America 2020: dal Truman Show al Trump Show

di Mario Sechi (agi.it, 26 agosto 2020)

Trump che firma la grazia. Trump che dà la cittadinanza e fa diventare “americano” chi lo sognava. I poteri del presidente esposti in diretta. Il racconto della convention repubblicana è un format tv che si chiama reality show. Sulla bocca di Barack Obama, la settimana scorsa, quell’oggetto della narrazione televisiva era affiorato con il tono del disprezzo (detto da colui che con la televisione on the road e la fotografia di Pete Souza ha costruito giustamente il mito del primo presidente nero) per l’uomo di Manhattan.

Ph. Brendan Smialowski / Afp
Ph. Brendan Smialowski / Afp

Ieri s’è capito che Obama non aveva capito: accusare Trump di fare un reality show è Una pallottola spuntata (cinema americano, commedia con la trama del poliziesco, anno 1988, regia di David Zucker, protagonista Leslie Nielsen nella parte dell’investigatore Frank Drebin) perché Trump è il reality show. E ieri sera lo ha portato alle sue logiche conseguenze: il presidente che interpreta il presidente, Trump che fa The Donald. Il potere della Casa Bianca che va in scena. I democratici protestano, dicono che Trump ha usato la Casa Bianca come scenario della sua campagna e non poteva farlo perché ha violato le regole dell’Hatch Act del 1939 che dice che non si può usare un edificio federale per ottenere un proprio beneficio personale (e dunque anche politico), ma la residenza e il prato della Casa Bianca non sono considerati un dominio federale. E i precedenti esistono, il presidente Jimmy Carter annunciò la sua corsa per il secondo mandato (che non arrivò mai) dalla East Room della Casa Bianca. Era il 4 dicembre del 1979. È cambiato tutto, la comunicazione è veloce, compressa, con il Coronavirus le convention si sono perfino smaterializzate e delocalizzate.

On line e non on stage, sul palco di una convention tradizionale, con la folla, i cartelli, i palloncini che volano, i concerti, lo spettacolo. Tutto questo è evaporato, Charlotte è lontana, qui siamo a Washington DC. E la battaglia politica segue il flusso della contemporaneità, è una inesorabile legge della vita. Dunque il centro della seconda puntata della convention repubblicana si è spostato alla Casa Bianca. Dissolta la convention, dopo aver obbedito alla dura legge del Coronavirus, smembrata l’unità della scena, nello storytelling repubblicano è apparso il luogo dove ieri, oggi e domani il potere abita e decide. Non è il Truman Show, dove il protagonista scopre con orrore e smarrimento di essere nato e cresciuto nel mondo della finzione, è il Trump Show, dove il protagonista è nel suo ambiente naturale, in pieno “acting power”, dove non sta “presentando” il suo personaggio, lo sta “vivendo”, è sé stesso nel ruolo di presidente degli Stati Uniti che gli ha assegnato il voto popolare nel 2016. Non a caso all’impaginazione del racconto, alla scrittura, al “girato”, agli interventi dei testimoni, alla sceneggiatura lavorano almeno due produttori (Sadoux Kim e Chuck LaBella) di The Apprentice, il reality show che fece fare a Trump il balzo pop definitivo e lo consegnò alla (piccola) storia della televisione, il prequel del grande salto nella storia della politica. Siamo nel dentro e fuori della fiction, il vai e vieni della Storia che si diverte a fare il pendolare tra Broadway e Hollywood, tra la “comedy” e il “drama”, tra il palco e il primo piano, l’immagine rarefatta e la telecamera che zappa, il discorso scritto e recitato e il passaggio inventato in diretta (ma niente lo è), il pianto e il riso, un racconto che corre veloce, disteso e compresso come una lasagna alla quale Trump aggiunge il sugo e tutto quel mix diventa improvvisamente “dramedy”.

La convention dei democratici ha raccontato l’America delle tenebre (Trump) e l’avvento della luce (Biden), il copione della convention repubblicana spegne l’oscurità e accende la torcia, parola biblica (Apocalisse 8:10: “Il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque”), citata non a caso da un conservatore religioso come il vicepresidente Mike Pence, sono i sassolini del partito repubblicano più tradizionalista che compaiono qua e là nel racconto. Ci sono tutti i volti, le immagini e le parole chiave, la cassetta degli attrezzi degli sceneggiatori è piena di soluzioni per “your nation”, la “terra dell’opportunità”, il luogo ideale per chi cerca prosperità e fortuna. L’abisso e il collasso non ci sono, la crisi del Coronavirus è un chiodo al quale appendere il quadro di un’economia che “is roaring back”, sta tornando a ruggire e può farlo solo con Trump. Il pescatore d’aragoste del Maine racconta che i dem sono troppo ambientalisti per le sue reti (vade retro, Biden), nel racconto c’è la working class americana, il “fare” sposato con “l’American dream”, la vita quotidiana dei “farmers”, il cibo e la potenza agricola americana, con i suoi raccolti e allevamenti.

Questo passaggio è molto importante, è un pezzo di immaginario del passato e un memento del presente; durante la crisi più acuta del Coronavirus, in pieno lockdown della nazione, ha cominciato a scarseggiare la carne e nell’americano ha cominciato a circolare l’inquietudine. Stephen King, intervistato dal Corriere della Sera: “C’è un romanzo di Robert Harris, Il sonno del mattino, che si svolge in un futuro lontanissimo, dopo un tremendo disastro verificatosi nel ventunesimo secolo. Ci si affanna a scoprire di che cosa possa essersi trattato, quando vengono rinvenute delle carte scritte da qualcuno che ipotizza quello che potrebbe accadere se si verificasse un evento pauroso, tipo Coronavirus. L’autore di quelle carte fa notare che in tutte le principali città in soli sei giorni si rischia di fare la fame, per l’interruzione della catena degli approvvigionamenti. Ecco, io mi preoccupo un po’ per il cibo”. Gli agricoltori e gli allevatori americani sono la terra di mezzo, quel Midwest che fa e disfa i presidenti. Quando cominciarono a scarseggiare le bistecche di manzo, sulla catena di Wendy’s mesi fa si rovesciò la domanda del suo spot degli anni Ottanta, “Where’s the beef?”, dov’è la carne. Alcuni punti vendita della catena servivano solo il pollo e a quel punto gli americani si sono interrogati sul futuro delle loro scorte alimentari. Wendy’s ha così rispolverato il suo slogan per spiegare ai clienti che “the beef”, la carne dei suoi prelibati burger, nei suoi ristoranti non può essere quella congelata. La realtà irrompe in casa nelle forme più inattese.

Il piccolo business è la colonna vertebrale del copione, appare il consigliere economico della Casa Bianca, Larry Kudlow, ricorda il suo lavoro con Ronald Reagan e, ancora una volta, nella mente dell’elettore medio compaiono due parole: “Cut taxes”, il taglio delle tasse, e contemporaneamente rimbalza un altro messaggio, il piano di Biden per aumentare le tasse di 4mila miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. “Boom” dice Kudlow, piazzando tutte le parole come frecce. E lo fa mentre Wall Street polverizza di nuovo i record di sempre degli indici S&P 500 e Nasdaq, un memento per la campagna dei democratici tutta imperniata sul collasso dell’economia americana. In uno scenario di ripresa, saranno costretti a cambiare strategia.

Non sono spariti gli attacchi ai democratici (durissimo quello scagliato da Pam Bondi, ex procuratore della Florida, contro Hunter Biden, il figlio di Biden che fece affari in Ucraina e in Cina mentre il padre era vicepresidente – e nel caso di Pechino il figlio viaggiava sull’aereo del padre), “il tema del nostro partito stasera è quello della terra dell’opportunità, ma per Joe Biden è stata la terra dell’opportunismo, non dell’opportunità”. Un colpo di cannone in una serata dove il tono resta quello positivo dell’America che riparte dopo il flagello del Coronavirus, del presidente che non rinuncia mai “a dire come la pensa” (passaggio ironico del discorso della First Lady Melania) e di un Paese che ha le capacità e il talento umano per farcela sempre e continuare ad alimentare il sogno americano.

Mike Pence appare nello scenario dei padri fondatori, nella campagna, si vede la sagoma di case di legno, verde, un racconto pastorale. Il vicepresidente in cravatta rossa e camicia bianca, i capelli bianchi indossati come un casco da stunt man, è la forza tranquilla dell’amministrazione, il cristiano compassionevole della tradizione repubblicana (c’è sempre la luce di Dio nel sottotesto della narrazione), cita Abramo Lincoln (stacco di immagini sul gigante della libertà), torna alle radici, ai padri fondatori. Appare con il discorso dell’esule cubana l’antico spettro di Fidel, la crisi dei missili del 1963 e la certezza che “l’America non sarà mai un Paese socialista” perché Biden non vincerà. Parlano i figli di Trump e lo fanno con vigore, perché “Dad” è il più bravo e quello che serve all’America. Parla Mike Pompeo da Gerusalemme (i dem hanno evocato la violazione dell’Hatch Act anche per lui) e ricorda che gli Stati Uniti sono il baluardo del mondo libero contro gli oppressori, difende la politica di America First e “le audaci iniziative” del presidente. Poi arriva il momento più atteso della serata, parte una musica pop-rock, le immagini diventano veloci, sincopate, è il momento della tigre, Melania.

La First Lady parla un inglese “straniero”, lo fa con attenzione, non perde il filo del discorso, ogni tanto affiora l’emozione, il discorso s’interrompe e irrompe un fulmineo momento d’ansia, gli ospiti nel rinnovato Rose Garden sono seduti, il marito Donald è in prima fila. Ricorda i suoi viaggi, la visione della povertà, della violenza, del sopruso nei Paesi dove la libertà e la legge sono sempre in bilico, la tragedia della malattia per i più piccoli – passaggio sul caso del piccolo Demetrios, ricoverato all’ospedale Bambino Gesù di Roma nel 2017 –, l’immanente pericolo della calamità naturale, del disastro che proprio in queste ore viaggia nel Golfo del Messico, l’uragano Laura che sta per toccare terra in Louisiana e in Texas, nella città di Houston, cuore dell’America del petrolio e del gas. L’America è una terra dove la natura è generosa e crudele, dona e toglie, regala e prende, senza chiedere il permesso. In Melania c’è tutta la forza di cui sono capaci solo le donne, anche nell’incertezza, nel tentennare, in quell’imperfetto andamento del discorso che alla fine è una metafora dell’esistenza di tutti. Melania è stata adottata dall’America, squaderna una vita che porta il peso della vecchia Europa, della povertà e della ricerca di un nuovo inizio, la giovinezza che è bellezza, la maturità che è ricchezza, la Fortuna e il suo rovescio, sempre.

Un marito che è un sottosopra, un amore forse intermittente (come ogni amore), ma solidificato dalla complicità del difetto, dal silenzio sull’eccesso, dalla consapevolezza che l’esistenza non è il quadro della perfezione ma un approssimato gioco, incontro e scontro di volontà che spesso non diventa rappresentazione. È mamma e questo le ha dato la tenacia e un futuro al quale non ci possono essere alternative, è quello dell’amore per i figli, è moglie del marito che forse non si può sposare e dell’uomo che si può perfino amare. Non porta l’abito delle recriminazioni, è una combattente, ha ferite nascoste, come tutti, celate in una composta e rocciosa riservatezza. È la First Lady di un’America divisa e in divisa, è la compagna di un uomo che guida un Paese che attraversa la prateria della Storia al galoppo, è una comparsa tra le tante del grande romanzo americano. Non cerca lo scontro, non chiede la fine impossibile della battaglia politica, ma non critica i democratici perché non vuole dividere un Paese già lacerato, fa un passaggio che resterà, perché vero e drammatico, contrappuntato dalla cronaca fiammeggiante dei disordini del Wisconsin (due morti e un ferito a Kenosha), la First Lady chiede “la fine della violenza in nome della giustizia” e lo fa con quel tocco femminile della grazia che diventa fermezza.

Non accadrà, perché l’America brucia, la battaglia contro Trump nel 2020 è l’ultima spiaggia per i democratici, si risponde colpo su colpo e i toni non si abbasseranno, la nobile causa dei movimenti di protesta contro le violenze delle forze dell’ordine (dopo l’uccisione di George Floyd, ora c’è il caso del ferimento dell’afroamericano Jacob Blake, colpito lo scorso 23 agosto da sette colpi d’arma da fuoco alle spalle da un agente di polizia) è diventata una calamita per chi cerca il caos. Non lo sanno, ma favoriscono Trump, il suo messaggio di “law and order”, la campagna repubblicana che lega i dem al disordine nelle città americane. Il fuoco brucia il domani, consuma la speranza, spaventa chi deve scegliere il 3 novembre chi guiderà gli Stati Uniti. La posta in gioco è la guida del Paese più potente del mondo, il racconto è quello della battaglia che non si può perdere e bisogna vincere a tutti i costi. “Failure is not an option” disse il grande Gene Kranz, direttore della sala controllo della Nasa, quando si ritrovarono davanti alla sfida più grande: “Houston, abbiamo un problema”. Salvare la vita degli astronauti nel vuoto cosmico. Correva l’anno 1970, era il mese più crudele, aprile (T.S. Eliot, La terra desolata: “Aprile è il mese più crudele, genera / Lillà da terra morta, confondendo / Memoria e desiderio, risvegliando / Le radici sopite con la pioggia di primavera”), era il sogno raccontato da Jules Verne nelle pagine di Dalla Terra alla Luna, alla Casa Bianca c’era un presidente repubblicano, Richard Nixon. Mezzo secolo dopo, la missione Apollo 13 si chiama America.

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