Salviamo Walter Chiari dal revisionismo post-fascista

di Fulvio Abbate (huffingtonpost.it, 11 aprile 2019)

Il nome e la memoria stessi dell’attore Walter Chiari – che il Dio del talento l’abbia in gloria –, se lo ignori, da sempre fanno pienamente parte dell’arsenale balistico leggero del revisionismo della nostra destra nazionale, soprattutto quando questo intento si coniuga rispetto alla cultura e allo spettacolo: “monopolio”, sempre secondo quest’ultima, della “sinistra”, sì, “proprio dei comunisti”.

Mondadori Portfolio via Getty Images
Mondadori Portfolio via Getty Images

A Chiari, da sempre, per cominciare, come fosse un gladio cinto d’alloro, viene attribuita una frase assolutoria, da capannello in Galleria, su Mussolini, dunque rispetto all’ufficio-economato del suo regime: “Quando fu appeso per i piedi a piazzale Loreto, dalle tasche non cadde nemmeno una monetina. Se i nuovi reggitori d’Italia avessero subito la stessa sorte, chissà cosa uscirebbe dalle tasche di lorsignori!” (sic). Sembra che l’attore si sia così pronunciato a Genova, nel 1975, nel mezzo di uno spettacolo dal titolo Chiari di luna.

Ora, che Chiari, al secolo Walter Michele Annicchiarico (1924-1991), abbia vestito l’uniforme della Xa Mas e ancora, secondo testimonianze di commilitoni, si sarebbe perfino aggregato alla Werhmacht, partecipando all’offensiva nelle Ardenne, è un fatto acquisito, punto. Tuttavia, assolutamente secondario circa la nostra riflessione sul dispositivo subculturale di una destra che periodicamente sceglie di nuovamente arruolarlo come icona, anzi, prova provata di una qualche – “… ma sì, dài, lì a Salò c’erano pure Dario Fo, che poi l’ha taciuto, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello – “bontà”, o magari sigillo di qualità doc del fascismo.

Che Walter Chiari sia stato, per talento ed enzimi del suo immaginario fantastico, assai più di un immenso attore, sia affabulatore comico sia drammatico, è un dato incontrovertibile, ma qui, forse, assodatane la stoffa inarrivabile, occorre riflettere su un – come dire? – palmarès postumo che la destra dello Stivale ama periodicamente, puntualmente, dopo averlo lucidato, sollevare come reliquia ignobilmente spezzata, vilipesa, suggerendo così le responsabilità della “sinistra” verso chi “ritenne che il dovere stesse da quell’altra parte, quella sbagliata, dalla parte della Patria tradita… ecc. ecc.”.

L’ultimo episodio che vede, appunto, la memoria di Chiari ficcata dentro un obice che sembra giungere dalle pagine ormai tarlate de Il Borghese nella versione di Mario Tedeschi – Gianna Preda muove ora dalle parole di Luigi Mascheroni apparse su Il Giornale a proposito del leggendario Sarchiapone e di Tatti Sanguineti, maggior esperto dell’attore che esista al mondo; a lui si deve infatti un ciclo televisivo, Storia di un altro italiano, che di Walter riassumeva ogni passo, ascesa e caduta, compresa la sequenza filmata che lo vedeva accogliere, redivivi, Stanlio e Ollio, poveri, invecchiati, i visi e i gesti toccati dal tempo, nella loro tournée terminale, così ai binari della stazione Termini di Roma, 25 luglio 1950, tra la folla inarrestabile che porta il Magro in trionfo sulle spalle e perfino le guardie di Ps che non riuscivano neppure loro a trattenere il riso: “Che peccato, averli visti…”, è il requiem di Chiari per loro.

Intendiamoci, Mascheroni, se non l’ho già detto, è giornalista intelligente e dotato di acume, ciononostante perfino lui non si sottrae, di fronte alla vulgata “reazionaria” del caso Chiari, alla retorica del risarcimento post-fascista, così perfino il Sarchiapone, metafisica della zoologia comico-fantastica, alla fine sembra vestire anch’esso la divisa ora delle Brigate Nere ora della Guardia Nazionale Repubblicana, a seconda del turno-repliche. Eccolo così infine arruolato, meglio, implotonato da Mascheroni attraverso le parole di Sanguineti: “Walter Chiari in quegli anni doveva venire fuori dal ghetto dove certa intellighenzia paleostalinista italiana l’aveva confinato, in quanto marò della Decima MAS – tutti i comici sopra la Gotica erano fascisti, e inoltre capiva che doveva contrastare il successo montante di Alberto Sordi sfruttando la moda della americanità nella società italiana: Un americano a Roma è del 1954… E così tirò fuori dal suo immenso talento il Sarchiapone. O meglio: il Sarchiapone americano…”.

E qui, sempre virtualmente, sembra quasi che al rifornitore Esso di Piazzale Loreto, accanto a Mussolini, Petacci, Starace, Pavolini e gli altri, abbia trovato posto anche il cadavere, non meno a testa in giù, dell’inerme Walter. Idealmente, così immaginando sembra che egli non potrà mai farci dono dei suoi migliori momenti d’attore, né di Bellissima di Visconti accanto a Anna Magnani, né del personaggio struggente che veste in La rimpatriata di Damiano Damiani accanto a Riccardo Garrone – nostro amico, Riccardo, anche lui giovanissimo già in divisa della X Mas – e neppure di un capolavoro, Il giovedì di Dino Risi, dove Walter interpreta in modo immenso un padre fallito in gita in città con il proprio bambino, sembra ancora di vederlo mentre fa scoppiare le castagnole prese al figlio lungo la scalinata di Via Ronciglione a Roma. Sempre Walter raccontava di un incontro con Luisa Ferida al Cinevillaggio di Venezia, con lei che gli suggeriva di farsi incidere gli angoli delle palpebre da un chirurgo, conquistando così un taglio d’occhi perfetto.

Nei racconti ormai lontani di un mio zio, da giovane amante di una ballerina della compagnia di Marisa Maresca, la stessa degli esordi di Chiari, siamo nel 1944, c’è Walter che inguaia quest’ultima nei giorni delle epurazioni, eppure quando raccontai questo fatto, era il 1994, su l’Unità, subito mi raggiunse la lettera di un ex partigiano che, da Rapallo, raccontava di un Chiari per nulla fascista, anzi, amico di un celebre comandante partigiano “garibaldino” della piazza di Milano. L’anziano scrivente escludeva del tutto che fosse mai stato fascista. Ma non è neppure questo il punto, non si tratta di sottrarlo a nessuna leggenda, vera o presunta, dell’appartenenza a un sentire politico e storico.

Resta tuttavia che sa di falso medagliere, o comunque rabberciato, la periodica insistenza sul fatto che perfino chi ritroveremo un giorno, metti, a Canzonissima accanto a Mina, aveva in serbo l’idea dell’onore, se non esattamente il culto di Dio Patria e Famiglia, un trinomio appena rimesso in canna dall’attuale destra accuratamente prossima a ogni forma di razzismo rionale, la stessa che ha cura di dirsi sovranista.

Su tutto, tornando al suo talento, resta la sua generosità umana e d’attore – ne vuoi sapere una? Bene, poco prima di morire, in scena insieme a Renato Rascel nel claustrofobico Finale di partita di Samuel Beckett, al termine d’ogni replica Chiari intratteneva fuori programma il pubblico raccontando di sarchiaponi e mille altre storie, sentendo così un bisogno di “risarcirlo” dopo l’incubo del teatro dell’Assurdo – perfino, nel 1970, da una cella di Regina Coeli, accusato di “consumo e spaccio di cocaina”.

Su tutto, stavo per dire, resta un racconto che Mario Dondero, maestro della fotografia, di lui ci ha donato: siamo nei giorni successivi al 25 aprile 1945: Mario, diciassettenne, veste ancora l’abito da partigiano della sua brigata – la “Cesare Battisti” della Val d’Ossola, fazzoletto rosso al collo –, proprio in quell’istante la prima immagine che gli racconta la liberazione di Milano dai nazi-fascisti, il tempo di pace infine ritrovato, mostra un ragazzo magro e sorridente che, sotto un gran pavese di lampioncini colorati, in piedi su un palchetto improvvisato, ai bordi della piscina di Via Pier Lombardo, canta un motivo appena portato al successo da Natalino Otto, una canzone di quei giorni, Solo me ne vo per la città. Il ragazzo è Walter Chiari, la storia ricomincia proprio in quell’attimo, il fascismo è sconfitto, ogni altro tentativo di affermarne una presunta grazia segreta, in nome dell’onore a la fedeltà custoditi, non è altro che subcultura da sottoscala del pensiero.