La tremenda fine degli eroi di Waterloo usati per sbiancare lo zucchero

di Nicola Graziani (agi.it, 21 agosto 2022)

Dietro la gloria si nasconde l’orrore, dietro l’epica la sete di guadagno degna del più abbrutito dei bifolchi o del più cinico dei mercanti. Per loro non ci fu pietà, nemmeno da morti, perché delle circa 40mila vittime di quel giorno di orribile mattanza che fu la Battaglia di Waterloo non restò praticamente nulla. Nulla, in assoluto. Dissolti nemmeno nella terra della piana dello scontro, ché sarebbe stato già qualcosa. No: dissolti nel tè dei britannici, nel caffè degli austriaci imperiali, nei dolci delle pasticcerie di Berlino e persino di quelle di Parigi. L’Europa divorava sé stessa e i suoi figli, leccandosi i baffi; chissà se qualcosa finì anche sulle tavole imbandite dei ricevimenti di quella bolgia di tradimenti e galanterie che fu il Congresso di Vienna. I tempi di produzione, del resto, sarebbero stati quelli giusti, perché la barbabietola da zucchero, tra il nascere il crescere e l’essere lavorata, qualche mese lo richiedeva.

Ph. Thomas Coex / Agence France-Presse – Getty Images

E per essere lavorata, per dare uno zucchero candido come il marmo delle statue del Canova, aveva bisogno di una cosa: polvere di ossa, finemente triturata. Ora, si immagini un campo sconfinato ricoperto dai corpi putrescenti di decine di migliaia di soldati: si converrà che lo smaltimento è un gran problema, tanto più che ci sono anche le carcasse dei cavalli. Eppure, nella piana di Waterloo, di resti degli uomini e delle bestie se ne sono sempre trovati pochi, come se fossero spariti nell’empireo. Un discreto ritrovamento risale a un paio di mesi fa, ad opera di un gruppo di archeologi. Un gruppo di una decina di scheletri, spesso scomposti e incompleti. Postasi la domanda di dove fossero tutti gli altri resti, hanno trovato la risposta. E la risposta fa accapponare la pelle. Detto in brutale sintesi: la gente del posto, per anni e anni, quei corpi li ha rubati, dissotterrandoli e usando quelle ossa per sbiancare lo zucchero di barbabietola. Inizialmente si era pensato alla fabbricazione di fertilizzanti, specie in Inghilterra, poi sono emerse altre prove.

Dissotterrato e venduto all’industria dello zucchero: ecco la fine di chi gridò «Merde!» in faccia al destino e alla resa. E se Napoleone oggi è agli Invalides, chi finì sotto i colpi di cannone caricato a mitraglia, in quel giugno del 1815, è stato usato a fini vagamente antropofagi. L’indagine, alla quale hanno partecipato anche il professore di Archeologia all’Università di Glasgow Tony Pollard e lo storico tedesco Robin Schafer, ha permesso il ritrovamento di decine di documenti negli archivi belgi, francesi e tedeschi. Segno che la cosa era, se non di pubblico dominio, almeno risaputa. Se non accettata, almeno tollerata seppur con un inarcamento indignato del sopracciglio. Ma, più di una storia di barbarie, dietro c’è una storia di interesse: mercantilistico, commerciale, protoindustriale. Sì, perché quelli sono gli anni della prima Rivoluzione Industriale, della prima concorrenza tra i mercati, delle prima sinergie tra campagna e industria.

Soprattutto, sono gli anni in cui la barbabietola rischia di essere soppiantata dalla canna da zucchero: dell’Europa continentale la prima, delle Antille britanniche la seconda; non ci si può permettere di perdere posizioni sul mercato, costi quel che costi. Così, racconta lo storico belga Bernard Wilkin, responsabile dell’Archivio di Stato di Liegi, nei dintorni di Waterloo «la barbabietola soppiantò il grano». E l’industria dello zucchero si basava sull’opera di filtraggio dello sciroppo di barbabietola attraverso un elemento che, a questo punto, è inutile ricordare quale sia. Ossa, ossa a buon mercato per rendere dolce e immacolato il delizioso percolato: i contadini della zona, consapevoli del valore delle ossa, e sapendo dove si trovavano le fosse comuni, scavavano e macinavano, poi rivendevano. E l’Europa della prima Rivoluzione Industriale prosperava, battendo la concorrenza delle colonie di là dall’Atlantico.

Riporta ancora Wilkin che «viaggiatori riferivano di aver visto i corpi dissotterrati, i parlamentari denunciavano il traffico di “ossa marce” e il sindaco di Braine l’Alleud, una cittadina vicino a Waterloo, avvertiva con i cartelli che le esumazioni erano proibite e punibili». Niente da fare. Ancora nel 1879, quando cioè il concerto delle nazioni europee aveva dimenticato il Congresso di Vienna e si era dato alla prima Conferenza di Berlino, sul quotidiano tedesco Prager Tagblatt si suggeriva l’uso del miele per addolcire il cibo. Mica per altro, per evitare il rischio che «gli atomi del tuo bisnonno si dissolvano nel tuo caffè del buongiorno». Le più crudeli favole dei Fratelli Grimm che trovavano realizzazione. Del resto si calcola che al 1834 i resti di ossa venduti dal Belgio alla sola Francia ammontassero a 350 tonnellate. Di lì a pochi anni sarebbero giunte in Francia anche le ossa di Napoleone, ma quelle sarebbero state accolte, con tutti gli onori, agli Invalides.

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