La festa del secolo è ancora quella che diede Truman Capote

(ilpost.it, 8 novembre 2023)

Periodicamente giornali e riviste raccontano e ripubblicano foto del leggendario “Black and White Ball”, il ballo in maschera organizzato nel 1966 a New York dal celebre scrittore statunitense Truman Capote (noto soprattutto per Colazione da Tiffany e A sangue freddo) che viene ancora definito “la festa del secolo”: per la sua esclusività, per la rilevanza mediatica e per come aprì le strade a un nuovo concetto di evento mondano.

Ph. David Pickoff / Ap – File

In Italia, per esempio, la casa editrice Accento ha appena pubblicato Truman Capote e il party del secolo, scritto da Deborah Davis nel 2006 in occasione dei quarant’anni della festa e che è considerato una delle più ricche e accurate ricostruzioni della storia del ballo, e che include anche la biografia di Capote, delle persone che frequentava e più in generale un racconto di quel che era il suo mondo. Il libro cerca di spiegare come avesse fatto «un evento organizzato da uno scrittore, e non da una star del cinema, un leader politico o un reale, a conquistarsi il genere di attenzione solitamente associata ad anteprime, inaugurazioni e incoronazioni» e cosa avesse spinto gli invitati, «le persone più famose, talentuose e sofisticate del mondo, a buttarsi a capofitto nei preparativi per la festa con l’entusiasmo dei bambini che stanno per vivere il loro primo Halloween».

Il New York Times spiega che fu «un tipo di festa che difficilmente rivedremo, anche perché mise insieme sfere sociali disparate: qualcosa di inaudito all’epoca ma ora più comune». Capote, infatti, invitò le protagoniste della vita mondana e aristocratica, quelle che in Inglese vengono chiamate socialite, e gli esponenti del mondo culturale, artistico e politico: «prima del Black and White Ball nessuno aveva mai immaginato, e figuriamoci partecipato, a una festa formale con una lista di invitati così selvaggiamente caotica».

Nella stessa stanza si ritrovarono l’artista Andy Warhol e i maharaja del Jaipur, la principessa italiana Luciana Pignatelli (che indossò un diamante da sessanta carati) e Lynda Bird Johnson, la figlia del presidente statunitense Lyndon Johnson. Ashton Hawkins, per decenni consigliere del Museum of Modern Art di New York, ricorda che «era stato divertente potersi sedere con la madre del presidente», Rose Kennedy: «tutti parlavano con tutti e si sedevano semplicemente dove avevano voglia».

All’epoca, infatti, c’era un distacco molto più netto di oggi tra le persone famose e tutte le altre. Davis scrive che «star del cinema, politici, intellettuali, giornalisti, personaggi altolocati, giovani promesse letterarie, milionari, reali e persino gente comune – come il portiere di Capote allo U.N. Plaza e i suoi undici amici del Kansas di A sangue freddo – furono invitati a trovarsi gomito a gomito nello stesso posto alla stessa ora. Era difficile, tradizionalmente, che Hollywood, Washington e New York si incrociassero. La festa di Capote cambiò tutto, e non solo per una notte».

Secondo il New York Times, infatti, il ballo «aprì la strada al “Kardashia”, quel luogo mitologico dove riuscire in qualcosa è un di più, e la fama è fine a sé stessa». Allo stesso tempo, fu un grande divertimento per la maggior parte dei suoi ospiti, almeno da quanto raccontarono loro stessi e testimoniarono le poche giornaliste invitate: «in un’epoca in cui molte celebrità vanno alle feste perché sono pagate per farlo (e poi per pubblicare le foto su Instagram) è sorprendente ricordare un tempo in cui la gente andava alle feste per divertirsi», conclude il New York Times.

Capote organizzò il ballo a 42 anni, all’apice del suo successo letterario, economico e mondano. A gennaio era uscito A sangue freddo, un romanzo di non fiction cui aveva lavorato per dieci anni e in cui ricostruiva la storia degli omicidi di quattro persone della famiglia Clutter, in Kansas: lo consacrò come grande scrittore e gli fece guadagnare – tra i diritti per il film, le traduzioni all’estero e altre vendite – due milioni di dollari. Come si può immaginare, Capote dedicò molto tempo all’organizzazione del ballo. Davis scrive che iniziò a progettarlo durante l’estate, ma lo sognava da anni. Leo Lerman – amico di Capote e collaboratore di giornali e riviste come Vogue, New York Herald Tribune e Harper’s Bazaar – raccontava che già nel 1942, quando erano entrambi aspiranti scrittori, Capote diceva che quando fosse diventato ricco e famoso avrebbe intrattenuto i suoi amici ricchi e famosi con una festa da favola.

Capote era ben inserito da tempo nelle élite culturali e sociali di New York, e conosceva praticamente chiunque fosse importante conoscere. In particolare, scrive Davis, aveva «la capacità di conquistare l’affetto delle donne più desiderabili del mondo. In un lampo diventava il loro confidente, consulente di moda e società, e la loro anima gemella: che le aiutasse a scegliere una nuova acconciatura, un rossetto o un amante, Truman aveva un talento straordinario per rendersi indispensabile».

Capote, che era dichiaratamente gay, chiamava queste donne swans, i suoi cigni, e tra loro c’erano, per esempio la statunitense Babe Paley, moglie di William Paley, l’uomo che trasformò la Cbs da piccola radio locale al principale gruppo televisivo e radiofonico degli Stati Uniti; la messicana Gloria Guinness, che lavorò come modella e fu a lungo inserita nelle classifiche delle donne più eleganti al mondo; e Marella Agnelli, l’aristocratica moglie di Gianni Agnelli. «Erano donne di una certa età, bellezze mature che avevano dedicato decenni a trasformarsi in opere d’arte», spiega Davis.

Capote non voleva che la festa sembrasse un evento autopromozionale, una celebrazione di sé e del suo successo, e decise così di dedicarla alla sua amica Katharine Graham, detta Kay, una donna ricca ma ben lontana dalla mondanità, dal gusto un po’ tradizionale e modesto. Due anni prima suo marito Philip Graham, editore del Washington Post e di Newsweek, si era suicidato e lei aveva preso il suo posto. Capote avrebbe potuto indicare come ospite d’onore uno dei suoi “cigni”, ma sarebbe stata una scelta banale e che avrebbe lusingato una di loro ma scontentato le altre: «Kay invece rappresentava una novità, una che avrebbe fatto parlare, perché non era dell’ambiente e, come tale, risultava esotica. Soprattutto, aveva il potere di mobilitare i media. Con il Washington Post e Newsweek in tasca era una delle donne più importanti d’America. Kay Graham era la scelta giusta», spiega Davis. Così Capote la chiamò e le disse: «Tesoro, ho appena deciso che sei depressa e hai bisogno di tirarti su, quindi ti organizzo una festa».

Capote decise che il ballo si sarebbe svolto il 28 novembre, il lunedì successivo al Ringraziamento, all’inizio della stagione delle feste, quando le persone hanno ancora voglia di brindare e divertirsi. Scelse il Plaza Hotel di New York, uno dei luoghi più rappresentativi della città: lo scrittore Francis Scott Fitzgerald ci aveva ambientato una delle scene del romanzo Il grande Gatsby e ci avevano dormito, tra gli altri, Bette Davis, Cary Grant, Judy Garland, Marilyn Monroe e i Beatles. Era stato costruito al posto di un precedente e omonimo Plaza Hotel, a otto piani, inaugurato nel 1890. Il nuovo edificio, aperto nel 1907, era stato progettato dall’architetto Henry Hardenbergh come «un castello francese, completo di torrette, timpani, abbaini e un tetto mansardato», scrive sempre Davis. Affacciato sul lato corto meridionale di Central Park, aveva 1.650 lampadari di cristallo, 800 camere da letto, 500 bagni e suite composte da 17 stanze.

Il ballo si sarebbe tenuto nella Grand Ballroom dell’hotel, una sala lunga 25 metri e larga 13 con soffitti alti 7; vi si accedeva da una scalinata di marmo che garantiva ingressi in grande stile, proprio come accade oggi ai red carpet. La festa sarebbe iniziata alle 22 ma sarebbe stata preceduta da alcune cene organizzate dai suoi amici più stretti per circa 300 dei 540 invitati, così da farli arrivare di buon umore. Il buffet sarebbe stato servito a mezzanotte, «ci sarebbero state le tradizionali uova e salsiccia» e due piatti più insoliti: pasticcio di pollo del Plaza, uno dei piatti preferiti di Capote, cotto con panna e sherry, e spaghetti con le polpette. «Aggiungere la specialità italo-americana» spiega Davis «era un modo per introdurre un elemento giocoso in una serata formale, anche se era improbabile che una donna in costoso abito da sera bianco azzardasse un incontro con la salsa di pomodoro». Il pasto sarebbe stato completato da dolci e caffè e accompagnato da 450 bottiglie di champagne Taittinger.

Per la musica Capote si rivolse a Peter Duchin, «il giovane capobanda preferito dall’alta società», «bello, carismatico e sexy come pochi», come lo descrive Davis, che avrebbe suonato al pianoforte le canzoni più tradizionali. Dopo di lui il gruppo Soul Brothers avrebbe suonato rock and roll e balli più moderni, come il twist, per far ballare e divertire gli invitati.

Il dress code, cioè le indicazioni su come vestirsi, era inizialmente questa: «Signori: cravatta nera, maschera nera. Signore: vestito bianco o nero, maschera bianca, ventaglio. Gioielli: solo diamanti, perle e giaietto». Successivamente Capote tolse le imposizioni sui gioielli, lasciando le sue ospiti libere di scegliere quelli che preferivano, ma l’idea di vestirsi soltanto in bianco e in nero e di indossare una maschera rimase. Come scrive Davis, «chiedere agli ospiti di presentarsi in costume era un modo per introdurre fantasia, mistero, spettacolo e romanticismo in un affare altrimenti ordinario. Anche i frequentatori di feste più consumati mostravano un entusiasmo infantile all’idea di inventare travestimenti e fingere di essere qualcun altro». Capote poi amava le maschere, che erano funzionali alla sua idea per la festa: riunire persone dai mondi più disparati e farle interagire e divertire. Nascondere la propria identità avrebbe reso tutto più semplice. In realtà i personaggi più famosi, come Mia Farrow e Frank Sinatra, furono riconoscibili anche così.

Capote iniziò a lavorare alla lista di inviti durante l’estate, segnandosi i nomi di chi voleva invitare su un quadernino con la copertina nera che si portava ovunque: «avevo quella lista con me giorno e notte, non me ne sono mai separato fino a quando non l’ho data alla mia segretaria il primo di ottobre», raccontò. La sua lista degli ospiti era «un vero e proprio capolavoro di ingegneria sociale» che stabilì chi contava e chi no in città. Ne facevano parte senatori, politici, statisti, ambasciatori, imprenditori come Henry Ford e Gianni Agnelli, l’editore della rivista Time, Henry Luce, e quello del gruppo Condé Nast, S.I. Newhouse, il banchiere Guy de Rothschild, personaggi del mondo della moda come il fotografo e costumista britannico Cecil Beaton, la direttrice di Vogue America Diana Vreeland, i fotografi Richard Avedon e Gordon Parks, gente del cinema e del teatro, oltre che aristocratiche, ereditiere, i “cigni” e i loro mariti ricchi e potenti.

Il gruppo degli artisti era tra i più numerosi: c’erano la scrittrice e sua amica di infanzia Harper Lee, lo scrittore Christopher Isherwood, giovani autori come Norman Mailer, Philip Roth e James Baldwin, e poi i più affermati John Steinbeck, Irwin Shaw e Robert Penn Warren, i drammaturghi Tennessee Williams e Arthur Miller, il direttore d’orchestra e compositore Leonard Bernstein e Andy Warhol. Le uniche giornaliste invitate furono: Jane Howard della rivista Life, Gloria Steinem di Vogue, Charlotte Curtis del New York Times, Carol Bjorkman del Women’s Wear Daily, Aileen Mehle ed Eugenia Sheppard del World Journal Tribune, Jean Sprain Wilson del Chicago Tribune e Jim Broadhead di Time, oltre a Karen Gundersen, che aveva intervistato Capote per l’articolo di copertina di Newsweek su A sangue freddo.

Gli inviti vennero spediti a ottobre su una carta intestata molto semplice, bianca e bordata in giallo e arancio. A quel punto Capote si «trovò con cinquecento amici e quindicimila nemici», come disse poi. In molti iniziarono a chiamarlo supplicandolo per un invito, qualcuno – come Charles Revson, il proprietario di Revlon – si offrì di comprare il biglietto (che non esisteva, anzi Capote ripeteva con orgoglio che il suo era «l’unico ballo in venticinque anni cui le persone potevano partecipare senza dover pagare duecento dollari a biglietto a scopo di beneficenza»). Alcuni, per nascondere di non essere stati invitati, si affrettarono a commentare che quel giorno sarebbero stati fuori città e non avrebbero potuto partecipare.

Tra gli invitati – gli «eletti», come li chiamava la rivista Women’s Wear Daily – che declinarono ci furono: Jacqueline Kennedy, vedova del presidente John Fitzgerald Kennedy, che non accettava inviti a novembre, il mese dell’anniversario dell’assassinio del marito; Elizabeth Taylor e Richard Burton, che stavano girando un film a Roma; Audrey Hepburn e il marito Mel Ferrer, che avevano un impegno in Svizzera; Greta Garbo, Marlene Dietrich e Ginger Rogers, la quale ringraziò spiegando «non vado alle feste». Non si presentarono neanche il compositore Leonard Bernstein, il cantante Harry Belafonte e Tennessee Williams.

Capote, pur compiacendosi del clamore suscitato, disse che si sentiva «come se fossi caduto in un mare di piranha». Fu inflessibile e, tranne rari casi, non acconsentì ad aggiungere nuovi ospiti. A pochi giorni dal ballo la pressione era così insostenibile che staccò il telefono e scomparve per qualche giorno: soltanto la sua amica Paley sapeva come mettersi in contatto con lui. Nel frattempo le riviste di moda e di costume iniziarono a scrivere quasi quotidianamente della festa, informando i lettori delle poche certezze che trapelavano e favoleggiando sul resto. L’argomento probabilmente più trattato era la scelta d’abito delle invitate e degli invitati, tanto che Halston, il celebre modista e poi stilista che realizzò molte delle maschere e dei vestiti del ballo, commentò: «non ho mai visto donne impegnarsi così seriamente nella scelta dell’abito da indossare».

Queste scelte furono disparate: ci fu chi si mantenne sul classico con degli abiti di haute couture (cioè appositamente confezionati) totalmente neri o bianchi in raso o broccato, chi indossò abiti di avanguardia, come l’adolescente Penelope Tree, che fu notata alla festa e iniziò così una carriera da modella, e chi scelse gli allora rivoluzionari completi in giacca e pantaloni. Alcuni abiti sono diventati leggendari: la testa di unicorno indossata dall’arredatore Billy Baldwin, i vestiti disegnati da Halston per le attrici Carol Yorke e Candice Bergen, e un copricapo a forma di cigno realizzato dal fotografo Bill Cunningham per Isabella Eberstadt sono conservati al Museum of the City di New York, mentre l’abito bianco del marchio Balmain indossato da Katharine Graham si trova al Metropolitan Museum.

Davis scrive che il 28 novembre chiunque a New York sapeva, per un motivo o per un altro, che quel giorno si sarebbe tenuta l’attesa festa di Capote. All’aeroporto LaGuardia di New York erano attesi così tanti jet privati che le piste vennero chiuse al traffico commerciale. Nelle strade di Manhattan, battute dalla pioggia, si crearono ingorghi di limousine dirette dal famoso parrucchiere Kenneth Battelle, proprietario del salone più rinomato della città, una villetta di cinque piani dall’atmosfera solitamente ovattata ma dove quel giorno «c’era il pandemonio», scrive Davis.

Capote immaginava che molti sarebbero arrivati in ritardo per via del maltempo: non c’erano taxi liberi e le compagnie di limousine stavano ricevendo così tante chiamate che avevano staccato i telefoni. Ciononostante, alle 22 si preparò insieme a Graham ad accogliere gli ospiti in cima alla scalinata che conduceva alla sala da ballo. Capote indossava un classico smoking nero: «di solito» racconta Davis «aggiungeva un tocco vistoso o due ai suoi abiti – una sciarpa sgargiante o un cappello bizzarro. Ma non quella sera. […] Quella sera il suo unico accessorio insolito era una piccola mezza maschera nera di Fao Schwarz», un negozio di giocattoli dove l’aveva pagata 39 centesimi.

Fuori dall’hotel si erano accalcate dal pomeriggio molte persone curiose, mentre giornalisti, fotografi e i cameramen della Cbs si ammassavano fino all’ingresso, vicino al guardaroba. I primi ad arrivare furono i coniugi Liberman di Condé Nast, poi «Truman e Kay rimasero all’ingresso della sala da ballo per due ore, stringendo mani, baciando guance e abbracciando le persone che si fermavano a salutarli».

Durante la festa si chiacchierò, ci si ammirò, si scherzò e si ballò parecchio. «L’attrice Lauren Bacall raramente aveva un momento per sedersi» racconta Davis, e ballò con il celebre coreografo Jerome Robbins «in un modo che Fred Astaire e Ginger Rogers avrebbero invidiato»; brani come «Twist and Shout e Up and Down fecero alzare e ballare tutti». Sempre Davis racconta che «le figlie di tre presidenti, Lynda Bird Johnson, Margaret Truman Daniel e Alice Roosevelt Longworth, si scambiarono aneddoti sulla Casa Bianca a uno dei tavoli», mentre Brendan Gill, caporedattore del New Yorker, condusse cortesemente sulla pista da ballo la 76enne Rose Kennedy.

Verso le 2:45 Sinatra chiese alle persone sedute al suo tavolo se qualcuno volesse andare insieme a lui da Jilly’s, il suo bar preferito; Capote gli chiese di restare ma lui non lo ascoltò. Verso le 3, quando la festa stava per concludersi, Capote e Graham ripresero il proprio posto all’ingresso per augurare la buonanotte a tutti gli invitati che se ne andavano. Davis racconta che molti continuarono la serata altrove: «Gianni Agnelli e “gli amici di Gianni”, come venivano chiamati i suoi compari, si recarono in uno dei loro ritrovi preferiti, il ristorante Elaine’s, per una partita di poker. La compagnia del Kansas, che amava il divertimento ed era stata tra i primi ad arrivare, fu l’ultima ad andarsene». A fine serata Capote commentò la buona riuscita del ballo con i giornalisti: «È stato proprio quello che doveva essere. Volevo solo dare una festa per i miei amici».

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