Gli 80 anni di “Roma città aperta”, potente simbolo del Neorealismo

Excelsa Film

di Giulio Zoppello (wired.it, 27 settembre 2025)

Roma città aperta arriva nelle sale italiane il 27 settembre di ottant’anni anni fa: seguirà una capillare distribuzione internazionale che ne farà uno dei titoli più fondamentali del cinema moderno, nonché il simbolo del Neorealismo. A distanza di tanto tempo, il capolavoro di Roberto Rossellini non ha perso nulla del suo valore, della sua capacità di smuovere dentro qualcosa di potentissimo.

Roma città aperta debutta nei cinema quando l’eccidio su scala mondiale è ufficialmente terminato da meno di quattro settimane. L’Italia è in macerie, letteralmente in ginocchio. Fame, miseria, incertezza e dolore sono il pane quotidiano, da Nord a Sud. Il Paese non sa quale sarà il suo futuro, sa solo che tutto è da rifondare. Roma è stata liberata agli inizi di giugno del 1944, e la Settima Arte ha ricominciato a muovere i primi passi. C’è un regista, Roberto Rossellini, già apprezzato negli anni precedenti, che già alla fine del 1944 parla spesso con gli sceneggiatori Sergio Amidei e Alberto Consiglio, e con loro concepisce il soggetto originale, che dovrebbe intitolarsi La disfatta di Satana, da dedicarsi alla figura di Don Pietro Pappagallo, tra le vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Il progetto muta pelle, soprattutto quando si aggiungono come sceneggiatori Ferruccio Disnan e un certo Federico Fellini. Hanno idee molto diverse tra loro, politicamente, soprattutto sulla Resistenza, che Fellini reputa inutile e dannosa. Questa contrapposizione e l’evoluzione del progetto porteranno poi al disconoscimento di Amidei e Disnan. Ma, forse, proprio da quella fusione di differenti punti di vista nasce in Rossellini ciò che renderà il film così unico e universale. Il regista per un istante pensò anche di fare un altro documentario, intitolato Storia di ieri, dedicato a un’altra figura religiosa cara alla Resistenza: Don Giuseppe Morosini. Poi però si decide di fare un film, un vero film, recuperando elementi suggeriti da fatti reali, veri personaggi, veri drammi della Caput Mundi in attesa di una liberazione che non arrivava mai.

Roma città aperta viene girato con mezzi di fortuna e pellicole pescate un po’ dovunque, il budget è a dir poco limitato. Senza l’aiuto fondamentale di un commerciante di lana chiamato Aldo Venturini il film morirebbe sul più bello. La Roma del marzo del 1944 è dove vive l’ingegnere Manfredi (Marcello Pagliero), uomo della Resistenza che, in fuga dalle SS, trova rifugio presso Francesco (Francesco Grandjacquet), un tipografo. Questi sta per sposarsi con Pina (Anna Magnani), incinta e già madre del piccolo Marcello (Vito Annichiarico). A dar loro una mano c’è il parroco Don Pietro Pellegrini (Aldo Fabrizi), ma tutti verranno travolti dai nazisti, armati di spie e violenza.

Roma città aperta non ha nulla di rivoluzionario nell’iter, ma trova nella modalità espressiva, nello stile, nella concezione cinematografica di Rossellini (più aderente possibile alla verità) una forza innovatrice capace di andare ben oltre il semplice mezzo filmico. Quella volontà di ancorarsi a una realtà da ricreare con il minimo possibile di alterazione, anche politicamente avrà un impatto enorme, si tramuterà in una diversa concezione della società, della vita stessa. Roma città aperta ci parla di un’umanità che è un microcosmo rappresentativo dell’intero Paese, con la fame, il terrore, ma la volontà di resistere.

Ci sono la piccola borghesia, i ceti popolari, il clero, i fascisti, i nazisti, i collaborazionisti, mossi dalle più varie e assurde ragioni. Grazie a loro i nazisti riescono a prendere Francesco, e quel momento drammatico diventerà una delle scene più famose della Storia del cinema, il manifesto di quel Neorealismo che, grazie a Rossellini, diventerà il fiore all’occhiello della nostra cinematografia. Anna Magnani, benché presente solo nella prima metà del film, assieme ad Aldo Fabrizi è il simbolo palpitante di Roma città aperta: la sua presenza scenica maestosa, la sua capacità di essere vera, reale, ogni volta che appare sullo schermo, si eleva in quel momento tragico ed eterno, in quella morte che da ottant’anni è ormai patrimonio comune.

Pina che corre, una sventagliata di mitra che la fredda, come capitò a Teresa Gullace, trucidata dai nazisti per strada. Quella scena fu girata in Via Raimondo Montecuccoli, il palazzo è quello dove ho vissuto il primo anno che sono giunto a Roma. Non c’è nulla fuori oggi, solo un pannello malmesso per celebrare quella corsa, Anna Magnani cade (in realtà inciampò e finì a terra prima del previsto). La decisione di Rossellini di tenere quella sequenza è coerente con la volontà di avere un rapporto intimo con lo spettatore, basato sulla verosimiglianza. Il suo cinema vuole parlarci di qualcosa di universale e allo stesso tempo particolare.

La Resistenza è un fenomeno che Rossellini descrive come istintivo, si fonda sull’empatia, sulla solidarietà tra ultimi nella Capitale che aspetta di essere salvata. Roma, fateci caso, è l’unica Capitale europea occupata e l’unica città italiana rilevante che non risponderà alla chiamata alle armi. Non si vuole qui tratteggiare il perché, le motivazioni la storiografia le ha elencate più volte, ma certo, non è un caso che nel film non avremo né l’attentato di Via Rasella, né l’eccidio delle Ardeatine, quasi a simboleggiare l’ambiguità e la forza divisiva che quel periodo storico ancora oggi suscita negli italiani.

La distribuzione italiana sarà deludente, il pubblico italiano avrà un rigetto, in nome della volontà di ricominciare. Ma il produttore americano Joseph E. Levine farà sì che il film abbia un successo clamoroso a livello internazionale. Roma città aperta verrà candidato agli Oscar, vincerà la Palma d’Oro a Cannes, verrà universalmente considerato un momento spartiacque nella storia della Settima Arte, condizionandone l’andamento da quel momento in poi presso ogni corrente ed epoca, anche odierna. Jean-Luc Godard dirà che con il film di Rossellini «l’Italia ha riconquistato il diritto di guardarsi in faccia».

Molto più di un film su un eroismo personale e popolare, quindi, ma un esercizio di memoria storica, uscito sostanzialmente nella contemporaneità del suo evolversi, con il ricordo delle bande Koch e Carità, e nella straziante sequenza finale. Don Pietro viene giustiziato di fronte ai suoi ragazzi (tra cui Marcello) dalla rivoltella di un gerarca nazista, persino i repubblichini si rifiutano. I bambini camminano a testa bassa verso Roma, la Roma del Vaticano che aiutò i nazisti in fuga e dei prelati che nascosero i perseguitati. Roma città aperta diventa un ritratto universale su tutto ciò che è stata la Resistenza, non solo italiana visto che (e in Italia non ce lo vogliamo ricordare) interessò chiunque, perché, ovviamente, con buona pace di Federico Fellini, l’indifferenza non era permessa.

Roma città aperta, anche più di Ossessione di Luchino Visconti, darà il via a un periodo d’oro del nostro cinema, quello neorealista appunto. Oltre a Rossellini e Visconti, registi quali Vittorio De Sica, Alberto Lattuada, Giuseppe De Santis, Pietro Germi e tanti altri proporranno capolavori come Paisà, Ladri di biciclette, I Malavoglia, La terra trema o Germania anno zero, ancora oggi oggetto di studio e punto di riferimento per il cinema internazionale. Il Neorealismo italiano sarà la costola da cui nascerà l’altro glorioso corpo cinematografico di quegli anni, la Nouvelle Vague francese. Un’intera generazione di cineasti transalpini guarderà a Rossellini e a questo suo film come un atto rivoluzionario.

A ottant’anni di distanza, permane in Roma città aperta anche la capacità bene o male di rappresentarci, noi italiani, con i nostri pregi e i nostri difetti. Questo a dispetto di tanto tempo, perché ancora oggi, di fronte al male, siamo divisi nettamente tra mobilitazione e indifferenza, tra chi si schiera con i più deboli e chi invece si siede dalla parte sbagliata della Storia.

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