Morrissey, il nuovo album e quella spilletta che rovina tutto

di Gianni Santoro (repubblica.it, 14 maggio 2019)

La citazione è nota e gliela rinfacciano spesso: “Non dimenticare le canzoni che ti hanno fatto piangere e le canzoni che ti hanno salvato la vita”, cantava Morrissey nel 1985 in Rubber ring, una delle tante canzoni con cui il suo gruppo, gli Smiths, segnò la vita di una comunità di fan che con gli anni sarebbe cresciuta a dismisura ben oltre lo status di cult band. Gliela rinfacciano per dirgli che è cambiato, che non è rimasto molto di quell’adolescente che piangeva nella cameretta di Manchester ascoltando le sue canzoni preferite ora che è diventato un burbero e controverso signore di mezza età (il 22 maggio sono 60) sempre pronto a sfidare i suoi fan a colpi di dichiarazioni in odore di sovranismo britannico.

Morrissey on “The Tonight Show starring Jimmy Fallon” May 13, 2019 Ph. Andrew Lipovsky / Nbc
Morrissey on “The Tonight Show starring Jimmy Fallon”
May 13, 2019
Ph. Andrew Lipovsky / Nbc

Lui che a metà degli anni Ottanta andava in tour per promuovere i Labour tra i giovani. La polemica “Morrissey e l’estrema destra” tiene banco da anni in Gran Bretagna, e all’origine – vedi Kevin Spacey e i ruoli cancellati nei film, Michael Jackson e il bando nelle radio per le accuse di pedofilia, Montanelli e le giovani spose africane – c’è la solita questione: è possibile separare l’artista, tra i più importanti della musica britannica, dall’uomo, per molti discutibile? Morrissey, allergico alle frequentazioni social, riesce miracolosamente a non alimentare le discussioni e man mano le polemiche perdono forza, la gente un po’ dimentica e a quel punto rimane la cosa più importante: le canzoni, alcune bellissime.

Stavolta per esempio l’aveva quasi scampata. Il nuovo album, California son, in uscita il 24 maggio, per la prima volta è un disco di cover, commosso e commovente tributo alle musiche della sua educazione artistica. Proprio a quelle “canzoni che ti hanno fatto piangere e le canzoni che ti hanno salvato la vita”. Oscure, ricercate, per niente banali. Ma poi è bastata una piccola spilla per rovinare quasi tutto. Una spilletta indossata con nonchalance durante il recente tour americano (quasi due milioni di dollari di incasso per la residency di sette date a Broadway) e anche per l’esibizione tv da Jimmy Fallon. Una spilletta con un forcone tridente, simbolo di For Britain, movimento di ultradestra britannica fondato da Annie Marie Waters, uscita dal partito di Nigel Farage perché secondo lei troppo moderato. Movimento già sostenuto pubblicamente da Morrissey, che però continua a definirsi non razzista. Peccato, perché California son è il primo album dopo decenni che anche i fan della prima ora dei suoi Smiths avrebbero potuto ascoltare godendo pienamente della musica senza preoccuparsi delle parole e delle idee di Morrissey, senza che sbuchi un riferimento alla Brexit (come in Jacky’s only happy when she’s up on the stage), senza che storie di immigrazione siano raccontate con svolte ambigue (Bengali in platforms), senza riferimenti al nazionalismo (The National Front Disco).

Questa è la sua lettera d’amore alla musica, alla sua musica e a tutta la musica. E che grande fan della musica è sempre stato Morrissey, lui che da teenager negli anni Settanta scriveva alle riviste per lamentarsi delle recensioni dei suoi artisti preferiti e per recensirne a sua volta (“I Depeche Mode non saranno la band più noiosa della storia, ma di sicuro sono in lizza”), lui che fondò una fanzine dedicata ai New York Dolls, lui che dalla famigerata cameretta usciva per andare a sentire i Sex Pistols salvo poi lamentarsi del loro abbigliamento, lui che litigava con l’altra metà creativa degli Smiths, il chitarrista Johnny Marr, perché voleva cantare anche brani di rassicuranti star donne degli anni Sessanta come Cilla Black. Ma poi durante la lunghissima e travagliata carriera agli omaggi ha riservato sempre posti di secondo piano, poche cover relegate a b-side o esibizioni dal vivo – i T.Rex di Cosmic dancer (di cui esiste anche un duetto con David Bowie prima che i due litigassero), Redondo Beach dell’amica Patti Smith, l’altra amica Sandie Shaw, Satellite of love di Lou Reed, ma anche Moonriver.

Ma no, sarebbe troppo facile. Per California son Morrissey ha fatto scelte raffinate. La cantautrice indiana d’America Buffy Sainte-Marie (Suffer the little children), il glam-rocker canadese Jobriath che morì di Aids nel 1983 (Morning starship), Lady Willpower cantata nel 1968 da Gary Puckett & The Union Gap in uniforme da Guerra di Secessione, ma anche la protest-song di Bob Dylan per i diritti degli afroamericani Only a pawn in their game. Si diverte insieme a Billie Joe Armstrong dei Green Day con Wedding bell blues di Laura Nyro portata al successo dai Fifth Dimension, e si abbandona con passione al vecchio cantautorato di Phil Ochs (Days of decision), alle evoluzioni armoniche di Loneliness remembers what happiness forgets che Burt Bacharach affidò a Dionne Warwick, e al cantato confidenziale di Roy Orbison in It’s over. E poi Carly Simon (When you close your eyes) e addirittura Joni Mitchell (Don’t interrupt the sorrow). Qui e lì, novità assoluta per lui, poco meno che misantropo, sbucano seconde voci e collaborazioni, dalla cantante LP a componenti di Grizzly Bear, Broken Social Scene e Young The Giant (con cui condivide il produttore Joe Chiccarelli). Ovviamente, trattandosi di Morrissey lo strano, la riuscitissima cover di Back on the chain gang dei Pretenders realizzata pochi mesi fa l’ha tenuta fuori dall’album. Si diverte così.

California son è anche il suo album più pop da anni a questa parte, lui che comunque il rock lo ha sempre difeso e rilanciato anche quando meno era di moda. Peccato solo – un po’ di campanilismo – non abbia deciso di cantare anche “cuore, tu stai soffrendo”, perché Heart di Rita Pavone l’ha spesso citata come sua canzone preferita. Una volta ha detto di apprezzare molto anche di Gigliola Cinquetti. A tenere insieme la selezione eterogenea sono due cose: l’amore di Morrissey per queste canzoni, che si percepisce chiaro, e la passione del cantante per la propria voce, che a sessant’anni sembra sempre più convincente e pulita, chiara, più da crooner che da indie star come agli esordi. A Morrissey piace cantare e gli piace cantare bene. Curiosamente, nonostante la sua naturale propensione alla teatralità fragorosa, sono proprio i brani più melodrammatici dell’album – l’elogio funebre Lenny’s tune di Tim Hardin e la tragica Some say I got devil di Melanie – quelli che si addicono meno alle sue corde. Ovvio: a Morrissey l’unico melodramma che interessa davvero è sempre quello che ha come protagonista solo un uomo che si chiama Morrissey.

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