Capire “Il senso della vita”

di Giacomo Papi (ilpost.it, 31 marzo 2023)

Il film del gruppo comico britannico Monty Python The Meaning of Life (Monty Python – Il senso della vita) compie quarant’anni. E compie quarant’anni anche il bambino che nel primo episodio del film – Il miracolo della nascita – viene al mondo nella sala “spaventa-feti” di un ospedale invaso da macchinari astrusi e medici che giocano a carte e applaudono i magheggi finanziari dell’amministratore dell’ospedale, dimenticandosi della partoriente perché troppo impegnati a cercare “la macchina che fa ping”.

Quando la madre, dopo il parto, domanda: «È un maschio o una femmina?», il medico risponde: «Non le pare un po’ troppo presto per imporgli dei ruoli?». Per poi consigliarle di comprare il video sulla nascita dell’ospedale: «È disponibile in Betamax, Vhs e Super8». Quarant’anni fa i Monty Python già raccontavano, e deridevano, la fine del binarismo di genere, il peso crescente della tecnologia e della finanza nella sanità e la mania, che sarebbe esplosa trent’anni dopo con l’avvento dei telefonini, di filmare i momenti importanti della vita invece di viverli davvero. Non sono gli unici presagi del film che si sono avverati e di cui, oggi, continuiamo a discutere. Il Post ha cercato di contattare i Monty Python ancora vivi: Michael Palin, Eric Idle, John Cleese, l’agente di Terry Gilliam, e chiunque abbia avuto qualcosa a che fare con il film per chiedergli se abbia mai scoperto il senso della vita. Ci arriviamo.

(Un consiglio per chi non vuole spoiler: da qui in poi ce ne saranno parecchi).

Il senso della vita fu proiettato per la prima volta il 31 marzo 1983 al cinema Rivoli di Broadway, uno dei più grandi e antichi di New York. Il giorno dopo sul New York Times il critico Vincent Canby scrisse: «Il senso della vita dei Monty Python è uno spettacolo monumentale, il Ben Hur dei film di sketch, il che significa che è un pochino fuori proporzione, un po’ come costruire il ponte di Brooklyn per attraversare una vasca da bagno». Canby concludeva: «È divertente, ma avrei desiderato fosse divertente dall’inizio alla fine». Il New York Times non fu l’unico giornale a rimanere perplesso di fronte agli eccessi, al disordine e alla novità del film che, in effetti, anche a quarant’anni rimane un collage debordante di intuizioni, generi e registri diversi, alcuni narrativi altri surreali, cartoni animati e coreografie da musical, apparentemente ammassate quasi a caso intorno alla domanda più grande di tutte: che senso ha tutto questo?

I Monty Python si erano formati quattordici anni prima, nel 1969, grazie all’innaturale unione tra due studenti universitari di Oxford, Terry Jones, gallese, e Michael Palin, di Sheffield, e tre di Cambridge, Graham Chapman, John Cleese ed Eric Idle (che all’università s’iscrisse un anno dopo e che il 29 marzo 2023 ha compiuto ottant’anni). A loro si aggiunse – innesto ancora più innaturale – un giovane fumettista e animatore americano, Terry Gilliam, da Minneapolis. Il nome che si diedero era quello di un immaginario impresario teatrale particolarmente laido e cattivo: “Monty” lo aveva scelto Idle, “Python” Cleese (il cui cognome di famiglia originario, Cheese, era stato cambiato dal padre Reginald per non farsi prendere in giro dai commilitoni durante la Prima guerra mondiale). Quanto a Graham Chapman, il terzo “python” di Cambridge, ai tempi era già apertamente gay, chiaramente alcolizzato e dichiaratamente indeciso tra fare il comico o il medico. (E infatti l’idea dello sketch della “macchina che fa ping” fu sua. Ed è il caso di ricordare, a proposito del senso della vita, che quando Chapman morì, il 4 ottobre 1989, John Cleese gli dedicò un’eulogia comica ed Eric Idle andò in tv a riferire una sua battuta davanti ai cancelli chiusi del campo di Dachau, in Germania. Terry Jones, invece, è morto nel gennaio del 2020).

Il successo cominciò subito, il 5 ottobre 1969, quando la Bbc trasmise la prima delle 45 puntate di Monty Python’s Flying Circus, il programma che andò in onda fino al 1974. «Sebbene i programmi comici di sketch non fossero affatto nuovi», scrive il sito dell’Enciclopedia Britannica, «la televisione non aveva mai trasmesso niente di così surreale, audace e non tradizionale, la cui importanza per la televisione può difficilmente essere sovrastimata». Nel 1971 uscì And Now for Something Completely Different, il primo lungometraggio, che però era soltanto una selezione dei migliori sketch del programma. Il primo film vero fu Monty Python and the Holy Grail, del 1975, con la regia di Terry Jones e Terry Gilliam, e Graham Chapman nella parte di Re Artù. Eric Idle ha svelato in un tweet che a finanziare il film, che costò 400mila dollari e incassò 5 milioni, furono alcuni famosi gruppi rock e case discografiche, tra cui Pink Floyd, Led Zeppelin e Ian Anderson dei Jethro Tull.

Nel 1979 arrivò Life of Brian (Brian di Nazareth), girato in Tunisia, sempre con la regia di Jones e sempre con Chapman come protagonista. L’idea era raccontare la vita di un tizio – Brian – nato lo stesso giorno di Gesù, ma nella capanna di fianco, praticamente il suo vicino di casa. Il film costò 4 milioni di dollari e ne guadagnò quasi 21, cinque volte di più del Sacro Graal. Ma forse non sarebbe mai stato girato se, dopo la rinuncia della Emi, terrorizzata dalle possibili accuse di blasfemia, non fosse intervenuto George Harrison, che arrivò a ipotecarsi la casa pur di produrre un film che avrebbe voluto vedere. Harrison legò soprattutto con Eric Idle, la cui personalità era schiacciata tra quelle di John Cleese e Michael Palin, come la sua lo era tra quelle di John Lennon e Paul McCartney. Il successo e le controversie di Life of Brian furono tali che la Bbc organizzò uno storico dibattito per mettere a confronto John Cleese e Michael Palin con il vescovo di Southwark, Mervyn Stockwood.

I Monty Python erano pronti per il grande salto e per sfondare nel mercato statunitense, ma avevano un problema. I primi due film si basavano sullo stesso schema comico e narrativo, la parodia di due tra le storie più note e sacre di ogni tempo. Era impensabile trovare una storia più universale ed elementare di quelle di Gesù e del Graal. Al mondo non esisteva niente di più grande da dissacrare. In compenso, avevano tanto materiale. Lo ha raccontato Michael Palin sul Guardian nel 2013, per il trentennale: «Il processo di scrittura fu abbastanza farraginoso. Un sacco di materiale che non avevamo usato. Il Sacro Graal aveva una struttura, per quanto povera: la ricerca del Graal. Lo stesso si può dire di Brian di Nazareth. La cui struttura, però, non era così chiara. Alla fine abbiamo detto soltanto: “Be’, che diamine. Abbiamo un mucchio di roba buona, diamogli la struttura più povera, e quella sarà il senso della vita”».

Il regista sarebbe stato ancora Terry Jones, che però avrebbe dovuto gestire un budget di 9 milioni di dollari, più del doppio di quello del film precedente. Erano un mucchio di soldi, ma non c’era alcuna idea unificante per cui spenderli. L’unica cosa da fare era esagerare. Il film fu strutturato in una serie di episodi, uno per ogni fase della vita, intervallati da animazioni, canzoni originali e coreografie da musical, intermezzi assurdi, sollazzi inutili e, in testa a tutto, grazie all’ostinazione di Terry Gilliam, un cortometraggio fluviale («Nessuno mi diceva di smettere e io andavo avanti», avrebbe dichiarato Gilliam) sulla banda dei vecchi impiegati della Crimson Permanent Assurance, che, per non piegarsi agli ordini e allo stile dei giovani manager piombati nella City di Londra, decidono di ammutinarsi e partire come pirati alla conquista dei mari della finanza internazionale. Subito dopo la Crimson Permanent Insurance, quasi a sfregio, la ricerca del senso della vita cominciava da una giornata qualsiasi di sei pesci dalle facce umane nell’acquario di un ristorante di lusso che, dopo essersi augurati il buongiorno, si accorgono che un cliente del ristorante sta mangiando Howard, un loro compagno, e si domandano il senso di tutto. (Il Post ha cercato di mettersi in contatto anche con gli attori che hanno interpretato le facce dei pesci e ha scoperto che erano i Monty Python in persona).

Il primo problema fu il titolo. Venne fuori che Douglas Adams, l’allora famosissimo autore del bestseller Guida galattica per autostoppisti, stava per pubblicare con John Lloyd un libro intitolato The Meaning of Liff, un dizionario delle cose per cui in lingua Inglese non esiste una parola, per esempio Shoeburyness, «il vago senso di disagio che ti prende quando ti siedi su una sedia che è ancora calda dal sedere di qualcun altro». Terry Jones inizialmente si preoccupò moltissimo, ma poi decise di andare avanti e anzi di citare il libro in testa al film con una sequenza animata in cui un fulmine colpisce l’ultima lettera del titolo su una lapide e “Liff” diventa “Life” – se vi foste mai chiesti perché.

Nonostante la perplessità del critico del New York Times, che la definì «non troppo riuscita», la sequenza più celebre di Il senso della vita è l’episodio di Mr. Creosote, il mostruoso cliente del ristorante di lusso che mangia fino a scoppiare. Lo sketch fu concepito da Terry Jones e Terry Gilliam: inizialmente Gilliam avrebbe dovuto interpretare Creosote, ma poi riuscì a convincere Jones a farlo. Per girare ci vollero cinque giorni. Jones avrebbe scritto sul Guardian: «Mi ci vollero tre ore per il trucco. John (Cleese, il cameriere – N.d.R.) scoppiava dalle risate quando doveva dire la frase sulla “sfoglia sottilissima di menta”. Proprio non riusciva a tenere la faccia normale. Il vomito era zuppa compressa, in realtà. Ne avevamo bidoni pieni con dei grumi dentro, e una catapulta per lanciarlo». È l’unico momento di tutta la storia del cinema da cui il regista Quentin Tarantino abbia mai confessato di essere stato realmente disturbato. «Quell’enorme quantità di minestrone usato nella sequenza del vomito fu possibile solo perché eravamo con la Universal», ha raccontato Palin sempre sul Guardian. «Quella parte fu girata al Seymour Leisure Centre di Paddington, a Londra. […] La stanza dovette essere pulita e resa immacolata, perché dodici ore dopo due tizi ci si sposarono. Mi chiedo se abbiano mai saputo che cosa era successo là dentro poche ore prima». Quando Il senso della vita vinse il Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes, John Cleese disse che era perché Orson Welles, che era tra i giurati e molto obeso, si era identificato con Creosote.

Un altro episodio famoso è quello di Every Sperm is Sacred a cui Terry Jones, che interpreta il personaggio della madre, destinò la maggior parte del budget all’insaputa degli altri, che lo vennero a sapere soltanto a cose fatte. Fu girato a Colne e Burnley, due villaggi minerari nel Lancashire, e racconta di un minatore cattolico che decide di vendere i suoi figli per “esperimenti genetici” perché sono troppi e non può più mantenerli dopo essere stato licenziato. Per interpretare i figli del minatore (Palin) furono scritturati centinaia di bambini, che non avevano idea di quello che stava accadendo e delle parole che stavano cantando. Tutto fu doppiato in seguito. Per non scandalizzarli, Michael Palin storpiò la frase con cui spiegava ai suoi figli che la ragione per cui erano così numerosi era il divieto della Chiesa cattolica di mettere «that rubber thing at the end of my sock» (che si potrebbe tradurre «quel coso di gomma sopra il mio calzino»). La stessa accortezza fu usata per la lezione di educazione sessuale, che non si svolse, nonostante quel che appare nel film, davanti a una classe piena di ragazzi, ma fu girata in due momenti separati e montata in seguito.

Una delle ragioni del successo di Il senso della vita – che finì per incassare quasi 43 milioni di dollari – può essere stata proprio il fatto che la programmazione meticolosa, tipica delle grandi produzioni cinematografiche, non interferì con la libertà dei Monty Python, con il loro istinto all’improvvisazione e il loro bisogno di divertirsi. È noto, per esempio, che la frase pronunciata da Michael Palin nell’episodio della Morte – «Ehi, ma io non ho mangiato la mousse di salmone» – non fosse nel copione. (Per inciso, ad aprire al “Tristo mietitore” è Graham Chapman, che sarebbe stato il primo a morire). Si potrebbe continuare a lungo, raccontando della tigre (“Una tigre in Africa?”) interpretata da Palin o di Terry Gilliam rinchiuso in costume da uomo con la pelle scura alla fine dell’episodio Fighting Each Other («Povero Terry: era un giorno caldo e non poteva uscire dalla sua pelle», raccontò Palin. «Tutto quello che riuscivamo a sentire era la sua vocina che dall’interno continuava dire: “Oh cazzo, oh merda. Non posso uscire da qui”. Penso che ci fosse qualcosa di assurdo, meraviglioso e psicologicamente profondo in questo: un uomo bianco che non poteva uscire dalla pelle di un uomo nero»).

Di seguito, un elenco sommario dei temi di oggi profetizzati allora, a dimostrazione che la satira, quando non si limita a sfottere, è un eccellente strumento per intuire quello che sta per accadere. Eccoli: i vecchi non se ne vogliono andare; forse la Terra non è rotonda (The Crimson Permanent Assurance); le macchine sostituiranno i medici; gli ospedali diventeranno aziende; distinguere tra maschi e femmine sarà sempre più difficile; filmeremo quello che non riusciremo a più vivere (The Miracle of Birth); ci saranno tutorial sul sesso, e anche il sesso diventerà noioso (Growth & Learning); le guerre continueranno; il colonialismo britannico in Africa è stato una grande porcata (Fighting Each Other); ci sarà un boom demografico (Third World); ci sarà bisogno di una burocrazia della donazione di organi (Live Organ Transplants); mangeremo da far schifo ma faremo finta di essere buongustai (The Autumn Years); penseremo alla morte come a un’offesa personale e a una vergogna sociale («servire salmone con il botulino a una cena socialmente è come morire») e immagineremo il paradiso e la felicità come un incrocio tra un varietà televisivo e un villaggio vacanze (Death).

Il climate change non era stato intuito, d’accordo, ma la risposta sul senso della vita offerta dal cameriere Gaston (Eric Idle) alla fine dell’episodio di Mr. Creosote è straordinariamente contemporanea, nel suo oscillare tra buoni sentimenti e cattivo risentimento: «Mia madre mi mise sulle sue ginocchia e mi disse: “Gaston, figlio mio, il mondo è un bel posto. Devi entrarci e… amare ciascuno, cercare di rendere ognuno felice, e portare pace e allegria ovunque andrai”, e così, sono diventato cameriere. Be’, non è una gran filosofia, lo so… ma, be’… fanculo. Posso vivere la mia vita come voglio. Fanculo». La definizione del senso della vita che si trova alla fine del film è altrettanto contemporanea perché rispecchia l’attuale idea di benessere e salute, e perché è adatta a scoraggiare l’aggressività, anche quella sui social network: «Cerca di essere gentile con gli altri, non mangiare troppi grassi, leggi un buon libro di tanto in tanto, fatti qualche passeggiata, e cerca di vivere insieme in pace e armonia con le persone di ogni fede e nazione».

Certo, non basta. Non è una gran filosofia, come dice Gaston. Ma sfortunatamente John Cleese, Michael Palin ed Eric Idle non hanno risposto ai messaggi del Post. E neppure l’agente di Terry Gilliam. Silenzio anche da Graham Chapman e Terry Jones, ovviamente. Il Post è riuscito a scovare Arlene Phillips, la coreografa dei meravigliosi balletti, ma senza riuscire a parlarci. Un’improvvisa speranza si è accesa con Valerie Whittington, che oggi lavora come tutor all’Università del Sussex e che allora interpretò Mrs. Brown, la partoriente, nel primo episodio, quello da cui siamo partiti. Neanche lei, però, si è fatta sentire. Stavamo per perdere ogni speranza quando ci siamo imbattuti in Lee Sheward, uno stuntman di mezza età che da ragazzo, così assicura anche Internet Movie Database, fu scritturato tra le comparse.

Ecco cosa ci ha raccontato: «Ero in fondo alla classe nella scena della lezione di sesso, ma non mi si vede bene. Fu girata in modo che la maggior parte di noi non fosse davvero in classe. Invece mi si vede nella scena del coro di Every Sperm is Sacred, quando la cinepresa percorre la navata centrale. Anni dopo, durante la mia carriera, mi è capitato di lavorare con John Cleese ed Eric Idle, e hanno riso molto quando gli ho raccontato che a quattordici anni ero in quel film». Ma lui, Lee Sheward, si divertì o no? Ha risposto: «I film divertenti non sempre sono divertenti da fare. Per girare una scena divertente possono volerci 12 ore e a quel punto il divertimento se ne è andato. L’ho scoperto anche quando ho lavorato ne La pantera rosa di Blake Edwards. Facevo un arabo assassino. Però mi è capitato anche di lavorare in drammi serissimi e di avere passato le giornate a ridere. La verità è che non c’è alcun senso nel fare film». E nella vita?

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