Il fenomeno dei santoni in India

(ilpost.it, 10 ottobre 2021)

Nell’agosto del 2017, il predicatore indiano Gurmeet Ram Rahim Singh – dal 1990 a capo del gruppo Dera Sacha Sauda, un’organizzazione indiana non governativa con decine di milioni di devoti in tutto il mondo – fu condannato per violenza sessuale a 20 anni di carcere da un tribunale speciale del Central Bureau of Investigation (Cbi), l’agenzia nazionale indiana per le inchieste criminali. Subito dopo la lettura del verdetto, oltre centomila seguaci di Ram Rahim riuniti per le strade del distretto di Panchkula, nell’India settentrionale, protestarono per la condanna. Nei violenti scontri con la polizia, intervenuta per contenere i disordini, 38 persone furono uccise e 250 rimasero ferite. Ram Rahim – noto anche con il nome “Msg”, o Messenger of God – sta scontando una pena all’ergastolo dopo una successiva condanna per il suo coinvolgimento nell’omicidio del giornalista indiano Ram Chander Chhatrapati, ucciso nel 2002, autore dell’inchiesta che portò all’accusa di stupro contro lo stesso Ram Rahim.

Ph. Tsering Topgyal / Ap

Nel 2018, Ram Rahim fu accusato inoltre di aver autorizzato la castrazione di centinaia di seguaci. Il gruppo Dera Sacha Sauda ha 46 centri di meditazione (ashram) sparsi in India e in altre parti del mondo: quello principale – una vasta proprietà a Sirsa, nello Stato settentrionale di Haryana, che include scuole, un hotel, un cinema e uno stadio di cricket – continua ad attirare ogni anno visitatori e fedeli che ritengono l’incarcerazione del loro leader parte di una cospirazione. La storia di Ram Rahim, peraltro autore di canzoni di successo e protagonista di numerosi film e video musicali autoprodotti, è considerata uno degli esempi più recenti del seguito eccezionale, del successo commerciale e della popolarità che personaggi carismatici, santoni e altre figure di riferimento di molte comunità indiane riescono da decenni a ottenere in un Paese straordinariamente popoloso (secondo l’Onu 1,38 miliardi di abitanti, secondo soltanto alla Cina che ne ha 1,42 miliardi), prevalentemente povero o a basso reddito, e con una spiritualità storicamente molto radicata.

Sebbene le guide spirituali e i predicatori siano da secoli considerati figure centrali in diverse dottrine religiose e filosofiche e nella cultura indiana in generale, si ritiene che lo spiritualismo indiano come fenomeno di interesse mondiale sia cominciato alla fine degli anni Sessanta, quando i Beatles visitarono l’ashram del mistico indiano Maharishi Mahesh Yogi a Rishikesh, nello Stato settentrionale dell’Uttarakhand. A Maharishi è attribuita l’invenzione della meditazione trascendentale (MT), una tecnica ancora oggi alla base di molti insegnamenti diffusi da organizzazioni non profit come la Maharishi Foundation. Successivamente, negli anni Ottanta, l’esperienza americana della setta religiosa dei sannyasin, guidata dal leader politico e spirituale Bhagwan Shree Rajneesh, detto Osho, contribuì a rendere ancora più chiare e note nel mondo non soltanto le straordinarie capacità di influenza dei predicatori indiani e dei loro stretti collaboratori, ma anche le difficoltà legate alla gestione di comunità molto estese di seguaci e alla loro integrazione sociale, peraltro in un contesto completamente estraneo, in quel caso, a quelle tradizioni spirituali. Oggi il fenomeno dei predicatori in India è accresciuto dalla presenza di decine di guide spirituali e santoni anche molto differenti gli uni dagli altri, e tutti con un loro seguito più o meno ampio, condizione che induce a ritenere la popolarità di queste figure non soltanto né prevalentemente una conseguenza di loro reali o presunte abilità o qualità umane specifiche, bensì, almeno in parte, l’effetto indiretto di un’estesa inclinazione popolare a riporre fiducia in queste persone. E anche séguiti relativamente ristretti, in un Paese che ospita quasi un quinto della popolazione mondiale, possono diventare eccezionalmente rilevanti in numeri assoluti. Cominciando come piccoli predicatori in villaggi e città dell’entroterra rurale del Paese, molti santoni curano il rapporto con gli abitanti poveri di quelle aree e finiscono per diventare fenomeni di culto. «In India crediamo molto nei miracoli e sentiamo che qualcuno può tirarci fuori dalle nostre miserie. È questa la principale ragione per cui ci innamoriamo di questi santoni», ha detto all’emittente televisiva tedesca Deutsche Welle Prabir Ghosh, fondatore della Science and Rationalists’ Association of India (Srai), un’associazione di Calcutta che promuove lo scetticismo scientifico.

La mistica indiana Mata Amritanandamayi, anche detta Amma, impegnata in molte attività umanitarie tramite un’organizzazione internazionale di volontariato con sede nello Stato del Kerala, nell’India meridionale, è la figura di riferimento di circa 40 milioni di persone a lei devote in tutto il mondo. È anche nota come la “santa degli abbracci”, e le persone in visita nel suo ashram rimangono in fila per ore per riceverne uno. Per chi non può recarsi di persona nel centro, sul sito dell’organizzazione è presente una sezione in cui è possibile, effettuando una donazione, richiedere un’adorazione rituale (puja) verso una divinità a scelta tra quelle elencate in un menu a tendina. Sebbene lo spiritualismo di Amma abbia radici nella tradizione dell’Induismo, le pratiche spirituali promosse dall’organizzazione non sono legate ad alcun culto particolare, e negli ashram sono accolti i fedeli di qualsiasi religione. Le persone si rivolgono alle guide spirituali per cercare sostegno in vari momenti e circostanze della loro vita, che si tratti di una grave malattia, della nascita di un figlio o di una figlia, di una promozione al lavoro o dell’acquisto di una macchina, ha scritto l’Economist in un recente articolo in cui cita diversi predicatori della storia recente, inclusi i più controversi. «La spiritualità in India è strettamente associata alla religione e spesso si identifica con essa, ma le persone gravitano intorno a queste figure per il conforto che ne ricavano, che le aiuta ad affrontare le loro paure e insicurezze, e pensano di affidarsi in questo modo a un’entità superiore per risolvere i loro problemi o per ottenere redenzione», ha affermato Simantini Ghosh, docente di Psicologia alla Ashoka University nell’Haryana. L’Economist attribuisce il successo dell’«industria dell’ispirazione indiana» e la proliferazione di falsi profeti a una persistente inclinazione di molte persone a credere nei miracoli anziché nella scienza. Le frequenti storie di sfruttamenti, abusi sessuali e altre forme di violenza, a loro volta collegate a complesse dinamiche sociali ed economiche che si sviluppano all’interno di gruppi così numerosi di persone, dimostrano come l’influenza esercitata dai leader spirituali possa avere conseguenze molto negative.

Molti predicatori – che nel corso degli anni sono riusciti a sfruttare la loro popolarità per sviluppare organizzazioni internazionali o, in altri casi, imprese multimilionarie – viaggiano seguìti da enormi entourage e protetti da guardie del corpo armate. Nel novembre del 2014, in un’area nel Nord dell’India, 6 persone morirono e circa altre 200 rimasero ferite in una serie di violenti scontri, proseguiti per oltre due settimane, tra i sostenitori del predicatore Sant Rampal e la polizia che cercava di arrestarlo dopo che per più di 40 volte non si era presentato in tribunale nell’ambito di un processo per omicidio. In molti casi, scrive l’Economist citando la giornalista indiana laureata in Storia Bhavdeep Kang, autrice del libro Gurus: Stories of India’s Leading Babas, è come se i fedeli considerassero queste guide una sorta di psicoterapeuti. E questo tipo di relazione e di intimità offre ad alcuni predicatori, quelli che intravedono opportunità di guadagno, la possibilità di sfruttare vulnerabilità ed estendere l’influenza oltre i loro supposti ambiti di competenza spirituale. «L’attività commerciale dei predicatori comincia dalla costruzione di un brand. È un’idea che risponde al bisogno di fare in modo che una particolare aura di quel brand venga poi trasferita e aggiunta all’aura dell’individuo», ha spiegato Harish Bijoor, titolare di una società di consulenza a Bangalore, definendo il branding un fenomeno strettamente collegato a quello dei santoni. «Si tratta di creare una nicchia e dominarla», ha detto Bijoor, «e può sembrare accidentale ma è un progetto a tavolino, quasi sempre, anche se nessuno ne parla». Bijoor sostiene che nella vita reale i predicatori siano poi il più delle volte «persone del tutto ordinarie», presentate in un modo tale da generare nel tempo enormi profitti. «Ed è allora che perdono il controllo sull’intera faccenda».

Uno dei casi più noti di formidabile successo commerciale è quello di Baba Ramdev, un predicatore originario dello Stato di Haryana. Oltre che per i corsi di yoga trasmessi da anni su vari canali televisivi, Ramdev è soprattutto conosciuto per aver co-fondato nel 2006, insieme al miliardario indiano Acharya Balkrishna, l’azienda multinazionale Patanjali Ayurved, attiva nella produzione di cosmetici, prodotti alimentari e ayurvedici (la medicina tradizionale indiana). «Un gigante dei beni di consumo da 4 miliardi di dollari l’anno, che compete con aziende come Unilever e Procter & Gamble», sintetizza l’Economist, riportando anche l’affermazione di un seguace di Ramdev e acquirente di un olio per capelli di Patanjali: «Ha già la nostra fiducia, a differenza di altre marche che hanno bisogno di farsi pubblicità per ottenerla». Ramdev è considerato un personaggio controverso e straordinariamente influente. A maggio scorso, dopo aver ricevuto numerose critiche, ha ritrattato una serie di sue precedenti dichiarazioni in cui attribuiva alla medicina moderna gran parte della responsabilità delle morti per Covid-19 in India. Poche settimane prima aveva sostenuto anche che le persone stessero morendo perché non sapevano respirare, e a giugno 2020, nel pieno della pandemia, aveva presentato alla stampa riunita ad Haridwar, nello Stato settentrionale dell’Uttarakhand, un prodotto sviluppato da Patanjali per la cura della Covid chiamato Coronil e, a suo dire, «testato scientificamente». Il prodotto fu in seguito ritirato. Dopo le affermazioni di Ramdev contro la medicina moderna, la Indian Medical Association, la principale organizzazione medica nazionale, ha minacciato di citarlo in giudizio chiedendo un risarcimento di circa 120 milioni di euro. E anche il ministro della Salute indiano Harsh Vardhan ha contestato le affermazioni di Ramdev, ma con un approccio descritto come molto prudente, per paura di alienarsi la benevolenza dell’immenso seguito del leader spirituale e capo di Patanjali.

È piuttosto frequente che i santoni più popolari del Paese, spesso attraverso attività filantropiche ben radicate nel territorio, riescano a stringere legami importanti con politici che a loro volta contano di migliorare la loro reputazione e ottenere maggiori consensi accompagnandosi con quei leader spirituali. Prima della sua condanna per stupro, Ram Rahim fu molto vicino al partito nazionalista Bharatiya Janata Party (Bjp), il principale partito conservatore del Paese, che nel 2014 ottenne risultati elettorali molto positivi in Haryana anche grazie all’influenza di Ram Rahim. Si ritiene che molti membri di Dera Sacha Sauda, l’organizzazione guidata da Ram Rahim, siano fedeli sikh appartenenti alla casta più bassa della società, attratti dai messaggi di uguaglianza universale condivisi tra i seguaci del gruppo, anche chiamati Insan (la parola hindi per “umani”). Secondo diversi osservatori, una delle ragioni del successo di gruppi come quello di Ram Rahim è la diffusa sensazione, condivisa all’interno di quei gruppi, che le istituzioni tradizionali si siano nel tempo disinteressate della popolazione. «Per molti versi l’ascesa di santoni come Ram Rahim Singh ci dice qualcosa di come la politica e la religione convenzionali abbiano deluso un gran numero di persone. Quelle persone si rivolgono quindi alla religione non convenzionale in cerca di dignità e migliori condizioni», disse alla Bbc nel 2017 il sociologo e antropologo indiano Shiv Visvanathan. «Questi gruppi sono sorti in molte parti del mondo democratico e moderno. Le persone trovano uguaglianza condividendo spazi comuni e cerimonie con milioni di compagni e compagne seguaci», aggiunse Visvanathan.

Esistono inoltre ragioni molto sostanziali, legate alle condizioni di vita di un’ampia parte della popolazione indiana. Secondo una recente analisi del Pew Research Center, in India la classe povera e quella a basso reddito – un totale di 1,3 miliardi di persone, la larghissima maggioranza del Paese – vive con meno di 10 dollari (8,65 euro) al giorno. Oltre alla guida spirituale, i membri di Dera Sacha Sauda in diverse zone dell’India settentrionale ricevono cibo e medicine attraverso le sovvenzioni dell’organizzazione, essenziali per curare le malattie provocate o aggravate dalla qualità dell’acqua nelle città. Dera Sacha Sauda, come altri gruppi dello stesso tipo, organizza anche campagne di donazione del sangue, programmi contro l’abuso di droghe e alcol, e iniziative di soccorso in seguito a disastri naturali. Quello tra Ram Rahim e il Bjp non fu l’unico caso di comprovati rapporti tra la politica e i santoni. Nel 2011, l’ex primo ministro indiano Manmohan Singh fu tra le molte autorità, celebrità indiane e sportivi di fama internazionale presenti ai funerali di Sathya Sai Baba, famosissimo e controverso asceta e predicatore dell’Andhra Pradesh, con milioni di seguaci in tutto il mondo e ashram in oltre 126 Paesi. Alla morte di Sai Baba, sepolto in un mausoleo aperto al pubblico nella sua città natale, Puttaparthi, furono scoperti nelle stanze personali del suo ashram oro, argento, diamanti, abiti e denaro contante per un valore complessivo di circa 7 milioni di euro. Noto per i suoi presunti miracoli e per giochi di prestigio in cui faceva comparire amuleti, anelli d’oro, orologi, collane e una sorta di cenere sacra – la vibhuti – con cui cospargeva la fronte dei suoi seguaci, Sai Baba era considerato dal suo estesissimo seguito una sorta di «dio vivente». Nel 2001, tra i firmatari di una lettera ufficiale in cui veniva difeso da accuse di presunti abusi sessuali sui suoi devoti, ci furono l’allora primo ministro Atal Bihari Vajpayee, l’ex presidente della Corte suprema dell’India Prafullachandra Natwarlal Bhagwati e altri illustri politici e ambasciatori. Quelle accuse e anche altre successive, inclusa una di riciclaggio di denaro, furono interpretate da una parte dell’opinione pubblica come il mezzo di una generale campagna di diffamazione.

Collateralmente alla lunghissima tradizione di ascetismo e predicazione diffusa in India si è sviluppato e consolidato nel corso dei decenni un movimento scientifico di “anti-guru”, pensatori scettici e razionalisti interessati a carpire i trucchi e i metodi di santoni e fachiri. Uno dei più noti, Basava Premanand, capo dell’associazione indiana Indian Skeptics, morto nel 2009, trascorse molti anni della sua vita a occuparsi proprio di Sai Baba, infiltrandosi tra i suoi devoti e scoprendo e rendendo pubblici i trucchi alla base di molti presunti prodigi e miracoli. «Girava l’India arrivando nelle piazze di ogni villaggio e dimostrando le abilità più straordinarie: mangiava il fuoco, camminava sul vetro, si trapassava con gli spilloni. Quando la gente si era ormai convinta di avere davanti un essere superiore, rivelava che era tutto un trucco. E procedeva a svelare come riuscisse nelle sue imprese», racconta il divulgatore e scrittore Massimo Polidoro, che conobbe Premanand negli Stati Uniti e lo invitò in Italia in convegni organizzati dal Cicap. Un altro famoso razionalista, il medico e attivista Narendra Dabholkar, fondatore di un importante comitato per l’eliminazione della superstizione in India (Committee for Eradication of Blind Faith), dopo aver subìto per anni minacce e aggressioni, fu ucciso il 20 agosto 2013 da due uomini armati in motocicletta nella città di Pune, nello Stato del Maharashtra. Il processo contro 5 uomini accusati della sua morte è cominciato il 30 settembre scorso.

Allo scetticismo e all’attività di ricerca di studiosi e scienziati europei e americani interessati all’ascetismo orientale, scrisse l’Atlantic nel 2014, si deve inoltre con ogni probabilità la graduale conversione dello yoga da un insieme di pratiche miracolose di autodisciplina diffuse tra gli asceti a un insieme di tecniche ginniche e respiratorie praticate nel mondo occidentale per ottenere rilassamento psicofisico. Per secoli, racconta il giornalista scientifico americano William Broad nel libro La scienza dello yoga, la letteratura indiana ha rappresentato gli yogi come persone capaci di attraversare i muri, diventare invisibili, sopravvivere alle sepolture da vivi e arrestare il loro battito cardiaco. Nel 1935, la cardiologa francese Thérèse Brosse decise di condurre quindi uno studio su uno yogi molto famoso, Tirumalai Krishnamacharya, che affermava di poter interrompere il proprio battito cardiaco. Dal tracciato di un elettrocardiogramma Brosse osservò una diminuzione breve ma molto significativa della frequenza cardiaca. Un gruppo di cardiologi elettrofisiologi, incuriositi dalla scoperta di Brosse, andò in India nel 1961 con il sostegno della Fondazione Rockefeller per studiare gli yogi che affermavano di poter interrompere il battito cardiaco, e condusse una serie di esperimenti su 4 di loro, incluso Krishnamacharya. I risultati dello studio, pubblicato sulla rivista medica Circulation, indicarono che durante l’auscultazione con uno stetoscopio i suoni del battito cardiaco degli yogi «erano scomparsi brevemente o erano stati oscurati dai suoni dell’azione muscolare», ma il tracciato dell’elettrocardiogramma mostrò che i loro cuori continuarono a battere per tutto il tempo dell’esperimento.

Spread the love