Elogio di Jürgen Klopp

di Ferdinando Cotugno (linkiesta.it, 27 giugno 2020)

Parafrasando il motto “Marxista, tendenza Groucho”, uno potrebbe azzardare un “Laburista, tendenza Jürgen”. L’impatto di Klopp sul calcio inglese ha pochi precedenti: quattro finali europee in cinque anni, una Champions League, un Mondiale per Club e ovviamente il campionato vinto giovedì sera, cosa che a Liverpool non succedeva da una generazione. Ma vale la pena parlare anche del suo impatto sulla società in senso ampio.

Ph. Shaun Botterill / Getty Images

Ph. Shaun Botterill / Getty Images

Klopp arriva a Liverpool nell’ottobre del 2015, otto mesi prima della Brexit. La sua ascesa è parallela e contraria alla golden age del populismo britannico, nel giugno dell’anno scorso lui vince la Champions a Madrid e Boris Johnson diventa primo ministro. Insomma è sbarcato in un momento complicato per essere un personaggio pubblico di Sinistra, estroverso e dalle idee chiare. In questi anni non si è tirato indietro: si è espresso sulla Brexit, su Corbyn, sulla gestione della pandemia, sul fisco. Abituati ai nostri allenatori schivi sulla politica, è raro vederne uno essere così esplicito, in una fase politica avversa e in un Paese straniero (doppiamente tale con la Brexit).

La vera saggezza, nella vita, non è tanto dire la cosa giusta, ma indovinare il momento in cui non dire niente. Prendiamo una conferenza stampa di inizio marzo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità non ha ancora dichiarato la pandemia e in Inghilterra si gioca come se niente fosse. Un giornalista gli chiede un parere sulla situazione, se è preoccupato, cosa ne pensa. Klopp sbotta al punto che il video diventa virale: «Non importa ciò che dice la gente famosa. Dobbiamo discutere nel modo giusto, non dare la parola a persone che non ne sanno niente come me. Politica, Coronavirus, perché io? Indosso un cappellino e ho una barba rasata male, la mia opinione non conta».

Boom, milioni di condivisioni. In quel momento Klopp ha dimostrato di avere furbizia e spessore politico in dosi uguali. L’uomo ha la capacità di articolare le sue idee (si esprimerà anche sulla pandemia, con buona pace del giornalista brutalizzato a marzo), ma anche la sensibilità di capire quando non è il tempo. Gli inizi del contagio, pieni di gente confusa e opinioni tossiche, erano il momento ideale per stare zitti. Su una cosa però aveva torto: la sua opinione conta in Inghilterra. Gli anni di Klopp a Liverpool coincidono con una crisi profonda della Sinistra inglese. Tra l’ambiguità sulla Brexit e la sconfitta di Jeremy Corbyn, a dicembre dello scorso anno si arriva a un punto molto basso per il Partito Laburista, incapace di parlare alle sue classi sociali tradizionali, di imporre un’agenda o di avere una linea chiara sui temi più importanti. Tutte cose che all’allenatore del Liverpool sono riuscite senza sforzo apparente.

Da aprile alla guida del Labour c’è Keir Starmer, con il difficile compito di trovare una sintesi tra tradizioni politiche andate ognuna per conto suo negli ultimi vent’anni. E forse potrebbe prendere appunti in materia da Jürgen, da Stoccarda. Il suo arrivo a Liverpool del 2015 era stato uno di quei matrimoni alla cui felicità ci si può solo rassegnare. Alla parte Reds di questa città ossessionata dal calcio e sentimentalmente tifosa, Klopp si presentava col suo mix di heavy metal, gegenpressing ed esultanze teatrali. L’allenatore festeggia a bordo campo in un modo peculiare e bello da vedere, non è il primo motivo per cui chi ama Klopp lo ama, ma non è mai fuori dalla top five. Il profilo politico emerge gradualmente, ben dosato e incoraggiato dalle circostanze: l’ascesa del populismo vista da una delle ultime città operaie di Sinistra rimaste in Inghilterra. Non avrà guastato uno sguardo alla storia e allo spirito del luogo: una delle icone di Liverpool, l’allenatore scozzese Bill Shankly, era apertamente socialista, il suo era un modo di vedere la vita e il calcio che è rimasto nel Dna di Anfield. E un matrimonio felice si fonda anche sul rispetto per gli antenati.

Nel libro Klopp: Bring the Noise del giornalista tedesco Raphael Honigstein, l’allenatore dice: «Sono di Sinistra, ovviamente. Più a Sinistra che al Centro. Credo nel welfare state. Non voterei mai un partito che promettesse di abbassare le tasse ai più ricchi». Nel 2018, in una lunga intervista al Guardian, affronta il tema della Brexit: «So di non essere la persona più informata, ma sono molto interessato al tema. Quando Cameron ha avuto l’idea del referendum, c’era da pensare: non è un argomento sul quale far decidere le persone in un momento». Nella stessa conversazione, si dichiara a favore di un secondo voto e aggiunge: «L’Europa non è perfetta, ma è la migliore idea che abbiamo mai avuto. Non c’è mai stato un momento nella Storia in cui la divisione abbia portato un successo. Per me la Brexit non ha senso». Un anno dopo, parlando con Channel Four, lancia anche una stoccata a Corbyn: «Non capisco cosa voglia: desidera essere primo ministro o vuole fare quello che è meglio per il Paese?». Azzarda anche un’analisi del populismo: «Lavorano per rendere le persone spaventate dal futuro, dicono: se non reagirete ora, questo o quello succederanno. E poi ci sono altre persone, con un approccio più positivo sull’avvenire, ma nessuno le ascolta».

Nel 2019, l’account Twitter ufficiale del Partito Laburista ha usato un suo video per invitare gli elettori a registrarsi per il voto. E pochi giorni fa Klopp ha criticato la gestione della pandemia nel Regno Unito. «Sono esposto alle notizie dalla Germania così come a quelle dell’Inghilterra. Se fossi un alieno penserei che sono due pianeti diversi. Non capisco perché qui abbiano aspettato tanto per far indossare le mascherine in spazi chiusi, altri Paesi sono partiti molto prima e hanno avuto meno vittime. È la verità». Finora, i cicli dell’allenatore al Mainz e al Borussia Dortmund sono durati entrambi sette anni. L’anno prossimo sarà il suo sesto a Liverpool: dopo aver vinto tutto e rifondato il club, potrebbe avere la tentazione di cambiare aria. Difficile che lasci l’Inghilterra e altrettanto che scelga l’Italia, ma sarebbe interessante accoglierlo, dargli un anno per capire come vanno le cose qui da noi, e poi vederlo battagliare con i populismi di casa nostra o dare anche una sferzata a una Sinistra che, qui come nel Regno Unito, ha un discreto bisogno di sintesi e coraggio.

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