Gentili indignati, l’Eurovision è sempre stato politico

di Davide Piacenza (esquire.com, 16 maggio 2022)

“Il suo popolo sta morendo e lui pensa all’Eurovision. Mah, forse sarò io a non capire”. Un tweet sibillino della giornalista Sandra Amurri commenta uno screenshot di un post del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che qualche ora prima invitava calorosamente a votare per la Kalush Orchestra, il gruppo ucraino poi uscito vincitore dall’Eurovision di Torino. Se prima della proclamazione del vincitore della competizione canora europea la teoria del “complotto per far vincere l’Ucraina” era solo il prodotto dell’incontinenza verbale di qualche svitato, a Eurovision finito è diventata mainstream: “Facciamogli vincere anche il mondiale dai…”, scrive con eccesso di puntini di sospensione un accademico di sinistra. “Di questo passo ogni competizione canora, sportiva, cinematografica sarà assegnata alle Vittime”, verga l’editorialista di destra.

E insieme a loro sono arrivati un profluvio di commenti variamente indignati, le notizie sulle pagine social dei grandi quotidiani prese d’assalto da espressioni di sdegno di fronte alla presunta combine, i 15 minuti di “è tutto un magna magna” a cui nessuno sembra essersi sottratto, dal presentatore televisivo in prima serata al complottista in eurovisione. Il 50% del voto finale degli artisti in gara è determinato dal televoto: segno che tantissimi spettatori hanno deciso di premiare – evidentemente con intento solidale verso le vittime di una guerra di aggressione – l’Ucraina, dando le loro preferenze alla Kalush Orchestra. Che cosa c’è di male? Secondo gli indignati della domenica abbonati al Fatto Quotidiano, l’Eurovision “è apolitico”, e in effetti fra le norme che lo regolano c’è quella per cui tutte le emittenti coinvolte devono “assicurarsi che l’Esc non venga in alcun caso politicizzato e/o strumentalizzato”.

Peccato che la manifestazione sia nata per cementare l’unione degli europei dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, e che il divieto formale sia stato più volte aggirato, come spiega nel suo libro Capire l’Eurovision (Vololibero) l’analista di comunicazione e geopolitica Giacomo Natali: nel 1976 la greca Mariza Koch canta delle bombe turche contro Cipro; nel 2000 il gruppo israeliano Ping Pong, alla fine della sua esibizione, sventola le bandiere di Israele e della Siria, che non riconosce lo Stato mediorientale, finendo censurato da Tel Aviv. E anche la stessa Ucraina ha precedenti in merito: nel 2005 i Greenjolly si presentano con un inno informale alla “rivoluzione arancione” sorta contro i brogli elettorali del presidente filorusso Viktor Yanukovich. Nel 2009 l’Eurovision va in Russia, nel bel mezzo della guerra tra Mosca e la Georgia per il controllo dell’Ossezia del Sud. Stephane, la cantante che rappresenta Tbilisi, è in gara con la canzone dal titolo assai esplicito We don’t wanna put in, finché l’organizzazione le chiede di ripensarci e lei si ritira in polemica.

Trincerarsi dietro foglie di fico come “la politica stia fuori dalla musica” significa non avere chiaro che una kermesse come l’Eurovision nasce anzitutto sul senso di solidarietà europea, e quindi sì, anche la vicinanza mostrata a un popolo aggredito da un tiranno ha legittimamente un peso, sia musicale sia politico (senza contare che, ha fatto notare qualcuno, gli ucraini erano arrivati secondi al televoto anche l’anno scorso). L’edizione di quest’anno si è tenuta senza la partecipazione russa perché, in caso contrario, la sua ammissione avrebbe portato il forfait degli Stati del Nord e dell’Est Europa: come sempre, fare l’anti-Nato coi confini degli altri è facilissimo, meno facile è dover vivere una vita con una potenza autoritaria e imperialista a pochi chilometri da casa propria. E se popoli interi stanno vivendo un periodo di terrore a causa della guerra, non è chiaro perché l’arte non dovrebbe esprimere quel terrore e schierarsi contro quella guerra.

Il titolo di un vecchio articolo dell’Independent dedicato a quelli che focalizzavano il loro stupore (o, appunto, la loro indignazione) sul fatto che i profughi siriani in fuga dalla guerra nel 2015 fossero dotati di smartphone diceva: “Sorpreso che i rifugiati siriani hanno gli smartphone? Dispiace dirtelo, ma sei un idiota”. A distanza di sette anni, torna buono anche per i più accaniti detrattori della vittoria di Kiev a Torino.