Il contratto per salvare Internet (che nessuno rispetterà)

di Andrea Fioravanti (linkiesta.it, 26 novembre 2019)

Dopo trent’anni, il papà del World Wide Web ha deciso finalmente di educare la sua creatura. Ma forse ha fatto troppo poco e troppo tardi. Nel 1990 l’informatico Tim Berners-Lee ha progettato la Rete grazie alle quale potete cercare informazioni su Google, accedere a Facebook, comprare su Amazon e leggere questo articolo.

Ph. Fabrice Coffrini / Afp

Ph. Fabrice Coffrini / Afp

E ora, dopo tre decenni, nonostante qualche appello sporadico da Geppetto digitale, ha visto la sua creazione correre sulle sue gambe e diventare qualcosa di diverso dalle aspettative: un Pinocchio tardo-adolescente e tormentato, non ancora a suo agio con le regole di base della convivenza civile. Capace di grandi cose, ma non sempre in grado di usare al meglio la libertà di cui dispone. Per salvare il www da censura, fake news, hate speech, interferenze elettorali e violazioni della privacy, il papà della Rete ha proposto lunedì a Berlino un contratto globale. Nove princìpi rivolti a cittadini, aziende e governi da rispettare per «evitare una distopia digitale di disuguaglianza radicata e abuso di diritti». «Vasto programma» avrebbe commentato su Facebook Charles de Gaulle, se avesse avuto una connessione Internet.

Finora hanno aderito al contratto globale 162 tra multinazionali e aziende digitali. Tra queste anche Google e Facebook, accusate il 20 novembre da Amnesty International di «rappresentare una minaccia sistemica ai diritti umani per la loro onnipresente sorveglianza sulle attività di miliardi di persone». Sono 76 le clausole che accompagnano i 9 princìpi, ma la sensazione è che questo contratto abbia la stessa forza della Dichiarazione universale dei diritti umani. Tutti la condividono ma anche gli Stati più virtuosi non la rispettano fino in fondo, figuriamoci gli altri. Anche perché non esistono sanzioni. O meglio: «Monitoreremo le aziende e i governi che hanno firmato i patti. Dovranno mostrare progressi e trovare delle soluzioni. Se non vedremo dei miglioramenti concreti li toglieremo dalla lista», spiega a Linkiesta Emily Sharpe, director of policy della World Wide Web Foundation, l’organizzazione che ha redatto il testo, fondata da Berners-Lee dieci anni fa. Lodevole, ma esistono modi migliori per far cambiare idea a una multinazionale del Web. «Hanno fatto errori, non sono perfette. Ma il fatto che siano disposte a impegnarsi, speriamo, in buona fede, è ciò che è veramente importante. Se dovessimo ignorare le aziende, non potremmo fare progressi. Per troppo tempo le aziende hanno incolpato i governi. I governi hanno accusato le aziende. E noi individui in mezzo ad affrontare i problemi. Deve finire».

Non sarà facile risolvere i problemi di Internet. Online una storia falsa raggiunge 1.500 persone 6 volte più velocemente di una storia vera. Solo nel 2017 le truffe online sono costate circa 172 miliardi di dollari in almeno 20 Paesi monitorati dalla World Wide Web Foundation. Il contratto è l’ultima tappa di un percorso iniziato un anno fa da Berners-Lee. A marzo, presentando il progetto, aveva individuato tre problemi della Rete. Primo: gli intenti dolosi premeditati, dagli attacchi informatici degli Stati alle molestie online. Secondo: il sistema di incentivi perversi della Rete che premiano la disinformazione virale e il click baiting. Terzo: la polarizzazione del dibattito online. In questi mesi la World Wide Web Foundation ha collaborato con alcuni giganti della Rete e governi, «quello italiano ha osservato attentamente i lavori», sostiene Sharpe. Ma il punto è questo: come può risolvere il problema chi è parte del problema e non è finora riuscito a risolvere il problema?

Scioglilingua a parte, il problema è serio e non può essere risolto dai princìpi del contratto. Per esempio, il quinto stabilisce che le compagnie debbano «rispettare e proteggere la privacy e i dati personali delle persone per costruire fiducia online». Ma secondo il rapporto di Amnesty I guardiani della Rete, il sistema di Google e di Facebook che traccia le attività degli utenti e li categorizza a fini pubblicitari senza la dovuta trasparenza permette di «far godere dei diritti umani online solo sottomettendosi a un sistema basato sull’abuso dei diritti umani». La Web Foundation, in una delle clausole del contratto, chiede che il consenso dato dagli utenti per usare i propri dati sia veramente informato e non basti premere ok a un testo lungo e illeggibile. Ma come costringerà i big tech a cambiare modello di business?

Sembra poco rispettato anche il sesto principio del contratto, che impone alle aziende digitali di «sviluppare tecnologie che supportino il meglio dell’umanità e sfidino il peggio». Ha fatto il giro del mondo il video dell’audizione al Congresso in cui Mark Zuckerberg non riusciva a spiegare alla deputata democratica Alexandra Ocasio-Cortez come Facebook può evitare annunci politici fake da parte di organizzazioni estremiste. A metà ottobre il fondatore di Facebook, alla Georgetown University, ha detto che nel suo social network gli annunci politici non saranno sottoposti a fact checking. Forse per correre ai ripari Google a metà novembre ha deciso di cambiare la sua policy sugli annunci politici, riducendoli in vista delle elezioni del 12 dicembre nel Regno Unito.

Anche se ambizioso, il primo principio sembra quello più facile da realizzare: «Assicurarsi che tutti possano connettersi a Internet». A oggi non è così. Il 46% della popolazione ancora non è online. E la percentuale di europei che si connettono è tre volte quella degli africani: 83% contro 28%. Molti imprenditori hanno intravisto la possibilità di sfruttare questa prateria per fornire un servizio online. Per esempio Elon Musk, il fondatore della società aerospaziale privata SpaceX, sta pensando a un modo per piazzare oltre quattromila satelliti in orbita per offrire a tutti Internet ad alta velocità. Tre volte il numero dei satelliti attivi tuttora. Ma come evitare che Musk, o chi per lui, faccia pagare a caro prezzo la connessione?

Il quarto principio del contratto impone alle aziende di rendere Internet accessibile e a buon mercato. «Il nostro obiettivo è che in ogni parte del mondo un gigabyte di dati costi al massimo il 2% dello stipendio medio mensile, a seconda del Paese di riferimento. Il problema è che in alcuni Paesi dell’Africa Subsahariana acquistare un gigabyte di dati costa a volte fino al 30% del reddito mensile medio nazionale». In Italia siamo fortunati perché costa 1,54 euro (1,74 dollari). In Svizzera oltre 20 dollari.

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