Come in India il dio Rama è diventato simbolo del nazionalismo indù

(ilpost.it, 22 gennaio 2024)

Il primo ministro indiano Narendra Modi ha partecipato lunedì alle grandi celebrazioni per la consacrazione del tempio di Rama ad Ayodhya, nello Stato dell’Uttar Pradesh, nel Nord dell’India. Rama è una delle divinità più importanti dell’Induismo e il nuovo tempio è stato costruito in quello che viene ritenuto il suo luogo natale. È però anche il posto dove sorgeva una moschea del XVI secolo, distrutta da una folla di 150mila fedeli induisti nel 1992, in quello che viene considerato uno degli eventi più complicati e problematici della storia recente dell’India.

MyGovIndia via X

Il culto del principe Rama è centrale nel nazionalismo indù: grazie allo straordinario successo di una serie televisiva dedicata al racconto delle sue gesta intorno alla sua figura mitologica, a partire dagli anni Ottanta ha preso forza un crescente movimento che vuole riportare la religione induista al centro della politica e società indiana, superando una concezione laica e secolare dello Stato. Modi e il suo partito, il Bharatiya Janata (Bjp), si sono proposti come difensori dell’Induismo, praticato dall’80 per cento degli indiani, anche con decisioni chiaramente discriminatorie nei confronti delle minoranze, soprattutto musulmane.

Rama è diventato il simbolo di questo “risveglio induista” e oggi il ritorno a una mitica era del “regno di Rama” è ricorrente nella retorica del partito di governo, che utilizza anche la religione come uno degli strumenti politici per il mantenimento del potere. Modi è in carica dal 2014 e cercherà nelle elezioni della prossima primavera un terzo mandato: la consacrazione del nuovo tempio di Rama è il coronamento e il simbolo della sua politica.

Rama è il protagonista del poema epico sanscrito Ramayana, scritto in un periodo fra il VII e il III secolo a.C.: secondo la religione induista è la settima incarnazione del dio Vishnu, nonché una delle più popolari. Il poema racconta come Rama, erede del regno di Kosala, con Capitale Ayodhya, fu costretto a un esilio di quattordici anni e a lottare con un impero del male per riscattare la moglie Sita, rapita. Al termine di avventure epiche e di molte peripezie, Rama riuscirà a tornare al trono. La figura di Rama è descritta come l’uomo perfetto: giusto, coraggioso, pronto al sacrificio, riluttante a usare i suoi enormi poteri se non per ristabilire il bene. Il poema racconta allegoricamente diritti, doveri e responsabilità sociali dell’individuo che segue il dharma, il percorso virtuoso.

Il culto di Rama è vecchio di secoli in India, soprattutto nelle regioni di lingua Hindi: la vittoria del principe sulle forze del male e il suo ritorno a casa sono alla base della festa del Diwali, forse la più importante della religione induista. Ma è stato in un certo senso rivitalizzato e trasformato anche in una questione politica nella seconda metà del secolo scorso, e in particolare dopo la partizione dell’ex colonia britannica indiana, che fu divisa nel 1947 in due Stati indipendenti: India (a maggioranza induista) e Pakistan (a maggioranza musulmana).

Nel 1987 iniziò ad andare in onda sulla televisione pubblica indiana Doordarshan, una serie tv – allora più comunemente definita telefilm o sceneggiato – basata sul poema epico Ramayana. Lo Stato indiano era allora fortemente laico, e i temi religiosi approdavano raramente nei programmi televisivi: il racconto delle gesta di Rama fu un momento di rottura di questa tradizione. Ma fu soprattutto un enorme successo, senza precedenti: lo sceneggiato aveva 78 puntate da poco più di mezz’ora ed era trasmesso una volta a settimana, la domenica mattina. Divenne il programma più visto della storia della televisione indiana, con 80-100 milioni di spettatori (un decimo della popolazione totale) e share dell’80 per cento.

Il pubblico ci si approcciava quasi con un atteggiamento religioso, come in un rito collettivo. L’allora corrispondente della Bbc in India, Soutik Biswas, scrisse nel 2011: «Mi ricordo che la serie praticamente paralizzava l’India la domenica mattina: le strade erano deserte, i negozi chiusi e la gente puliva e adornava con ghirlande i televisori prima di mettersi a guardarla». Quella serie contribuì a rompere l’unanime consenso sulla necessità di uno Stato e di una società laica e raccolse le crescenti spinte del nazionalismo induista, intercettate soprattutto dal partito Bharatiya Janata (Bjp). La serie era per lo più inoffensiva a livello politico e non identificava dei “nemici”, se non le vaghe forze del male.

Negli anni successivi il movimento induista fece invece compiere un’ulteriore evoluzione alla figura di Rama, proponendolo come paladino dell’Induismo in contrapposizione non solo al secolarismo ma anche alle minoranze religiose. In questa operazione, la disputa sul luogo natale di Rama e sulla presenza nello stesso sito di una moschea fu centrale. Il dibattito intorno ad Ayodhya ha origini antiche, ma divenne ancora più intenso dalla metà del secolo scorso, quando si fecero sempre più insistenti le richieste degli indù di poter erigere lì un tempio: secondo la versione induista, la moschea sarebbe stata costruita proprio dove prima esisteva un tempio induista.

I musulmani negano questa ricostruzione, e lo studio dei documenti da parte di archeologi indipendenti non ha mai rilevato testimonianze sicure che confermassero le tesi induiste. Il Bjp animò e guidò le proteste e, nel 1992, una manifestazione che doveva essere pacifica portò, nel giro di poche ore, alla distruzione della moschea. Nei giorni successivi si scatenarono scontri violenti fra indù e musulmani: si stima che circa 2mila persone restarono uccise. A partire da quel periodo la difesa di Rama divenne oggetto di maggiori tensioni e venne accompagnata con sempre più frequenza da episodi di violenza. La frase “Jai Shri Ram”, traducibile come “Vittoria per il dio Ram”, era inizialmente una frase devozionale, ma nel tempo si è trasformata in uno slogan che spesso accompagna azioni violente e la repressione delle minoranze religiose. Su YouTube e sui social indiani sono popolari canzoni che glorificano Rama e minacciano apertamente soprattutto i musulmani.

Durante i dieci anni di governo di Narendra Modi, il nazionalismo induista è diventato centrale e organico all’esercizio del potere. Le opposizioni accusano Modi di aver ormai compromesso la laicità dello Stato e di voler trasformare l’India in un Paese induista da tutti i punti di vista: nel corso di questi anni è stata approvata una legge che discrimina apertamente i musulmani, è stata eliminata l’autonomia del Kashmir (regione a maggioranza musulmana) e, soprattutto, si sono moltiplicati gli episodi di violenza di matrice religiosa, per lo più tollerati o solo timidamente condannati.

La disputa legale su Ayodhya si è chiusa con una sentenza della Corte Suprema che autorizzava la costruzione del tempio induista. Oggi televisioni legate al governo e documenti ufficiali omettono totalmente la storia della moschea del XVI secolo. L’apertura del tempio di Rama, a pochi mesi dalle elezioni, è stata interpretata da molti come il segno definitivo della vittoria del nazionalismo indù nella società indiana. Il culto di Rama è onnipresente e durante il lockdown per il Coronavirus nel 2020, durato in India 21 giorni, la televisione pubblica DD decise di ritrasmettere lo sceneggiato del 1987 su Rama. Andavano in onda due puntate al giorno, una di mattina e una di sera: fu il programma più visto di quel periodo, con una cifra record di 77 milioni di spettatori per una singola puntata.

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