
di Fulvia Caprara (lastampa.it, 21 febbraio 2026)
In un crescendo di prese di posizione e dichiarazioni politiche, la giuria della Berlinale guidata da Wim Wenders ha attribuito questa sera l’Orso d’Oro al film di İlker Çatak Yellow Letters (in Italia sarà distribuito da Lucky Red), parabola contro il totalitarismo in cui una celebre coppia di artisti turchi, caduta in disgrazia presso il governo, precipita in una spirale di ricatti e controlli che finirà per travolgere la loro stessa relazione.
Il Gran Premio della Giuria va a Kurtuluş, del regista turco Emin Alper, che, con il trofeo in mano, lancia un appassionato appello ai popoli sofferenti, dai palestinesi agli iraniani, ripetendo più volte «You are not alone», «Voi non siete soli». Il Premio della Giuria è di Lance Hammer, regista di Queen at Sea, di cui sono stati premiati anche i non protagonisti Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay. L’autore di Everybody digs Bill Evans, Grant Gee, è il miglior regista, mentre l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione va, come da previsioni, all’interprete di Rose, Sandra Hüller.
Com’era facile intuire, le dichiarazioni rilasciate da Wenders durante la conferenza stampa d’insediamento della Giuria, sulla volontà di preservare il cinema dal rumore della politica, hanno sortito l’effetto contrario, scatenando un putiferio di commenti, per lo più indignati, dal primo all’ultimo giorno della rassegna. Per la gran parte dei premiati, la cerimonia finale è stata l’occasione per ribadire convinzioni e lanciare appelli: è stata sventolata la bandiera palestinese, ci sono stati battibecchi tra palcoscenico e platea e, a un certo punto, la conduttrice della serata ha dovuto quasi richiamare all’ordine i presenti.
Con il suo tono da guru super partes, Wenders ha cercato di gettare acqua sul fuoco, leggendo, in apertura del gala, un lungo messaggio di chiarimento: «Le cause condivise hanno una migliore possibilità di resistere al vento sempre mutevole del consumo di astrazione e sovrasaturazione. Il cinema è più resistente all’oblio, e certamente più longevo della breve durata dell’attenzione offerta da Internet».
La sfilata dei vincitori, subito dopo le sue parole, è andata avanti fino alla fine nel segno del rumore, proprio quello che l’autore de Il cielo sopra Berlino aveva sperato di allontanare dal Berlinale Palast: «È nostro dovere politico» ha dichiarato Geneviève Dulude-De Celles, vincitrice dell’Orso per la sceneggiatura di Nina Roza, «prenderci cura degli altri e di quello che stanno vivendo». Sul tema, a più riprese, è tornata anche la direttrice della kermesse Tricia Tuttle: «La Berlinale» ha ripetuto «non è un palcoscenico di silenzio, ma un luogo in cui gli artisti possono discutere e confrontarsi».