Spoglie

di Stefano Bartezzaghi (repubblica.it, 7 gennaio 2023)

A considerare anche soltanto i calciatori avrebbe l’apparenza di una strage: Sinisa Mihajlovic (16 dicembre), Pelé (20 dicembre) e Gianluca Vialli (6 gennaio). Spente in altrettante settimane tre stelle di prima grandezza, la seconda della quale di magnitudo massima: un simile divario sarebbe stato certamente ammesso anche dalle altre due, un poco meno luminose di quella ma fra loro accomunate dall’essere scomparse senza aver compiuto il sesto decennio d’età.

Ph. Robin Worrall / Unsplash

Lo sport non dovrebbe essere sano? Ad alcuni viene il sospetto contrario: che l’eccellenza sportiva venga amplificata anche da somministrazioni malsane, che presentano il conto anni dopo. Per le morti precoci e per quelle che più in generale si ritengono “ingiuste” non è inconsueta la ricerca di possibili responsabilità. L’opacità del mondo dello sport di alto livello, e delle sue sperimentazioni mediche, sembra autorizzare ulteriormente i cattivi pensieri. Si crea così il peggior clima possibile: quello in cui fioriscono illazioni, verità presunte che si avvalorano per l’essere sussurrate a mezza bocca, smentite sonore che proprio per questo non riescono ad avere alcuna rilevanza.

Sarebbe invece abbastanza semplice rendere onore a queste morti studiando seriamente l’incidenza statistica di patologie oncologiche o autoimmuni tra chi ha fatto sport professionistico e il resto della popolazione. I calciatori si ammalano di tumore o Sla più degli altri, sì o no? Un giorno prima di Vialli era tra l’altro scomparsa un’altra gloria juventina, Ernesto Castano, classe 1939: se pure gli avessero somministrato qualche “bomba” dei suoi tempi (così allora si chiamavano i rudimentali precursori del doping più scientifico) deve averla smaltita bene.

In realtà sembriamo subito pronti a stupirci per la quantità di necrologi che affollano i nostri notiziari. Lo si è particolarmente notato nel terribile 2016, quando fra gennaio e aprile morirono tra i moltissimi altri, David Bowie, Ettore Scola, Umberto Eco, Johan Cruijff, Paolo Poli, Zada Hadid, Gianroberto Casaleggio, Prince, Marco Pannella – per menzionare soltanto quelli che sicuramente sono andati in prima pagina. Si prese allora un anno a caso, il 1981, per scoprire che allora morirono Rino Gaetano, René Clair, Georges Brassens, Jacques Lacan e Bob Marley.

I giornali avranno parlato di ognuno di loro, nei settori di rispettiva pertinenza, ma c’è da dubitare che lo abbiano fatto in prima pagina e che le loro scomparse abbiano avuto spazio nei telegiornali. È insomma la nostra epoca che ha reso più generale la notorietà che un tempo sarebbe stata settoriale. Né le epoche precedenti hanno conosciuto il fenomeno che con mirabile sintesi Dagospia chiama “famosi per essere famosi”, che è poi ciò che oggi vogliamo esprimere con la buffa qualifica di “icona”. L’icona è qualcuno che è famoso anche per coloro che ignorano i motivi della sua fama. Quando muore ci sentiamo in lutto tutti.

La nostra parola di oggi, “spoglie”, ha più significati. Il suo etimo è la parola latina per “ritaglio”: in passato significava l’armatura e le armi di un guerriero sconfitto, trofeo di chi l’aveva vinto; “spoglie mortali” è invece il cadavere. “Spoglie” è il nome collettivo di quel che resta, di organico e di bene materiale. Le “spoglie” di un calciatore sono costituite per esempio dal numero di maglia che in certi casi viene ritirato dalla sua squadra; dalle migliaia di foto che gli sono state scattate in campo ed estorte fuori; dai ritagli di video delle sue azioni famose.

La scomparsa più rilevante della settimana è stata certamente quella di Joseph Ratzinger, papa emerito con il nome di Benedetto XVI. Solo Pelé ha ricevuto un tributo di onori paragonabile, e lo stesso Vaticano non aveva previsto un concorso di pubblico come quello avvenuto (certo facilitato anche dalle concomitanti vacanze invernali). Alla morte più “spirituale” di tutte – un papa, un teologo – è però capitato che in televisione si sia vista più o più volte l’immagine della salma, composta per ricevere l’omaggio dei devoti che si sono accodati in Vaticano, ma anche quello involontario dei devoti e non devoti che volevano solo guardare un telegiornale e si sono trovati spettatori di un cadavere. Quante volte si vedono corpi morti al tg? A differenza di dolenti casi di cronaca, per Ratzinger non si è neppure discusso dell’opportunità di una simile esibizione.

Al funerale era infine presente la premier Giorgia Meloni, del cui governo in questi giorni i telegiornali parlano soprattutto per quella prassi di avvicendamenti che dalla tradizione inglese è stato mutuato da noi con il nome di “spoils system” (o, meno correttamente ma almeno altrettanto frequentemente, “spoil system”). Significa proprio “sistema delle spoglie”: chi vince le elezioni ha il diritto di appropriarsi dei “resti”, cioè dei posti di rilievo nell’amministrazione statale. In questo senso “spoglie” si traduce anche con “bottino”: è il significato più crudo della parola ma forse, visto il trattamento che della morte fanno, fatalmente, i mass media, è anche quello davvero rivelatorio.