La retorica di Giorgia Meloni

di Flavia Trupia (huffingtonpost.it, 8 gennaio 2020)

Come parla Giorgia Meloni, che il Times ha inserito tra le 20 “stelle nascenti” del 2020? Qual è il segreto della comunicazione della presidente di Fratelli d’Italia, il cui partito è salito nei sondaggi a un ragguardevole 10% dal 4 delle elezioni del 2018?

NurPhoto via Getty Images
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Propongo tre contenitori: il primo raccoglie le parole giorgiane; il secondo le strategie argomentative; il terzo quelle espressioni pop-vernacolari che fanno arricciare il naso agli chic ma funzionano alla grande nella comunicazione contemporanea. Un mini-prontuario per chi vuole studiare la retorica giorgiana e per chi vuole democraticamente contrastarla. Con una precisazione: la parola “retorica” non è di per sé né negativa né positiva. La retorica è uno strumento del dire. Negative o positive sono le intenzioni delle quali la lingua può essere rivelatrice. E su queste ognuno si farà la sua idea.

Iniziamo con le parole. Se vuoi essere un sovranista, meglio usare il termine Patria, non Stato o Paese. Meglio ancora se lo inserisci nel terzetto che tira in ballo Dio e la famiglia: “se vi sentite offesi dal crocifisso e dal presepe non è qui che dovete vivere”, “qui difenderemo Dio, patria e famiglia. Fatevene una ragione!” (Piazza San Giovanni, 19 ottobre 2019). Nella diretta Facebook per gli auguri di fine anno, il saluto è “Buon anno, patrioti. Viva l’Italia!”. Il concetto viene ribadito anche con termini semanticamente vicini, come nazione e confini.

L’Europa è un nemico e ispira metafore: “La Sinistra in Europa ci sa stare soltanto in ginocchio a leccare i piedi dei francesi e dei tedeschi”. L’Ue fa emergere anche sentimenti definitivi: “abbattere (tearing down) questa Unione Europea, per salvare l’unione delle nazioni europee e riconsegnare la sovranità ai popoli europei, oggi usurpata dai teconocrati e burocrati asserviti dalla visione mondialista” (Convention dei Conservatori Americani, 3 marzo 2019).

Oltre che come leccatori di piedi, gli avversari politici sono etichettati come amanti delle poltrone: “Questo è un governo che serve solo a moltiplicare le poltrone” (diretta Facebook, 31 dicembre 2019). Un sostantivo che ricorre anche nella comunicazione di Matteo Salvini, che ha definito il Conte 2 il Governo “poltrone e sofà”.

Nella neolingua giorgiana si è fatto notare il neologismo nomadare, diventato un marchio di fabbrica, tanto da essere definito dal linguista Giuseppe Antonelli un “emologismo” [nei discorsi politici, parola d’ordine – o frase ad effetto – che mira esclusivamente al coinvolgimento emotivo degli elettori, N.d.C.] che si riferisce a parole, frasi, formule che hanno la viralità degli emoji, ossia delle faccine dei social: “Per i nomadi la nostra proposta è che si allestiscano piazzole di sosta temporanee dove si pagano le utenze e si sosta massimo sei mesi, dopodiché ci si deve spostare, punto. Quindi va bene censirli, dopodiché se sei nomade devi nomadare” (Twitter, 19 giugno 2018).

Ora le strategie argomentative, che ci portano dritti dritti al tormentone “io sono Gorgia”. Recentemente un dj mi ha confessato di essere un obiettore di coscienza. In discoteca e alle feste gli chiedono di suonare il remix da 8 milioni di visualizzazioni di Mem & J. Lui si rifiuta, per amore della musica e per idiosincrasia politica. Dietro al tormentone c’è una strategia argomentativa che si chiama “fallacia della brutta china”, un ragionamento concatenato che, seguendo una falsa logica, fa apparire come inevitabili il verificarsi di conseguenze disastrose, malgrado non ci siano prove che queste conseguenze si verificheranno. Il dramma prefigurato è questo: si parte da genitore 1 – genitore 2 e si finisce senza identità: “È il loro gioco. Vogliono che siamo genitore 1 genitore 2, genere lgbt, cittadini c. Dei codici. Ma noi siamo persone e difenderemo la nostra identità. Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana, non me lo toglierete!”.

Il make Italia great again di Gorgia Meloni ha la forma dell’anafora, la ripetizione di un termine all’inizio di frasi successive, e di un climax, una gradazione ascendente che parte dalla grandezza e arriva enfaticamente alla gloria: “Un’Italia capace di tornare a pensare in grande; un’Italia che non accetti il declino; un’Italia che sostenga i suoi imprenditori, che aiuti le sue famiglie, le sue mamme, i suoi genitori, che voglia vedere nuovi bambini che nascono, che difenda la sua identità, le sue tradizioni, i suoi valori; un’Italia che combatta l’illegalità diffusa, un’Italia capace di costruire grandi infrastrutture, di essere al passo con i tempi, di combattere il divario digitale, di far rientrare i tanti ragazzi costretti a scappare dalle loro terre […]. Un’Italia all’altezza della sua storia e della sua gloria” (diretta Facebook, 31 dicembre 2019).

Veniamo ora al contenitore delle espressioni pop-vernacolari. Il governo giallo-rosso è definito “rosso… perché de giallo c’è molto poco!”. Se l’epiteto omerico di Achille è piè-veloce, quello giorgiano di Di Maio è poretto.

Infine, Giorgia Meloni si cimenta in una discussione con il bancomat che, in una prosopopea, diventa il personaggio di uno sketch: “Tra un po’ andremo al bancomat a prelevare 100 euro. E il bancomat ci chiederà che ci devi fare? Ma fatti gli affari tuoi, guardone!”. Aspettiamo fiduciosi la reazione del bancomat: Io sono un Bancomat, sono una macchina, sono un bancario, sono italiano…

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