Cosa fare con i dittatori morti

di Ilaria Maria Sala (ilpost.it, 1° dicembre 2023)

Prima o poi, tutte le transizioni democratiche devono vedersela con la questione del cosa fare con i dittatori morti. E con le loro statue, con i luoghi pubblici che portano il loro nome, con i mausolei a loro dedicati. Non ultimo, bisogna stabilire cosa fare del corpo stesso del dittatore, dato che il potere distruttivo continua anche dalla tomba. Non vale solo per i dittatori, certo: come abbiamo visto di recente, il mondo continua a essere pieno di statue di dittatori, ma anche di schiavisti, colonialisti, e navigatori ed eroi che hanno fatto largo a schiavisti e colonialisti.

Ph. Ilaria Maria Sala

L’Italia non ha fatto un gran lavoro: la tomba di Mussolini, a Predappio, attira ancora neofascisti e manifestazioni pro-fascismo nella totale inazione delle autorità (anzi, ogni tanto qualche leader politico partecipa pure), come se si fosse davanti all’inevitabile e tollerabile. Del resto l’Italia non ha mai nemmeno avuto una vera Commissione per la verità e la riconciliazione che andasse in profondità, e le persone desiderose di non essere contraddette quando dicono che «ha fatto anche cose buone» non stanno affatto diminuendo. Quella italiana è una transizione monca che a me fa sentire il contrasto con quanto succede a Taiwan: qui una democrazia ancora giovane (la legge marziale è stata tolta solo nel 1987, dopo quasi quarant’anni di dittatura, e le prime elezioni presidenziali democratiche hanno dovuto attendere il 1996) continua ad affrontare di petto la questione, mostrando al contempo quanto complesso sia fare i conti con il proprio passato più pesante.

Il dittatore che impose la legge marziale a Taiwan era il leader del Partito Nazionalista, o Kuomintang (Kmt), Chiang Kai-shek, il generale nazionalista cinese che si rifugiò sull’isola dopo essere stato sconfitto dai comunisti di Mao Zedong nel 1949. Molti luoghi legati alla repressione da lui voluta – prigioni, centri di smistamento, stazioni di polizia – oggi sono stati tramutati in musei e luoghi della memoria. A succedere a Chiang Kai-shek nel 1975, tre anni dopo la morte, fu il figlio Chiang Ching-kuo, che rimase al potere fino al 1988, quando morì a sua volta. Per questo, vedersela con l’eredità politica dei due Chiang non è un’operazione indolore.

Taipei, la capitale di Taiwan, continua per esempio a essere segnata a livello visivo da questa storia ingombrante. La struttura più problematica è il Memoriale di Chiang Kai-shek, alto 76 metri, che ricorda i templi imperiali della Cina classica, con 89 scalini (uno per ogni anno di vita di Chiang) che portano fino alla cima dove c’è una statua di Chiang seduto alta 6,5 metri, sempre circondata da turisti, impegnati anche qui a farsi selfie. Tutt’intorno c’è un complesso articolato: un ampio viale sul davanti, uno spiazzo per il cambio della guardia e l’alza e ammaina bandiera, due teatri e un giardino pubblico. Per bilanciare il monumento al dittatore, il viale è stato ribattezzato Boulevard della Democrazia e conduce in Piazza Libertà: decisioni toponomastiche prese da Chen Shui-bian, presidente eletto nel 2000 (primo leader di Taiwan non del Partito Nazionalista), per affermare la democratizzazione avvenuta. A osservare questi cambiamenti da là in cima, però, continua ad esserci Chiang, che della democrazia e della libertà si era fatto un baffo.

Questa dicotomia schizofrenica si ripete anche all’interno del memoriale: sulla sinistra si può visitare una mostra sul dittatore, con le sue auto, i suoi vestiti – Chiang si vestiva o in divisa militare, oppure in giacca e tunica lunga – qualche libro, qualche quaderno con i suoi appunti, qualche foto con la moglie Song Mei-ling, che affascinava tutti, anche lei di un’eleganza sobria e impeccabile. Sulla destra, invece, c’è una mostra dettagliata, voluta dalla Commissione sulla giustizia di transizione istituita nel 2018, sulla lotta per la libertà di stampa e di espressione a Taiwan, con la cronologia dei principali avvenimenti, le biografie dei dissidenti più noti, fotografie d’epoca e documenti originali. Alla fine di ottobre, quando sono passata dal memoriale, si svolgeva una manifestazione silenziosa di qualche decina di persone in nero, ognuna delle quali con un cartello su cui era scritto il nome di una vittima di Chiang Kai-shek.

Per molti vedere questo monumento così ingombrante nel centro della città è duro da accettare, e vorrebbero sbarazzarsene. Un po’ come si è fatto con le statue di Chiang Kai-shek: ne resta in piedi qualche centinaio sparse in tutta l’isola, ma la maggior parte è stata portata nel parco di Cihu, a Nord di Taipei, di fianco a dove Chiang è sepolto. Il mausoleo con la tomba è stato chiuso dopo che alcuni studenti lo avevano ricoperto di vernice rossa, ma riaprirà in data da destinarsi. Nel parco le statue sono state messe come capitava: un Chiang a cavallo, un Chiang che punta il dito verso un altro Chiang seduto tranquillo, un Chiang in piedi quasi in procinto di avanzare gloriosamente ma con un altro Chiang davanti che gli sbarra la strada, e uno che gli dà le spalle. Un Chiang piccoletto, in mezzo alle gambe di uno enorme. Uno con in mano un libro, un altro con un bastone. Tre in fila, con le braccia in posizioni diverse. Alla dissacrante rinfusa. All’Università Chengchi, a Taipei, c’erano due statue: una è stata messa nel parco, l’altra, equestre, rimane in cima alla collina, ma protetta dal plexiglas dopo diversi tentativi di vandalismo. Dice la leggenda studentesca che sulla statua, di notte, se si perde l’ultimo autobus, appare una fessura per le monete e che, pagando, si può essere portati giù dalla collina a cavallo, aggrappati al dittatore.

Del Memoriale però è difficile ridere, imponente e solenne com’è. Per questo si cercano alternative. Una gara architettonica appena conclusa ha ottenuto 140 proposte, visionabili al Memoriale stesso: c’è chi suggerisce di far inghiottire l’intera struttura da una collina per tramutarla in un parco, chi propone di rendere meno trionfale l’ingresso piazzandoci di fronte un grande lago, e chi vuole avvolgere intorno alla struttura centrale una serie di centri culturali alternativi «per una de-costruzione del Sapere Potere». Qualcuno vorrebbe sottolineare le atrocità del passato piantando intorno all’edificio grossi pali rosso sangue, con qualche sgocciolamento suggestivo. Ma neppure i sostenitori dell’ex dittatore vanno per il sottile: uno di loro ha disegnato un’enorme zattera di tubi di metallo con le punte all’insù, su cui piazzare una bella statua alta 12 metri perché Chiang possa essere visto da molto lontano (o forse possa vedere, chissà). Ma perché non buttarlo giù e basta? La storia è complessa, e riguarda anche la Cina.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, dopo cinquant’anni di colonizzazione giapponese, le forza alleate misero Taiwan nelle mani di un governo cinese capitanato per l’appunto da Chiang Kai-shek, il generale nazionalista che in quel momento stava combattendo una guerra civile con il Partito Comunista di Mao Zedong. Per Taiwan, che in precedenza era stata governata dalla Cina per meno di un secolo e mezzo, il passaggio dal colonialismo giapponese al governo “legittimo” del Kmt, il Partito Nazionalista di Chiang, non fu un miglioramento. Anzi: quello che doveva essere il ritorno all’abbraccio di una madre patria ignota fu l’inizio di un periodo di violenza, il cui ricordo è ancora palpabile.

Il 28 febbraio 1947 una sommossa popolare contro la durezza del governo del Kmt a Taiwan provocò una repressione efferata che fece molte migliaia di vittime (da 10 a 20mila morti, secondo alcuni storici) e diede il via al lunghissimo periodo oggi chiamato del “terrore bianco”: stampa censurata, migliaia di prigionieri politici, partito unico, spie governative ovunque (anche all’estero, a sorvegliare l’operato dei taiwanesi espatriati), indottrinamento scolastico e militarizzazione della società.

Nel 1949, dopo aver perso la guerra civile, Chiang si rifugiò a Taiwan con circa un milione e mezzo di soldati dell’esercito sconfitto, inizialmente con l’intenzione di recuperare le forze e lanciarsi alla riconquista della Cina continentale. Invece ci rimase fino al 1975, stabilizzando la dittatura. Le prime, graduali riforme democratiche iniziarono solo sotto Chiang Ching-kuo, il figlio e successore, in un momento in cui Taiwan aveva perso il sostegno internazionale: non era più considerata la Repubblica di Cina con sovranità sull’intero territorio cinese, per quanto momentaneamente interrotta, e aveva perso il posto all’Onu dove nel 1971 era entrata prepotentemente la Repubblica Popolare Cinese.

Dico prepotentemente perché il governo di Pechino ha sempre sostenuto che la sua sovranità si estende anche su Taiwan e che non esisteranno mai due Stati, come oggi nella penisola coreana e fino al 1989 nelle due Germanie. La Cina vuole che il mondo ignori l’esistenza di Taiwan e il mondo, in larga misura, fa come gli viene detto. Un po’ per volta Taiwan ha rinunciato alle sue ambizioni di sovranità sulla Cina tutta, per concentrarsi sul governare sé stessa, dando il via a un fermento democratico invidiabile.

I due poli si bilanciano su sottili equilibrismi lessicali, dato che la Cina minaccia sempre di passare alle armi se Taiwan dovesse dichiararsi indipendente. Secondo gli ultimi sondaggi, il 51% dei 23,5 milioni di persone che abitano a Taiwan vorrebbero l’indipendenza formale, mentre un altro 27% vorrebbe mantenere lo status quo – un’indipendenza de facto. A desiderare la riunificazione è rimasto l’11,8% della popolazione. Anche questa è una differenza fra democrazie e regimi autoritari: la Cina, fermamente governata da un partito unico, continua a sostenere che Taiwan è un suo territorio e che la questione va “risolta” anche nei fatti altrimenti il Paese avrà un pezzo mancante. Questa visione emotiva della geografia è una delle tante dottrine indiscutibili dell’ideologia della Cina attuale, un altro dei tanti temi su cui non c’è dibattito.

Ma la differenza tra democrazia e dittatura sta anche nel modo in cui si trattano i propri dittatori defunti. Mao, in Cina, per quanto morto da quasi mezzo secolo, continua a essere ovunque: il suo cadavere è imbalsamato nel mezzo di Piazza Tiananmen (anche se il suo medico, nelle sue memorie, disse che si tratta di un manichino in cera dato che l’imbalsamazione non andò a buon fine). Un enorme ritratto di Mao, ogni tanto sostituito da una copia perché non s’ingrigisca con l’inquinamento, sta all’ingresso della Città Proibita a guardare in direzione del proprio cadavere imbalsamato. Sulle banconote, eccolo lì, Mao, Mao e ancora Mao. Qualche statua è stata tirata giù con il passare dei decenni, ma tutto è avvenuto in sordina: il Paese non è pronto, e neppure prossimo, a rivedere la sua eredità o il suo operato. La capacità di Taiwan di mettere in discussione e spostare l’effige sacra del suo dittatore non può che essere vista con allarme dal governo cinese monopartitico.

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