Gianluca Vacchi, mai un raffreddore

di Stefano Ciavatta (esquire.com, 7 giugno 2022)

Ci siamo. È arrivata la fase da venerato maestro anche per Gianluca Vacchi, imprenditore bolognese, creator digitale, influencer da 40 milioni di follower, per molti solo “quello dei balletti” o semplicemente “un morto di fama”, da ultimo anche deejay al Tomorrowland e all’Amnesia di Ibiza, “celebrità su Internet” sintetizza Google. Con il documentario Mucho Mas prodotto da Nicola Giuliano, premio Oscar per La grande bellezza, Vacchi ha chiuso il cerchio del suo storytelling dorato. Ora è in orbita Prime Video come i Ferragnez e Sfera Ebbasta: that’s Italy. Tra gli animali sociali digitali Vacchi è il primo crack nel suo genere, vale a dire il filone del costume nazionale dei dispenser di leggerezza, gli stakanovisti della fabbrica di felicità e acqua calda. “Me ne vado a fare il guru” diceva Riccardo Pazzaglia.

Prime Video

Rispetto ai colleghi vidimati sul campo dopo lungo chilometraggio, il narciso Vacchi si è autoproclamato quasi da subito ultimo rampollo del pensiero positivo alla Jovanotti e Fabio Volo. Un giorno ha deciso di riprendere via social la sua solitudine eccentrica, gaudente e milionaria, e farla diventare unica (cioè tutta sua) e condivisibile (nel senso del tasto). La firma digitale dei suoi video è il sussurro “enjoy”, l’auspicio di una esperienza di vita piacevole e gratificante. Esibizione di lifestyle (“sono una popstar del lifestyle”) e perle di saggezza motivazionale (l’imprenditore in fuga dalle “cravatte morali” della borghesia), la ricerca ossessiva del benessere psicofisico, il lusso “come risalto alla propria autonomia decisionale ed esistenziale”. Tutto in onda dal 2013 passando di piattaforma in piattaforma, “sistematicamente coniugando” – avrebbe detto Arbasino – “catasto” (case, ville, palestre, piscine, tenute, interni, aerei, elicotteri) e “capriccio” (pose, outfit, simboli, messe in scena, bizzarrie). Mucho Mas inizia minaccioso: “Voi conoscete solo il Vacchi dei social”, come se Vacchi fosse una figura istituzionale in cerca di riscatto personale. Ma finisce contraddicendosi con fierezza: “sui social ho mostrato proprio quello che volevo essere”, ovvero lo specchio smisurato in cui inseguire la propria immagine di uomo libero. La confezione di Mucho Mas è di alto livello, ha i modi gentili dell’autobiografia autorizzata. In pratica però è un ego-mentario. Anche la parola può essere un bavaglio, ammoniva Stanislaw Lec. Fino a che punto è possibile il ritratto giornalistico di un influencer digitale? Quanto possiamo affidarci ai soli occhi del voyeur? Quanto pesa la realtà che non vediamo? Quante connessioni si possono azzardare? Gli influencer (nativi digitali o outsider anagrafici come Vacchi) sembrano impenetrabili. È sempre stato così per i personaggi famosi? Come si faceva prima dei social?

Nel 1966 proprio per Esquire il giornalista Gay Talese cercava il ritratto del grande personaggio americano. Era il turno di Frank Sinatra, che all’epoca aveva 51 anni. Il reportage uscì con il titolo Frank Sinatra ha il raffreddore: “Sinatra è malato. È vittima di un malanno talmente comune che la maggior parte delle persone lo giudicherebbe banale. Ma se colpisce Sinatra è capace di precipitarlo in uno stato di angoscia, depressione profonda, panico, perfino rabbia. Un Sinatra col raffreddore può scatenare ripercussioni in tutta l’industria dell’intrattenimento”. Talese lo scrisse a distanza, non in smart working ma in un club privato di Beverly Hills: Sinatra divinità capricciosa, inavvicinabile, insondabile boss restio a uscire dal proprio cerchio magico, Talese tollerato, obbligato a osservare in silenzio il divo come in un safari, come una stella lontana. Talese lavorò di sottrazione, fissando ogni movimento di Sinatra, passando al vaglio l’entourage di Sinatra, ricostruendo le presenze che lo circondavano in quel club. Un reportage che a Talese è valsa una carriera. Con gli influencer la carriera è solo la loro. Come tutte le celebrities Internet, Vacchi è sempre fuori contesto perché schiavo del suo palinsesto, una autonomia sempre accesa, incessante, che ogni giorno deve raggiungere il break even, mai un raffreddore. È mosso da un gusto sfrenato per la performance e la messa in scena (il letto in mezzo a via Montenapoleone, in Vespa e in bici in piscina), ma anche schiavo della mania di controllo. Un tempo sarebbe stato arruolato dai grandi anfitrioni televisivi della tv generalista, la banda Arbore, il Maurizio Costanzo show su tutti. Invece con i social è libero di disertare il vecchio mondo e di sentirsi mainstream, e poi quei personaggi non esistono più.

Il primo tassello dello storytelling di Gianluca Vacchi, al di fuori del web, è stato di carta, il classico libro, Enjoy (Mondadori, 2016): metà breviario di cosmogonie familiari tatuate sulla pelle (Vacchi sciamano sentimentale, alla faccia della ribellione alle convenzioni borghesi), metà corso accelerato motivazionale (Vacchi visionario di sé stesso). A tratti pedante, quando gli entusiasmi e le arringhe da guru si scontrano con alibi non richiesti e spiegazioni ridondanti, eccessive come gli interni delle stanze dell’Eremita (Castenaso, BO), il caposaldo, la casa madre di Vacchi, in cui abita dall’età di 4 anni. Ai tempi del libro Vacchi aveva 48 anni. Il suo dandismo barocco risultava forse un po’ datato per i nuovi social, forse troppo poco elastico per la nuova platea fluida: la stessa firma GV da signorotto megalomane (hashtag #GVstyles #GVrules) era indossata, esposta e proposta ovunque: anelli, bottoni, zerbini, tappeti, tessuti, drappi, mutande, tovaglioli, ma mai la coolness di un Renzo Rosso, che con la Diesel arrivò a firmare una collaborazione pop con Foscarini. Vacchi era in cerca di un’identità visiva forte, self portrait ancora ibrido, indeciso tra la posa tamarra-ribelle-gipsy (sempre “irriverente ai canoni borghesi”) e un ritratto nude alla Herbert List (però mai Mapplethorpe, troppo libero, estremo, esplicito). Un abbozzo un po’ cafonal (nonostante la distanza siderale dalle piazze urbane come Milano e Roma), un po’ sbarazzino, che puntava tutto sulla trasgressione dell’imprenditore ricoperto di tatuaggi, già almeno un centinaio, più di Rihanna. Insomma un dandy non ancora scolpito dall’hype, dai nuovi interlocutori, dalla visibilità conquistata.

Poi il dandy ha stretto un patto col metrosexual, ha vinto l’ossessione per la seduzione come riconoscimento identitario: è diventato un figurino in perizoma, mai però sensuale fino in fondo. Invece, cenni di bromance con i calciatori, le notti in giro con Borriello, un’adorazione professionale, come segno di rispetto, per la fatica che c’è dietro la figura scolpita degli atleti, una costruzione a cui Vacchi è arrivato ex novo. Anche questo è body positive: non scalderà i cuori, ma non li offende. Guai però a mostrare l’hang over di questa seduzione. Anche le tavolate del convivio nelle sue case: mai traccia di briciole. Se la seduzione è fatta di chiaroscuri, l’altra ossessione di Vacchi per la pulizia e l’ordine non fa ombra da nessuna parte. Nulla sul display di consumato, stropicciato, strapazzato. Solo il sudore della palestra e gli asciugamani. Una continua manicure della vita. Anche il lusso del pianeta Vacchi è prigioniero della manutenzione. Più che interni da riviste di settore, le case assomigliano a una macchina sempre in garage, mai usate. Sei anni dopo, Mucho Mas perpetua la versione di Vacchi e rilancia l’upgrade. Ok la celebrity globale goliardica ed eccentrica (rimosso però lo slalom in perizoma e monopattino in pieno lockdown italiano nella casa di Miami tra pecore impagliate), ma anche il padre serissimo devoto alla nuova famiglia, l’imprenditore con alle spalle la classica storia americana alla fall&rise, il figliol prodigo dei Vacchi.

Di inedito c’è poco, contenuti già visti sulle piattaforme, dietro le quinte e interviste sorvegliate, la storia della costruzione del suo importante pacchetto azionario Ima, già raccontata nel libro, il sollievo per l’assoluzione dopo 18 anni dall’accusa di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione nel processo Parmatour. Mucho Mas non ricorda quanto Vacchi dichiarò al Corriere della Sera: “Instagram è nato come distrazione, nel 2013, nel momento più cruento dell’iter processuale”. C’è di più. La copertina del libro Enjoy aveva un Vacchi ispirato, divertito, nella cover di Mucho Mas ha l’aspetto da duro con l’indice sulle labbra a intimare il silenzio dei detrattori. Cosa è successo nel frattempo? Le lezioni di vita apparecchiate dal proprio appartamento come un criceto annoiato, saranno virali ma non è più l’apparizione da invidia al ristorante chic o l’avvistamento indiscreto sulle pagine dei rotocalchi come un tempo. Con il nuovo status globale la vita da influencer può essere contestata e scorticata come un brand qualsiasi da distruggere, tipo Abercrombie & Fitch. Nessun influencer è scaramantico sul mostrare la propria vita, perché le solitudini social brillano come speciali a patto di avere qualcuno che le riprenda con una camera. Ma anche la frenesia dell’esibizione senza mediazioni ha un prezzo: dai borghesi bolognesi stizziti che lo rimproveravano, forse quegli stessi “pazzi sprasolati e un poco scemi” cantati da Dalla, si è passati agli haters digitali. Però dove vanno a sbattere gli haters non interessa, è Vacchi che dobbiamo guardare.

Enjoy era un estenuante invito al carpe diem. Nel documentario regna invece l’ossessione per la longevità, l’utopia del fermare il tempo con l’uso massiccio di tecnologia (che ha invaso le case di Vacchi), l’ostentazione dell’organizzazione maniacale della propria vita “per avere tempo per fermare il tempo”. In Enjoy c’era la spiegazione di ogni tatuaggio (una storia quasi interamente familiare, di terra e di radici), qui invece l’esibizione del network, il privé globale, l’élite da star dei social: pacche e abbracci dai blockbuster Tiesto e Guetta al neo deejay cinquantenne, la nuova compagna, la modella venezuelana più giovane di 27 anni incontrata a Miami sul set di Trump-it, il secondo “inascoltabile” singolo di Vacchi. Nel libro raccontava il tatuaggio “Ti amo mia” sul palmo della mano dedicato a Giorgia Gabriele, allora sua fiancée: “questo è il tatuaggio di oggi, così le carezze hanno un peso diverso”. Nell’agiografico Mucho Mas la figura della storica ex fidanzata, presente dai tempi della famosa foto con Efron e Rodriguez che lanciò Vacchi su Chi, la donna di mille balletti, al suo fianco anche quando ebbe un problema di salute, è stata rimossa. Fu un addio silenzioso, senza traumi né melò. Più “io ballo da solo” che cuore infranto.

In Enjoy veniva citata a sorpresa la silhouette stilosa ma serafica del pittore Julian Schnabel, dentro Mucho Mas siamo nel territorio competitivo e crioterapico di Cristiano Ronaldo, l’Obi-Wan Kenobi coatto di Vacchi. Sportivo competitivo fin da ragazzo – “invece di andare a Porto Cervo venivamo qua” ricorda sulle nevi di Cortina al suo ex compagno di piste Kristian Ghedina –, Vacchi mollò la carriera futura da sciatore professionista (vedi palmares di Ghedina) per altri obiettivi esistenziali (“come farò a diventare ricco?”, cfr. Enjoy). Il capitolo finale del libro s’intitolava Chi sarò?, in Mucho Mas il futuro è già arrivato ed è stato divorato dall’ossessione di immortalità (un indizio è anche l’insistere sul lascito ereditario alla figlia neonata), il culto esagerato di un uomo che non vuole diventare la vecchia gloria di sé stesso. Gli haters che stanno chiedendo la cancellazione di Mucho Mas da Prime Video stanno forse dicendo che riguardo agli influencer possiamo solo scrivere degli spifferi? Esiste solo il lato snitch contro il Vacchi di turno? La vertenza lavorativa di una ex colf (Corriere della Sera), il licenziamento impugnato da una coppia di lavoratori domestici (Resto del Carlino), la precisazione dell’azienda di famiglia sul ruolo effettivo non operativo di Vacchi (2016), i tentativi opachi di accusa dell’ex collaboratore social media (2020): quando vengono messi sullo stesso piano, più che dettagli utili a un ritratto finale, sembrano il tentativo di bucare dei palloncini alla festa di Vacchi.

Tanto più che quando Vacchi dichiara a Radio Deejay “faccio tutto da solo, non ho nessuno strategist, perché è la mia vita, capisci?”, nessuno gli chiede di insights o metodologia di lavoro. O le pietre o la favola del credere in sé stessi. Anche Talese racconta le sfuriate di Sinatra: gli accessi di rabbia o i pettegolezzi inaspettati come i parrucchini, la signora addetta al recupero capelli, un sosia a busta paga. E poi le ansie, le paranoie, gli ospiti indesiderati cacciati via. Ma sono furie che ribadiscono il personaggio, il mito dell’incanto di quella voce che ha sedotto chiunque. Quale grandezza da vendere, quale dote così evidente, quale hype dovrebbe invece sgonfiarsi su Gianluca Vacchi?