Sono padre, dunque sono

di Simonetta Sciandivasci (ilfoglio.it, 6 luglio 2018)

Chi lo avrebbe mai detto che, dopo anni e anni di evaporazione e scomparsa del padre (come fenomeno psicanalitco, naturalmente), ci saremmo ritrovati un premier che si sente “pater familias dello Stato” (Giuseppe Conte), un ministro che garantisce da padre (Danilo Toninelli) e un altro che dice di parlare in quanto padre (Matteo Salvini).dibba-babboC’è voluta l’intervista – “la prima da espatriato” – di Oggi a Di Battista – che come sapete si è fatto da parte più o meno con la stessa discrezione con cui si fa da parte una suocera quando la nuora è incinta – per capire che il richiamo ai valori tradizionali, la torsione conservatrice, l’ammiccamento democratico cristiano temuto un po’ da tutti (ammettiamolo) non c’entrano niente: l’ostensione dei figli serve a sostanziarsi e legittimarsi. Non hai niente da dire? Parla della paternità. Racconta di tuo figlio. Commuovi il Web con la tua dedizione assoluta verso l’essere umano che hai messo al mondo. Segui il copione di una puntata qualsiasi del Donna Reed Show, il programma di riferimento delle casalinghe americane degli anni Cinquanta – che erano prolecentriche perché solo di accudimento della prole potevano occuparsi ed era inevitabile che solo di quella finissero a parlare e vantarsi. Di Battista, su Oggi, parla quasi esclusivamente (per tre pagine – e va bene che ci sono molte foto molto grandi) di suo figlio. Quando gli viene chiesto e pure quando non gli viene chiesto. Qualche esempio: “Ho scelto di non fare tappa in El Salvador, per tutelare l’incolumità di mio figlio” è una risposta a Pierluigi Diaco che gli chiede quale sia stato l’incontro più bello della sua vita; “Il pianto notturno di mio figlio Andrea” è la risposta (credibilissima) a “Qual è la colonna sonora di questo viaggio in America?”; “Quando diventi padre è difficile lasciarsi andare” è la risposta a “C’è spazio in questo viaggio per il divertimento?”. Sorvoliamo sul fatto che è riuscito a sostenere, con il candore a lui proprio, che fotografa continuamente suo figlio e condivide gli scatti su Facebook solo perché moltissimi altri padri lo fanno (il desiderio di essere come tutti non è mica un’esclusiva dell’establishment culturale di centro-sinistra) e andiamo al punto. La paternità è per Di Battista una ragion d’essere, un salvacondotto, una garanzia e, soprattutto, l’argomento tappabuchi, un trompe-l’oeil piazzato sul vuoto. È proletariato contenutistico: a parte mio figlio, non ho niente da dire. Dopo decenni di impegno per liberare le mamme dalla convinzione che il loro compimento s’esaurisse nell’essere mamme (meglio: per farle smettere di ammorbare il prossimo con i traguardi dei propri figli come se fossero i loro; meglio ancora: per farle smettere di ammorbare il prossimo con l’autofiction genitoriale), non solo non abbiamo ancora portato a termine l’opera (non ci riusciremo mai), ma ci toccano governanti e aspiranti tali che usano i figli per arrogarsi una competenza. Almeno una. Una che valga per tutte le altre, contenendole. La competenza-mondo.

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