Il film che cambiò la percezione sulla guerra nucleare

(ilpost.it, 20 novembre 2023)

La sera di domenica 20 novembre 1983 oltre 100 milioni di persone negli Stati Uniti, circa 38,5 milioni di famiglie, guardarono sul canale Abc un film per la tv di cui si parlava da settimane: The Day After. Immaginava la rapida evoluzione delle tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica in una terza guerra mondiale dalla prospettiva della popolazione di due città rurali statunitensi, basi di lancio di missili balistici intercontinentali.

Abc

Il dibattito che aveva preceduto la sua messa in onda riguardava l’opportunità di trasmetterlo, i possibili effetti sull’opinione pubblica, sugli spettatori e le spettatrici più sensibili, sulle elezioni presidenziali del 1984 e sulle politiche per la riduzione degli armamenti nucleari. Trasmesso anche in Europa e in Italia l’anno successivo, The Day After è citato ancora oggi, quarant’anni dopo la sua uscita, come uno dei più ambiziosi e riusciti tentativi cinematografici di immaginare le conseguenze di un disastro nucleare. Benché apparisse tecnicamente limitato per diversi aspetti già all’epoca, il film interpretò paure e attenzioni sempre più diffuse e condivise riguardo al pericolo dell’utilizzo delle bombe atomiche, e secondo molti ravvivò una discussione che contribuì ad accelerare i processi che portarono alla fine della Guerra Fredda.

Ambientato nei primi anni Ottanta, The Day After descrive le ripercussioni dirette di una rapida intensificazione della Guerra Fredda sulle vite di un gruppo di persone in due città statunitensi, Lawrence in Kansas e Kansas City nel Missouri, in cui si trovano silos missilistici sorvegliati dall’esercito statunitense. La rapida e catastrofica progressione degli eventi è raccontata soltanto attraverso i giornali e le trasmissioni radiofoniche e televisive, che parlano inizialmente dell’invio di armi nucleari in Europa da parte dell’Unione Sovietica e dell’ammassamento di truppe in Germania Est con l’obiettivo di intimidire gli Stati Uniti e indurli a ritirarsi da Berlino Ovest.

A seguito del tentativo delle forze militari della Nato di rompere un blocco imposto dalla Germania dell’Est su Berlino Ovest, l’Unione Sovietica e gli altri Paesi del Patto di Varsavia entrano nel conflitto colpendo obiettivi civili e militari nella Germania dell’Ovest. Le persone cominciano a scappare da Kansas City e dalle altre città statunitensi dopo le prime notizie di un’evacuazione di Mosca per il timore di un attacco nucleare, mentre le forze militari sovietiche avanzano in Europa occidentale e reagiscono all’uso di tre armi nucleari tattiche da parte della Nato usando a loro volta armi nucleari contro il quartier generale della Nato a Bruxelles. Dopo un attacco delle forze aeree sovietiche in Inghilterra e contro una base in California, nel film gli Stati Uniti lanciano le loro testate nucleari tramite i missili balistici intercontinentali da Lawrence. Nello stesso momento un ufficiale a bordo di un aereo del dipartimento della Difesa in volo sul Kansas riceve un rapporto che indica l’arrivo negli Stati Uniti di oltre 300 missili balistici intercontinentali dall’Unione Sovietica.

La seconda parte del film, che non chiarisce quale Paese abbia usato i missili balistici intercontinentali per primo, racconta le vicende delle persone di Kansas City sopravvissute alle esplosioni che hanno ucciso gran parte della popolazione. Alla fine del film, prima dei titoli di coda, un messaggio dice: «I catastrofici eventi a cui avete assistito sono senza ombra di dubbio molto meno tragici di quanto accadrebbe se gli Stati Uniti venissero realmente coinvolti in una guerra nucleare. Ci auguriamo che questo film convinca tutte le nazioni della Terra, i loro popoli e i loro governatori a evitare questa drammatica fine».

Negli Stati Uniti The Day After fu una delle trasmissioni televisive non sportive più viste di tutti i tempi. Parte di quel successo fu attribuita non soltanto al film in sé, che una parte della critica giudicò in realtà abbastanza mediocre, ma alla sua capacità di concentrare le attenzioni e le preoccupazioni dell’opinione pubblica verso i possibili sviluppi di una guerra nucleare in un momento storico di tensioni crescenti con l’Unione Sovietica, dopo un decennio di rapporti più distesi. In seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, le politiche del presidente Repubblicano Ronald Reagan – eletto nel 1981 – avevano portato a un incremento notevole delle spese militari e a un’espansione del potenziale nucleare attraverso la produzione di nuovi missili balistici. Tra il 2 e il 10 novembre 1983 una delle molte esercitazioni e manovre militari, chiamata “Able Archer 83”, era stata scambiata dall’Unione Sovietica per un tentativo reale di attacco e per poco non aveva provocato una guerra nucleare, come scoperto soltanto diversi mesi dopo.

La discussione sui media sia prima sia dopo la trasmissione di The Day After si concentrò principalmente sul significato politico del film, che fu interpretato dalla maggior parte delle persone come un invito a sostenere le politiche sul disarmo. «Come raramente è accaduto nella storia della televisione, un’opera di finzione ha raggiunto l’urgenza e la portata della copertura in diretta di una crisi nazionale», scrisse il critico televisivo del Washington Post Tom Shales due giorni prima che il film venisse trasmesso. Il film fu un’idea del presidente della Abc Motion Pictures Division, Brandon Stoddard, ispirata in parte dalla visione di Sindrome cinese, un film di successo del 1979 con Jane Fonda, Jack Lemmon e Michael Douglas che raccontava la storia di un tentativo di insabbiare gravi rischi per la sicurezza in un impianto nucleare negli Stati Uniti.

Su richiesta di Stoddard fu sviluppata una bozza di sceneggiatura incentrata non tanto sulla guerra nucleare in sé ma sulle conseguenze, che fu poi affidata da Stoddard all’esperto autore televisivo Edward Hume, al produttore Robert Papazian e al regista Nicholas Meyer, dopo il rifiuto di due diversi registi. L’idea di Meyer era di provare a non rendere The Day After un film di genere apocalittico, sia per evitare la censura sia perché considerava questa scelta un modo per rendere il film più efficace. Per questo stesso motivo – non distogliere l’attenzione del pubblico dall’ipotesi della guerra nucleare – chiese alla Abc di non coinvolgere grandi attori o attrici. Alla fine fu coinvolto un cast di attrici e attori principalmente noti per ruoli da comprimari, tra cui Jason Robards, JoBeth Williams e Steve Guttenberg.

La lunghezza del film, inizialmente pensato come un film di quattro ore da trasmettere in due serate, fu ridotta di circa la metà. La versione definitiva fu il risultato di mesi di compromessi tra Meyer e Papazian da una parte e i responsabili della censura della Abc e il dipartimento della Difesa dall’altra. Una parte rilevante degli attriti fu causata dalla scelta di Meyer, mantenuta anche nella versione finale del film, di non assecondare la richiesta di chiarire nella trama che l’Unione Sovietica aveva lanciato i missili con le testate nucleari prima degli Stati Uniti. Secondo alcuni racconti, preoccupato che il film potesse condizionare il successo di una sua ricandidatura alle presidenziali del 1984, Reagan arrivò a chiedere al presidente della Abc Leonard Goldenson durante una partita di golf di «affossare il film».

I timori per la lettura divisiva del film spaventarono anche diversi inserzionisti, e alla fine ci furono soltanto 12 minuti di spot pubblicitari durante il film e nessuno dopo la scena delle esplosioni. Pur avendoci rimesso in termini di possibili guadagni pubblicitari, la Abc ci guadagnò tantissimo in popolarità e apprezzamenti. Il film influenzò l’opinione pubblica «in modi che sembrano quasi inimmaginabili nell’era dello streaming caratterizzata dall’abbondanza di contenuti e dalla visione frammentata che ne consegue», ha scritto il critico televisivo della Cnn Brian Lowry.

Gran parte del pubblico del film – circa 38,5 milioni di persone – rimase sintonizzata sul canale anche per un successivo dibattito sulle politiche di deterrenza e sul rischio della guerra nucleare, moderato dal giornalista televisivo Ted Koppel. Tra gli ospiti c’erano lo scienziato e divulgatore Carl Sagan, l’ex segretario alla Difesa Robert McNamara, l’ex segretario di Stato Henry Kissinger e lo scrittore di origine ebraica Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah. In Italia, dopo essere uscito nei cinema il 10 febbraio 1984, The Day After fu trasmesso in prima serata su Rai 1 il 16 novembre, seguito da un approfondimento condotto da Piero Angela.

Uno dei principali meriti della trasmissione di quel film, scrisse il New York Times nel 1983, fu aver indotto milioni di persone a porsi seriamente qualche domanda sulla questione della corsa agli armamenti e sugli obiettivi, indipendentemente dalle opinioni politiche. «La possibilità dell’orrore termonucleare – orrore è una parola troppo tenue, non esiste una parola per descriverla – è la questione travolgente del nostro tempo».

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