Pupo in Bielorussia: «Io lavoro e basta. Non faccio politica»

di Alberto Pierini (quotidiano.net, 15 luglio 2023)

«Sono qui gratis e solo per fare il mio lavoro: sono qui perché sono un uomo libero». Enzo Ghinazzi, per tutti Pupo, è a un festival, impegnato a valutare i nuovi talenti della musica pop. Normale? Sì ma il festival si chiama “Slavianskij Bazar di Vitebsk” ed è a Minsk, nel cuore della Bielorussia, ai confini della guerra. E la polemica riesplode.

Enzo, ma perché ha detto sì a questo invito?

«È un festival alla stregua di Sanremo, ha 35 anni di vita, è la terza volta che partecipo come ospite internazionale. Una gara tra giovani cantanti di mezzo mondo».

Ma siamo nel Paese presieduto da Lukashenko, il grande alleato di Putin…

«Non lo conosco, non l’ho minimamente incontrato. Sono qui solo perché invitato dal presidente del festival, un raffinato conoscitore di musica».

Eppure un mese fa aveva rinunciato ad andare al Cremlino per “Road to Yalta”…

«Sì, dopo lunga riflessione. Era un evento nel quale si celebrava la canzone di guerra: io ci sarei andato con una canzone di pace ma ho voluto evitare equivoci».

E stavolta? Cosa glielo ha fatto fare sapendo che avrebbe comunque scatenato una bagarre?

«Mi trovo qui a fare il mio mestiere di cantante e musicista. Una pura scelta professionale. Lo farei anche per Sanremo ove mi invitassero. Non sta a me prendere parte politica. Devo la mia popolarità agli ucraini, ai russi, ai bielorussi… si può essere neutri?».

Anche se in questa guerra c’è un aggressore e un aggredito?

«Il mondo non si divide in buoni e cattivi. È una nuova semplificazione della nostra società. Mi guarderei bene dal dare oggi un giudizio drastico, sarà la storia a darlo».

Ma Pupo da che parte sta?

«Dalla parte di chi aspetta solo che arrivi la pace tra russi e ucraini. Senza prendere parte politica ma perché sono due popoli fratelli e questa divisione deve finire».

E danneggia il suo lavoro…

«Non ho bisogno di andare per il mondo a prendere soldi: sono qui totalmente gratis. Ed è un piacere ascoltare cantanti giovani: qui ce ne sono dagli Stati Uniti, dalla Germania e perfino dall’Italia».

E le contestazioni?

«Neanche mio padre si permetteva di dirmi cosa dovessi fare. Non ho intenzione di cedere ad alcun ricatto. Vivo da sempre come un uomo libero, nel rispetto delle mie idee e di quelle degli altri».

Anche se dividono…

«Non importa che diano fastidio agli odiatori da tastiera: c’è chi dice che non dovrei più lavorare né con Rai né con Mediaset, questi sono ricatti…».

Ma lei sapeva che la polemica sarebbe nata…

«Certo, vivo fino in fondo il mio mestiere. Ma sono un artista, i conflitti non mi riguardano. Se un giornalista va in guerra tifa per qualcuno? No, va a raccontare. Io vado a portare la mia musica e la mia professione. Anzi…».

Anzi?

«Quando posso cerco di andare più in là. Cerco di portare un messaggio di pace e di amore, Per questo faccio le cose in totale serenità e leggerezza».

E se incontrasse Lukashenko?

«Gli direi le stesse cose, non cambio secondo gli interlocutori. Nella mia città, Arezzo, dopo l’inizio della guerra mi presentai in scena con due grandi foto, una di Mosca e una di Kiev. Sono sempre lo stesso di quella sera».

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