Gratis et Ama dei. L’età del successo misurato in cuoricini

di Guia Soncini (linkiesta.it, 12 febbraio 2024)

Molti anni fa, quando tutto era diverso da ora nello spettacolo e nel giornalismo e ovunque, diverso in modi che rendono complicato farlo capire a chi conosce solo il mondo di ora, molti anni fa a una rivista di moda italiana venne offerta, da chi la vestiva in quel momento, la possibilità d’intervistare Madonna. Tutto era diverso tranne Madonna, che era già quel che è stata sempre negli ultimi quarant’anni: la massima diva mondiale, e una che qualunque giornale vorrebbe poter mettere in copertina, e anche una che non ha remore nel dire cose stronze quando ne ha voglia.

La rivista decise di mandare a fare l’intervista un grande editorialista di quotidiano, che era – ma questo ancora non lo sapevamo, giacché vivevamo nel mondo di allora – l’anello di congiunzione tra il mondo in cui chi scriveva si permetteva il lusso di chiedere uno sforzo a chi leggeva e quello di ora, in cui si richiedono meno complicazioni e più cuoricini. Il Famoso Editorialista era l’embrione del mondo che sarebbe stato. Uno al quale i lettori chiedevano la foto insieme, e al quale scrivevano mettendolo a parte delle loro vite (erano mail e non commenti social, ma era quella tipologia di pubblico lì, quella che poi sarebbe divenuta l’unica), e del quale ritagliavano gli articoli per metterli sul frigo. Giacché gli articoli di quell’editorialista lì non erano mai mai mai di complesso approccio per il lettore mediamente analfabeta.

Quell’editorialista lì non si vergognava delle ipersemplificazioni, dello spirito di patate, di tutto ciò che gli editorialisti più sofisticati trovavano raccapricciante. Perciò, il FE aveva un successo popolare – che allora significava libri venduti, conferenze pagate, trasmissioni televisive coi cachet degli anni delle vacche grasse – che gli altri si sognavano. E ciò ci porta a casa di Madonna. Alla fine dell’intervista, il FE esce gongolante. Madonna guarda le persone dell’entourage dello stilista e, riferiscono, chiede: ma pensava di essere lui la star?

Questo aneddoto mi è tornato in mente mercoledì e giovedì, quando a Sanremo è successa una cosa che, assieme al FantaSanremo, è forse la più eloquente sintesi dell’economia del gratuito di questi anni, di un mondo in cui il FE è un ricordo remoto come i maniscalchi e le centraliniste. Niente si monetizza più, se non in quella valuta con cui non puoi pagare il conto al ristorante che sono i cuoricini. Ci chiedevamo, con un amico, perché moltissimi che si occupano di quel che resta del giornalismo musicale si facciano accreditare da Cavalli e Segugi e vadano a spese loro a Sanremo per la soddisfazione di fotografarsi col gadget di Mahmood (un cellulare dorato, ovviamente). Per esistere, come tutto ciò che si fa nel secolo della vita pubblica indistinguibile da quella privata, d’accordo. Ma rimettendoci addirittura dei soldi? Come siamo arrivati dall’epoca in cui ci si guadagnava a quella in cui ci si rimette? Non bisognerebbe almeno andarci in pari?

Andarci in pari erano le tartine di Ben Affleck che raccontavo l’altro giorno (e che in effetti erano di ben ventisei anni fa)? Quando c’è stato il tracollo? Se nessuno ci guadagna più niente, come misuri il successo? Con quale simbolismo? I cuoricini? Le vittorie? Quando il femminismo di Instagram si lagna perché da dieci anni al Festival non vince una donna, e poi esulta perché una finalmente ha vinto, gli è chiaro che le donne hanno venduto, prima che l’economia del gratuito abolisse anche il prodotto-disco, milioni di dischi senza bisogno di vincere Sanremo?

È chiaro, alle de Beauvoir semianalfabete che questo secolo può permettersi, che il monetizzabile successo di Giorgia o di Paola e Chiara non è alla portata di Angelina Mango non per ragioni di genere ma perché Instagram, aprendo alle piccole Simone le porte per diventare pensatrici anziché gente che lava le scale, le ha chiuse ai mestieri retribuiti? Quando il FantaSanremo, un gioco in cui non si vince niente, diventa ciò cui tutti vogliono partecipare, quando lo star system (quello abbiamo, di star system: i cantanti di Sanremo) si presta a dire le frasette engagé perché fanno punti a un gioco in cui non si vince niente e non c’è niente da guadagnare, è chiaro che è tutto finito o devo farvi un disegnino?

Le ultime cose per cui il pubblico è disposto a pagare sono il televoto e i biglietti dei concerti, e quindi è chiaro che la vittoria di Angelina Mango è, come tutto in questo secolo, simbolica. Ha in verità vinto Geolier, che riempie stadi e altre monetizzabilità. Poi c’è anche che Geolier – non esattamente Elias Canetti: un ventitreenne di Secondigliano che canta in dialetto e non so neanche se abbia finito le scuole dell’obbligo – ha mantenuto una calma sotto pressione che gente con più maturità e cultura di lui avrebbe faticato a conservare. Da «Scusate gli occhiali da Sole: non è per maleducazione» a «Se parliamo degli anni Cinquanta» rispetto alle presunte discriminazioni verso i napoletani – domanda seriamente formulata in un Paese in cui il massimo successo letterario è L’amica geniale e quello televisivo Mare fuori –, Geolier in conferenza stampa non ha dato una risposta una che non fosse impeccabile.

Probabilmente Geolier è più sveglio della media dei suoi coetanei, una generazione rispetto alla quale non ci vuol molto a spiccare, una generazione che da Instagram apprende, oltre alla gratuità, il lessico sciatto: che dicano «pinkwashing» o «salute mentale» o «genocidio», comunque non sanno cosa stanno dicendo. Una generazione che tiene in ostaggio gli adulti quasi più degli stylist (no, d’accordo, era un’iperbole: chiunque abbia visto com’era conciato Mahmood l’ultima sera sa che più degli stylist nessuno). Grandi firme del giornalismo contemporaneo (parlandone da vivo) spiegano che se non conosciamo Geolier non conosciamo il mondo, e io provo a immaginare i nostri genitori alla nostra età: si ponevano il problema di non conoscere e apprezzare Sandy Marton, o facevano vite da adulti?

Ieri Amadeus, richiesto di come rapportarsi al mondo dei giovani, ha spiegato con gran serietà che mica si può pretendere che i giovani s’interessino al nostro mondo (dovessero mai imparare qualcosa: per carità): «Siamo noi che dobbiamo andare nel loro». Sto immaginando un mondo in cui, invece d’essere io a rubare Barthes o anche solo Il Gattopardo dagli scaffali dei grandi, fossero stati loro a sentirsi in dovere di leggere Violetta la timida. Sulle distopie davvero spaventose mancano puntate di Black Mirror. Si sente il bisogno d’una puntata in cui i grandi chiedono ai piccoli cosa fare, in cui il figlio di Amadeus suggerisce lo sketch del Ballo del qua qua, e quel suggerimento ha tutta l’autorevolezza che serve a mandarlo in onda.

Ma, mica ve ne sarete già dimenticati, dicevo di mercoledì e giovedì. Quando a Sanremo i concorrenti sono divisi in due, e quelli che canteranno il giovedì presentano, il mercoledì, chi è di turno quella sera, e viceversa. Come abbinare i cantanti presentatori e quelli presentati? Con un sorteggio. A chi facciamo estrarre gli abbinamenti? Ai giornalisti in sala stampa. Se scorro i messaggi sul mio telefono, mercoledì e giovedì non c’è neanche mezzo commento sulle cinque ore di trasmissione serale. Eravamo ancora tutti impegnati a parlare di quei minuti, la mattina, in cui giornalisti evidentemente sovreccitati venivano invitati una mattina da Giorgia e una da Teresa Mannino a pescare un bussolotto e leggere un nome.

La Mannino, che aveva il vantaggio di stare lì apposta per dire che il re è nudo, a un certo punto gliel’ha pure detto, ad Amadeus. Cito a memoria: tu fai questa cosa perché così loro pensano di essere tuoi amici e non scrivono cattiverie. Ma loro, che pure sono cresciuti con la mistica dei cani da guardia del potere e le vhs di Tutti gli uomini del presidente, non stanno lì per scrivere cattiverie. Il giornalismo di spettacoli non è mai stato particolarmente feroce, diciamo. Quando Giorgio Bocca si permise di fare un’intervista non compiacente a Lucio Dalla era il 1979, e già il suo ardire era scandaloso. Figuriamoci negli anni in cui i giornali non li legge più nessuno e la principale speranza di chi intervista un cantante è che quel cantante condivida l’intervista sui suoi social e i fan facciano il gesto fuori dal tempo di acquistare una copia del giornale.

Certo che sono patetiche, le domande dei residenti in sala stampa che chiamano Amadeus “Ama” e che ambiscono alla foto insieme, al gadget di Mahmood, all’invito nel privé; ma non è che lo fosse meno l’intervista di Time a Taylor Swift: anche Time ha il problema di vendere copie alle fan di Taylor, mica a chi vuole vedere il potere sbranato dai cani da guardia. Amadeus e Taylor Swift continuano a essere due poteri, ma cani da guardia in giro pochini. È un bene? È un male? Non lo so e m’interessa pochissimo: poche cose m’interessano meno del ruolo sociale ed etico del giornalismo.

Quel che noto è il calo del potere d’acquisto. Una volta, per sentirsi la star, il FE doveva vendere milioni di libri, condurre programmi, avere un incontrovertibile valore di mercato. In questo secolo al risparmio, per far sentire una star il critico musicale del quotidiano basta fargli estrarre il bussolotto mentre qualcuno immortala col telefono quel suo momento di gloria: Loredana Bertè la presenta Sangiovanni, guardami, sono quello che lo dice al microfono, cuoricinami, è gratis.

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