politica e antipolitica, piazza vs palazzo, popolo vs élite, casta e anticasta, autoblu e mezzi pubblici, lira contro euro.

AM: Questa prima settimana è stata molto istruttiva. Prendi i retequattristi: Mario Giordano apre la sua trasmissione con una messa cantata, con l’organo e le comparse in estasi mistica che si inginocchiano al suo passaggio, sotto lo sguardo severo delle icone giganti di Mario Draghi con l’aureola. Poi però si butta sui classici, torna ai suoi grandi cavalli di battaglia, “i campi rom abusivi”, e rientra nella sua nicchia di fedelissimi. Nicola Porro intervista la star del flauto traverso, Andrea Griminelli, parlano amabilmente delle Spice Girls e di Mozart, Sting e Pavarotti e se non fosse per il sottopancia, “Covid: lo spettacolo in ginocchio”, sembra di stare su RadioTre Suite. Del Debbio intervista Salvini, ma quale Salvini è? Quello di Orbán o quello che ora cita De Gasperi su Twitter? C’è tutto un rimescolarsi di fronti, posizioni, contrapposizioni e alchimie per cui il termine “trasformismo” non basta più. Siamo casomai al travestitismo più sfrenato. Zingaretti lo si vede non a caso nel promo del Cantante mascherato con l’orsetto misterioso. Per mandare avanti la chiacchiera servirà costruire un’opposizione televisiva che però al momento annaspa.

MM: Bisognerà dare un programma a Giorgia Meloni. Una cosa su RaiDue, una prima serata o una fascia pomeridiana, più “confidential” e rilassata, in ciabatte, “A casa di Giorgia”, in controprogrammazione con Serena Bortone.

AM: Per ora si fa leva sul tema sempiterno della mancanza di empatia delle élite: la freddezza, il distacco, la distanza siderale dei banchieri dalla gente, l’impenetrabile romano-cosmopolita dagli occhi di ghiaccio, uno che ha studiato e che ha viaggiato (sottotesto: che ne sa di quello che succede qui?). “Non è un governo, è un Cda”, dice Concita da Floris; “ho incontrato un signore al supermercato di Piacenza che mi ha detto: questi qui si spartiscono i soldi che ha trovato Conte”, spiega Bersani. La nostalgia per Conte è comprensibile. Pensa quei poveretti di Leu o della sinistra Pd costretti ad aprire il fronte “Marxisti per Mario Draghi”. D’altro canto, il governo è cambiato (neanche poi così tanto), ma gli ospiti a gettone son sempre quelli. Bersani vive praticamente in televisione dal primo lockdown. Lo supera solo Sileri, ministro ombra, anzi per tutti il ministro della Sanità (anche Mara Venier si sbaglia e lo chiama così). Un po’ come Travaglio era il ministro televisivo della Giustizia. E stava a Bonafede come Draghi ora a Di Maio agli Esteri. L’unico talk-show possibile è un faccia a faccia tra il Di Maio dell’èra Draghi e quello del referendum per il ritorno alla Lira, con Salvini doppio ospite in collegamento: uno dal “Papeete” in mutande, l’altro dai corridoi della Biblioteca “Paolo Baffi” della Banca D’Italia, in pausa dallo studio matto e disperatissimo dei libri di Federico Caffè.

MM: Finirà anche l’estetica neorealistica del talk, come l’ha definita Aldo Grasso? Collegati non più da scrivanie con la Treccani dietro, ma tinelli, sottoscala, garage, il neo-grunge dell’ospite ha creato un nuovo genere. Certo “il problema principale è l’illuminazione, un’arte che non ammette improvvisazioni. Le luci sbagliate producono strani effetti, tendono a mostrificare la fisionomia dell’intervistato”. Poi c’è lo sfondo: “Certi virologi mostrano tendaggi degni di nonna Speranza e lì capisci cosa vuol dire una vita passata nell’ombra. Poi ci sono le occhiaie, specie per i maschietti che non sanno come truccarsi e l’effetto cinema espressionista, con esiti demoniaci, è inevitabile”.

AM: Ma adesso basta. Hanno stufato. Col gran rientro degli economisti e dei “tecnici” i virologi passano all’opposizione. Resistono ancora nella tv ansiogena, allarmista e apocalittica del primo pomeriggio, con gli inviati de La vita in diretta o Pomeriggio 5 a caccia di varianti e il sottopancia coi morti, i ricoveri, il picco di contagi, la “morsa del virus”, una cascata di catastrofi imminenti, come nei migliori “disaster movie” americani. Però si afflosciano nei talk-show della sera. Il fatto è che non li sopporta più nessuno. Li si invita per aizzare il pubblico a casa, già provato e inferocito dalla giravolta cromatica delle chiusure, un po’ come i politici che andavano a sedersi sugli scatoloni di legno di Milano, Italia negli anni di Tangentopoli. Dopo un anno di Covid, l’FTV (Fronte Televisivo Virologico) appare sfrondato, sfaldato, travolto dalle incertezze, dalle lotte intestine, dai ripensamenti continui, sfiancato soprattutto dalle tante correnti interne, peggio che il Csm. Come capita a ogni celebrity televisiva, il virologo entra nella sua fase crepuscolare. Ora si sbraccia per farsi ascoltare. E questa cosa che più ci vacciniamo, più spuntano varianti terribili e sempre imprendibili, non convince, peggio sa di “ultima moda” (lo dice Burioni, mica io). Vedi anche la querelle Sacco-Galli.

MM: Il Corriere dice basta ai virologi. È un segnale importante. “Tutti docenti, professoroni, quasi tutti luminari dei rispettivi campi, non si rassegnano all’idea di tornare nell’anonimato dei laboratori e delle corsie”, scrive Fabrizio Roncone in un fantastico pezzo che termina con un: “Basta! State zitti!”. Più violento degli antichi pezzi di Rizzo e Stella, poi confluiti ne La casta.

AM: Eccoci dalle monetine del Raphaël al lancio di mascherine all’uscita del San Raffaele.

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