Perché i 5 Stelle sono diventati il mostro di Frankenstein (e la colpa è tutta di Grillo)

di Massimo Nava (linkiesta.it, 9 agosto 2019)

C’è qualche cosa di intrinsecamente melodrammatico nella parabola discendente del Movimento 5 Stelle e del guru che lo ha immaginato, promosso, lanciato con intelligenza e passione, eretto a paradigma sociale e culturale di valori alternativi, motore del cambiamento, crocevia di speranze, prateria di consenso politico.

Ph. Marco Bertorello / Afp
Ph. Marco Bertorello / Afp

Siamo, come si dice, all’ultimo atto, quando cioè tacciono i tromboni e un malinconico violino accompagna il calare del sipario. Per critici, avversari e denigratori di ogni genere, questa sarebbe anche l’ora dello sberleffo, del “ve lo avevamo detto”, rovesciato sul guru e sulle masse non più plaudenti che si allontanano deluse. E per amici, consiglieri, dirigenti a vario titolo, sarebbe anche l’ora di un serio esame degli errori, delle responsabilità, della distanza siderale fra l’entusiasmo della proposta e la sua approssimativa e incerta messa in pratica, fino al miserabile fallimento.

Tuttavia, prima degli sberleffi e degli esami interni (se mai ci saranno) è anche necessario riflettere sullo psicodramma collettivo che ha coinvolto milioni di italiani, sul parto culturale e sociale che ha generato e favorito un orizzonte politico alternativo, comunque lo si voglia giudicare, e sulle qualità taumaturgiche di un uomo, anzi di un comico, che è riuscito a entrare con la televisione e la Rete nelle case degli italiani, a convincere uomini e donne di diversa età e ceto sociale che un “vaffanculo”, eretto a messaggio politico e a bandiera di riscatto giustizialista, fosse una medicina, o meglio una formula magica, per renderci tutti più felici.

Se le qualità taumaturgiche sono evidenti, restano inesplorate la molla del consenso, la fiducia o la credulità di milioni di cittadini, l’esercizio acritico e rancoroso del voto, l’adesione entusiasta alle proposte più bislacche e irrealistiche, l’accettazione di evidenti negazioni economiche e scientifiche e infine la rassegnata (e per certi aspetti tutt’ora incredibile) accettazione del patto con il proprio opposto, per governare insieme, come Erode e l’Unicef, serbi e kosovari, Atene e Sparta, Pinocchio e Lucignolo.

Ancora più inesplorato è il meccanismo della delega che ha portato il guru a consegnare la propria creatura a discepoli che non sapevano camminare né sull’acqua né sulle proprie gambe, che si sono rivelati piuttosto delfini arroganti e presuntuosi, pronti a rinnegare il maestro e persino a scannarsi fra loro. E ancora più incomprensibile, se non esplorando le umane debolezze di chiunque, l’essersi consegnati mani e piedi all’alleato, rinnegando i punti cardine dell’alleanza, le promesse per cui erano stati eletti, balbettando inesistenti resistenze pur di restare al proprio posto.

Come nella leggenda di Frankenstein, la creatura grillina è una mostruosità politica, è il caso di dire senza capo né coda, un gigante di cartapesta che si scioglie malinconicamente in questa estate di volgarità, violenza, xenofobia e cattivo gusto in cui trionfa il suo contrario, l’uomo forte al quale le masse deluse hanno deciso di dare una seconda possibilità di riscatto. Meglio delle promesse del guru, meglio dell’autopsia sociale A-scientifica, l’uomo forte ha perfettamente capito la più elementare lezione politica: fare finta di essere sincero.

Il guru ripiega la bandiera del “vaffanculo”, la formula magica che ha indicato nelle classi politiche e nelle classi dirigenti il nemico da abbattere per il rinnovamento della società e il riscatto delle masse. Il terreno è stato arato. Le resistenze disarticolate. Frankenstein riposa in pace, anzi in villa. L’uomo forte si fa lui stesso classe dirigente. E per esorcizzare futuri “vaffanculo” ha perfettamente capito un altro segreto del successo politico: indicare il nemico, ergersi a protettore, dividere il mondo in “noi e gli altri”, distillare l’idea che il male, l’inferiorità, il pericolo, gli errori stiano da una parte sola e non in ognuno di noi, secondo percentuali più o meno accettabili.

Resta da capire la transumanza del consenso, evidentemente secondo bisogni e valori intercambiabili. E in questa transumanza, il melodramma può diventare tragedia.

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