Bollywood sotto censura

di Adalgisa Marrocco (huffingtonpost.it, 19 gennaio 2024)

Possono gli estremismi influenzare l’industria culturale? Sembrerebbe proprio di sì, stando a quanto accade in India. Dopo le proteste dei gruppi indù di estrema destra, Netflix ha cancellato dalla sua offerta in tutto il mondo il film Annapoorani: The Goddess of Food, realizzato dalla casa di produzione indiana Zee Entertainment. La pellicola, nei cinema indiani dal 1° dicembre e on line dal 29, racconta la storia di Annapoorani, figlia di un bramino, la casta più elevata nel sistema indù, che ha un sogno: diventare la cuoca più famosa d’India.

Zee Studios / Naad SStudios / Trident Arts

Così Annapoorani cucina e mangia carne, tradizionalmente bandita dalla dieta dei bramini e dei sacerdoti induisti, infischiandosene del parere della sua famiglia. La Zee Entertainment si è scusata per aver offeso gli indù e i bramini, e ha promesso di rieditare il film, riportano i media internazionali. Netflix, da par sua, ha fatto sapere alla Cnn di aver «rimosso il film su richiesta del licenziante». È questo l’esito delle critiche da parte di diversi gruppi indù di estrema destra, alcuni dei quali hanno presentato un First Information Report (Fir) – necessario per avviare un’indagine ufficiale della polizia – contro il regista, il produttore e gli attori. La pratica sarebbe stata inserita nella sezione “oltraggio ai sentimenti religiosi” e “promozione dell’inimicizia tra diversi gruppi”.

L’India ha alle spalle una lunga e sanguinosa storia di violenza interreligiosa, perciò ha varato diverse leggi contro l’incitamento all’odio, studiate per poter preservare civili relazioni comunitarie. Nel Paese, infatti, fin dall’Indipendenza convivono diverse comunità religiose: l’induismo è la religione predominante, con circa l’80% della popolazione, ma dati aggiornati al 2011 indicano anche la significativa presenza di musulmani (14%), cristiani (2%) e sikh (meno del 2%). Le comunità buddiste e jainiste sono più piccole ma, considerando la vastità della popolazione indiana, contano comunque milioni di persone. I musulmani sono presenti in tutto il territorio, con una maggiore concentrazione in Jammu e Kashmir e nel territorio di Lakshadweep.

Negli ultimi anni i gruppi nazionalisti indù sono stati sempre più abili nel servirsi delle norme studiate per evitare la violenza intercomunitaria, trovando in esse il pretesto per censurare contenuti ritenuti offensivi dall’arte e dai media. Quello di Annapoorani: The Goddess of Food, dunque, non è un caso isolato: le piattaforme di streaming sono già state oggetto di proteste da parte di gruppi indù estremisti. Nel 2020 Netflix ha dovuto affrontare tentativi di boicottaggio per una scena della serie A Fit Boy, dove una giovane donna indù baciava un uomo musulmano proprio all’interno di un tempio indù. L’anno dopo è stata la volta di Amazon, che ha rischiato arresti per il cast di una serie politica considerata offensiva nei riguardi dei sentimenti religiosi.

Anche Bollywood, la grande industria cinematografica indiana, ha dovuto affrontare le proteste dei gruppi indù di destra e ora è accusata di una crescente autocensura dei film in cui vengono richiamati temi politici o religiosi. L’attrice indiana Parvathy Thiruvothu, scrive The Guardian, teme che la rimozione di Annapoorani: The Goddess of Food da parte di Netflix possa aver creato un pericoloso precedente. «Continueranno con la censura fino a quando non ci sarà impedito di respirare», ha tuonato. Gli artisti, insomma, sono quasi al punto di saturazione. Il giornalista indiano Samanth Subramanian, in un reportage pubblicato sul New Yorker, ha spiegato che da quando il Bharatiya Janata Party (Bjp) di Narendra Modi è salito al governo, nel 2014, è diventato sempre più difficile raccontare storie che non risultano conformi alla visione dei nazionalisti indù, sia al cinema sia sulle piattaforme di streaming.

I produttori, registi e attori “non allineati” parlano di controllo istituzionalizzato, sottolineando come i boicottaggi, le reazioni violente dei nazionalisti più estremisti e le indagini a fini intimidatori si siano moltiplicati negli ultimi anni. Dall’altro lato, invece, i film e le serie che si conformano con la visione del partito di governo vengono ampiamente finanziati e, in certi casi, finanche esonerati dalle tasse. Così, spiega Subramanian sul New Yorker, vengono promossi «i cineasti che abbracciano generi che corrispondono ai gusti del Bjp: epopee di dubbio valore storico che glorificano i re indù del passato; film d’azione sull’esercito indiano; drammi politici e biopic abilmente distorti. Queste produzioni attingono dalla lista di cattivi del Bjp: governanti musulmani medievali, pakistani, terroristi islamisti, intellettuali di sinistra, partiti di opposizione come il Congresso nazionale indiano. Attraverso Bollywood, l’India racconta sé stessa. Molti di questi racconti sono stati completamente trasformati, in sintonia con il bigottismo di destra».

Tutto questo, inevitabilmente, si ripercuote sulla presenza dei colossi dello streaming in India. Secondo quanto riportato dalla Cnn, l’India costituisce una componente chiave nella strategia di espansione di Netflix in Asia. La società ha investito centinaia di milioni di dollari nel mercato indiano negli ultimi anni e nel 2020 ha introdotto l’opzione di lingua Hindi sulla sua piattaforma per raggiungere un pubblico più ampio, ma ormai non ha vita facile. Preoccupazioni rispetto alla libertà di espressione toccano anche la stampa, testimoniate dal fatto che il governo, nel gennaio dell’anno scorso, ha utilizzato poteri straordinari per vietare la diffusione di un documentario su Modi. Come se non bastasse, il mese successivo, le autorità fiscali hanno effettuato perquisizioni negli uffici della Bbc a Delhi e Mumbai.

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