La magia della Disney non tiene la politica lontana da “Mulan”

di Jeffrey N. Wasserstrom e Aynne Kokas (Nikkei Asian Review / internazionale.it, 10 settembre 2020)

Nel suo tentativo di conquistare nuovo pubblico in Cina senza alienarsi gli spettatori di altre parti del mondo, Hollywood deve fronteggiare un nuovo ostacolo, dopo che il 4 settembre è uscito, con protagonisti in carne e ossa, il remake del film d’animazione Mulan. Ispirato al racconto tradizionale cinese La ballata di Mulan e interpretato, nel ruolo principale, da Liu Yifei (nota anche come Crysta Liu, nata in Cina e poi naturalizzata statunitense), il nuovo Mulan aveva già scatenato appelli al boicottaggio nei mesi scorsi. Questo dopo che, nel 2019, Liu aveva elogiato le forze dell’ordine di Hong Kong mentre in città erano in corso proteste contro la brutalità della polizia.

The Walt Disney Company

The Walt Disney Company

Alcuni attivisti di Hong Kong hanno creato sui social network un’“alleanza del tè al latte” con i loro colleghi a Taiwan e in Thailandia, e altri hanno risposto all’appello #BoycottMulan. I mezzi d’informazione statali cinesi, nel frattempo, hanno risposto con la campagna di sostegno #SupportMulan sui social network. La campagna di boicottaggio ha poi raggiunto la Corea del Sud e il Giappone, prendendo nuovo slancio ad agosto, dopo che la polizia ha arrestato l’attivista di Hong Kong Agnes Chow, in base alla nuova legge per la sicurezza nazionale della città. Chow, che parla giapponese e ha più volte espresso il suo amore per gli anime, ha ribadito pubblicamente il suo sostegno alla causa dei manifestanti durante i suoi viaggi in Giappone, dov’è molto popolare. Dopo il suo arresto, sui social network è circolato un meme secondo cui Chow somiglia alla “vera Mulan” più di Liu, perché è una giovane donna che dimostra coraggio e determinazione per il bene comune.

In Cina la ripresa delle sale cinematografiche sta avvenendo molto più rapidamente che negli Stati Uniti, il principale mercato cinematografico mondiale. Le valutazioni economiche hanno quindi spinto la Disney a non prendere posizione in questa polemica. Quando nel 1998 uscì il film d’animazione Mulan, per gli studios di Hollywood era già piuttosto evidente la necessità di non offendere gli spettatori cinesi. Ma adesso che la Cina rappresenta, almeno per il momento, il principale botteghino mondiale, attirare il suo pubblico è diventato più complicato, perché lavorare a stretto contatto con partner della Cina continentale rende gli studios hollywoodiani attori protagonisti del dramma geopolitico in corso nella regione del Pacifico. Anzi, le collaborazioni cinematografiche sino-americane sono entrate a far parte di un acceso dibattito sul ruolo di Hollywood nella scena mondiale. Nel film Top Gun: Maverick, prodotto in parte dall’azienda informatica cinese Tencent, in ossequio alle rivendicazioni territoriali di Pechino è scomparsa la toppa con la bandiera di Taiwan che nella versione originale del film appariva sull’iconico bomber del protagonista, Maverick. In risposta a quest’episodio, il senatore statunitense Ted Cruz ha proposto una legge che tolga l’assistenza dell’esercito statunitense ai film in cui sia dimostrabile la presenza della censura cinese. I produttori hanno rimandato l’uscita del film al luglio 2021 a causa della pandemia.

Accade spesso che importanti case di produzione statunitensi si trovino dalla parte opposta della barricata rispetto ad alleati chiave degli Stati Uniti. Ma il nuovo Mulan dimostra chiaramente come siano disposte addirittura a fare da megafono a Pechino. Disney ha imparato la lezione per la prima volta in Cina ventitré anni fa, quando Pechino si oppose con rabbia all’uscita di Kundun, un film biografico che presentava il Dalai Lama, il leader spirituale tibetano in esilio, senza accenti critici. Attaccando la Disney per la sua promozione del separatismo e del terrorismo, Pechino mise al bando i film e i cartoni animati dell’azienda, ritardando l’uscita, tra gli altri, di Mulan. La Disney riuscì tuttavia a riconquistare uno spazio nel mercato cinese presentando le sue scuse e facendo in modo di non ripetere lo stesso errore, senza subire così alcun contraccolpo sul mercato nazionale. Nel primo decennio del Duemila, grazie a film come Transformers 4 – L’era dell’estinzione e The great wall, gli studios di Hollywood si sono goffamente aperti al pubblico cinese ricorrendo a personaggi secondari e strategie di pubblicità indiretta ad hoc in produzioni altrimenti dotate di tutti i canoni dei classici blockbuster statunitensi. Questi sforzi sono stati accolti con scetticismo e addirittura derisione, in particolare una specifica sequenza di Iron Man 3 in cui una bevanda a base di latte, prodotta dall’azienda cinese Yili Group, diventa la fonte d’energia del supereroe.

Negli ultimi anni il pubblico occidentale ha cominciato a chiedere conto agli studios hollywoodiani del perché scritturassero attori non asiatici per impersonare personaggi asiatici. Marvel Studios è stata criticata quando, nel film del 2016 Doctor Strange, il personaggio di Antico, che nei fumetti originali è un tibetano, è diventato uno stregone celtico interpretato da Tilda Swinton. I dirigenti della casa di produzione hanno dichiarato che la scelta era mirata a evitare accuse di orientalismo, ma uno degli sceneggiatori del film ha ammesso che i cambiamenti sono stati fatti per evitare d’infastidire Pechino. A ogni modo, la polemica non sembra aver ostacolato gli incassi del film, che hanno raggiunto circa 678 milioni di dollari in tutto il mondo. Negli ultimi due anni la posta in gioco, per Hollywood, si è fatta ancora più alta. Il film d’animazione della DreamWorks Il piccolo yeti ha ricevuto nel 2019 il plauso di critici e spettatori per aver rappresentato punti di vista non statunitensi e per l’uso di attori asiatici per le voci dei personaggi. Ma una sequenza del film, in cui si mostra una mappa che include la controversa “linea a nove trattini”, che evidenzia le pretese territoriali di Pechino sul Mar Cinese Meridionale, ha causato la messa al bando del film in Malaysia, Vietnam e Filippine – Paesi vicini e con analoghe pretese territoriali –, con conseguenti danni economici.

Pechino vorrebbe il monopolio della definizione di cultura cinese, e questo passa dal decidere il modo corretto in cui parlare la lingua (il mandarino), dalla scelta di quali siano i valori confuciani da seguire, e dal controllare chi possa rappresentare gli eroi cinesi del passato, reali o immaginari che siano. Sostenendo il remake di Mulan con attori e attrici in carne e ossa, e ignorando l’arresto della “vera Mulan”, la Disney ha mostrato che i principali studios cinematografici sono entrati in una nuova era, in cui la ricerca di profitti in Cina porta a posizioni sulla libertà d’espressione e i diritti umani che si discostano dalle idee progressiste professate dall’élite di Hollywood. La Disney, da lungo tempo associata all’egemonia culturale statunitense, sta riscrivendo il copione tradizionale. Con i botteghini statunitensi, i più grandi del mondo, che solo ora ricominciano a incassare, e con la quota di mercato cinese che supera quella complessiva della maggior parte dei suoi vicini asiatici, fare film che non urtino la sensibilità di Pechino è una scelta commerciale saggia per gli studios statunitensi. Ma non lo è per i valori professati dagli Stati Uniti.

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