Cantanti e artisti hanno avuto un ruolo nella guerra in Ucraina

di Davide Maria De Luca e Filippo Menci (ilpost.it, 12 novembre 2023)

Taras Topolia, cantante del popolare gruppo ucraino Antytila, ha scoperto che l’invasione era cominciata grazie a una telefonata del suo tastierista, Serhii Vusyk. «Ho chiuso la chiamata e ho aperto Facebook. C’era solo una serie di post identici con immagini nere e una scritta: “È cominciata. È cominciata. È cominciata”». Era la mattina del 24 febbraio e i primi missili russi sono arrivati poco dopo.

Culture vs war

Guardando fuori dalla finestra dell’appartamento in cui vive, nella periferia occidentale di Kiev, Topolia vedeva gli incendi causati dalle esplosioni, e una colonna di fumo sollevarsi parallela alla torre della tv che sovrasta il suo quartiere. Ha caricato l’automobile e ha salutato la moglie, i figli e il padre, diretti al sicuro verso l’Ucraina occidentale. Poi è salito in sella alla moto e ha guidato fino alla base della sua unità militare, il 130esimo battaglione della difesa territoriale. Prima di pranzo era già in uniforme insieme a Vusyk e al chitarrista della band, Dmytro Zholud. Posati gli strumenti musicali, hanno servito come paramedici di prima linea per quasi un anno. Circa un anno dopo, nel febbraio del 2023, sarebbero stati ospiti al Festival di Sanremo, in Italia, riuniti come band.

Topolia e gli altri componenti degli Antytila sono solo alcuni delle centinaia di artisti, scrittori e intellettuali ucraini che hanno deciso di mettere in pausa i propri progetti e di usare le proprie capacità per servire il Paese sotto attacco, combattendo con le armi e non solo. C’è chi ha agito in modo indipendente e chi invece ha preso parte a iniziative collettive come Cultural forces, che organizza concerti e letture di poesie per i soldati al fronte. O Pen Ukraine, una ong di scrittori che porta giornalisti provenienti da tutto il mondo sui luoghi in cui sono state combattute le principali battaglie e in cui sono stati commessi crimini di guerra dall’esercito russo.

Topolia e gli Antytila sono tra i protagonisti di Culture vs war, un progetto che racconta attraverso una serie di documentari alcune delle storie più notevoli di questi artisti in prima linea. In un’epoca in cui le élite intellettuali sono accusate di starsene isolate nelle loro bolle culturali, in Ucraina hanno lottato e sofferto accanto ai soldati comuni. Alcuni sono morti, come la scrittrice Victoria Amelina, sorpresa da un attacco aereo russo a poche decine di chilometri dal fronte. Secondo Pen Ukraine sono 65 le figure culturali ucraine morte dall’inizio della guerra. Gli artisti ucraini hanno sposato in pieno la causa della difesa armata, una postura insolita per gli artisti di una democrazia occidentale. Il loro impegno in prima persona ha contribuito a tenere alta l’attenzione del Paese e del mondo sul conflitto, un compito sempre più delicato ora che una nuova guerra in Medio Oriente minaccia di distogliere l’attenzione internazionale dalla loro lotta e che la stanchezza per i costi del conflitto inizia a diffondersi anche tra i loro concittadini.

«Nei primi mesi non potevi vincere la guerra cantando su un palco», dice oggi Topolia, che di recente è tornato a esibirsi con il suo gruppo. In queste settimane è impegnato in un tour negli Stati Uniti, dove spera di raccogliere mezzo milione di dollari in donazioni per le forze armate ucraine. «All’inizio dovevi combattere. Dovevi proteggere i tuoi fratelli in armi, dovevi uccidere i nemici. I russi hanno cercato un’azione lampo, intendevano conquistare il nostro Paese in fretta. E io non volevo essere catturato mentre cantavo su un palco. Abbiamo agito come cittadini, non come musicisti».

Comportarsi da cittadini prima che da artisti è la formula scelta da molti per descrivere la propria adesione alla resistenza: «All’inizio ci illudevamo, cercavamo di scattare la foto capace di mettere fine al conflitto, ma quest’immagine non esiste», racconta Vlada Liberov, una fotografa di guerra che insieme al marito Kostiantyn partecipa al progetto Culture vs war. Per i coniugi prendere coscienza dell’impotenza dell’arte di fronte alla guerra è stato un momento «doloroso e scoraggiante», dicono. Ma darsi obiettivi più realistici, al servizio della causa nazionale, ha fornito loro la motivazione necessaria per restare al fronte per più di un anno e mezzo.

Con ogni probabilità si tratta di una presa di coscienza condivisa che, dopo l’invasione, ha attraversato gran parte della società ucraina. Nelle prime settimane del conflitto, i volontari che si sono arruolati sono stati così numerosi che l’esercito non ha dovuto ricorrere alla coscrizione. Moltissimi provenivano dalla classe media intellettuale. Nel Museo nazionale di storia ucraina di Kiev una bacheca è dedicata agli oggetti personali dei dipendenti che si sono arruolati. Le fotografie esposte accanto mostrano una dozzina di uomini di mezza età dall’aria mite e dagli occhiali spessi armati di tutto punto.

Per alcuni la presa di coscienza era già cominciata con il conflitto in Donbass scoppiato nel 2014. Ilarion Pavliuk è uno sceneggiatore televisivo e scrittore di romanzi noir. Figlio di due dissidenti politici ucraini, è cresciuto in esilio nella remota isola di Sakhalin ed è tornato in Ucraina soltanto dopo il collasso dell’Unione Sovietica. «Appena arrivati ci sembrava di essere sbarcati nel futuro». L’indipendenza del Paese per lui è stata un’esperienza «intossicante», così esaltante da spingerlo ad abbandonare la sua lingua nativa, il Russo, per passare all’Ucraino. Mentre lavorava in televisione, Pavliuk ha partecipato alle rivoluzioni del 2004 e del 2014. Nel 2015, dopo aver aspettato «troppo tempo», dice, si è arruolato in un battaglione di volontari impegnati in Donbass. Quando nell’autunno del 2021 una nuova guerra è iniziata a sembrare sempre più probabile, sapeva cosa avrebbe fatto.

«Con mia moglie eravamo d’accordo: mi sarei arruolato di nuovo. Era solo questione di tempo: un giorno, due giorni, una settimana», dice Pavliuk. La prima cosa che ha fatto il 24 febbraio è stata lasciare la Capitale per portare la moglie al sicuro. «Poi sono tornato nel nostro appartamento. Lì tenevo il mio fucile da cecchino, pensavo che se i russi avessero occupato Kiev lo avrebbero usato per sparare sugli ucraini. Ancora non sapevo quando e come arruolarmi. Ma appena arrivato ho deciso. Ho telefonato a mia moglie e le ho detto: “io resto”». Dopo aver combattuto a Kiev e su altri fronti, Pavliuk è diventato capo dell’ufficio stampa del ministero della Difesa.

Raramente nei racconti degli artisti la guerra viene descritta come una faccenda romantica. «La guerra è la cosa più terribile che vedrai nella tua vita. È crudele. Appena credi di aver visto tutto succede qualcosa che ti impressiona ancora di più degli orrori visti fino a quel momento», dice Serhii Mikhalchuk, 51 anni, regista e direttore della fotografia, che si è arruolato nell’esercito il 30 marzo 2022 ed è un altro dei partecipanti al progetto Culture vs war. «Alla mia età, senza nessuna formazione militare, entrare nelle forze armate è stata un’esperienza particolare». Viste le sue abilità, Mikhalchuk è stato impiegato come fotografo ufficiale dell’esercito. «All’inizio ho lavorato intorno a Kiev, dove ho scattato fotografie di tutto quello che stava accadendo: i massacri di Bucha, di Irpin. Poi sono stato in diverse parti del fronte, ho partecipato a diverse operazioni. Alcune molto difficili. Quello che ho visto a Bakhmut, onestamente, l’ho visto solo nei videogiochi e nei film sulle apocalissi zombie».

«Abbiamo incontrato la guerra faccia a faccia nella prima settimana dell’invasione, quando la nostra base è stata attaccata da razzi e proiettili. Un nostro fratello in armi è stato ucciso, un colpo alla testa, altri tre sono rimasti feriti», dice Topolia. «Io non amo la guerra. Sparo per proteggere la mia nazione. L’odore del sangue, dell’esplosivo, del terreno bagnato io non li amo». Per descrivere la realtà al fronte Mikhalchuk usa la similitudine del borscht, la zuppa tipica dell’Est Europa in cui sotto il brodo gli ingredienti lasciati a tocchi sono tutti perfettamente distinguibili: «Persone diverse, dai caratteri diversi, capaci di atti eroici e di miserie».

A febbraio di quest’anno Topolia e i suoi compagni sono stati richiamati per ordine del comando supremo delle forze armate. Con il fronte ormai stabilizzato, artisti e intellettuali sono stati invitati a riprendere un ruolo per loro più tradizionale: quello di pensatori, scrittori, cantanti. Ma sempre in nome della causa ucraina. Pochi giorni dopo aver lasciato il fronte di Bakhmut, gli Antytila erano sul palco del Teatro Ariston durante il Festival di Sanremo. «È stata un’esperienza strana» dice Topolia, «è stato molto interessante attraversare il confine e vedere la gente vivere in pace. Specialmente in Italia. Vedere Sanremo, un posto così bello, così raffinato, così soleggiato. Un contrasto netto rispetto all’umore di guerra ucraino».

Un’esperienza forte e utile, dice. In prima serata su Rai 1 gli Antytila hanno cantato davanti a milioni di telespettatori Fortezza Bakhmut, un inno rock dedicato ai difensori della città diventata il centro della più lunga e sanguinosa battaglia dell’intera guerra. «Due mesi fa, ho parlato con Andrii Yermak, capo dell’ufficio del presidente Zelensky. Mi ha detto che ha incontrato la vostra prima ministra, Giorgia Meloni. Si ricordava della nostra performance a Sanremo, le era rimasta in mente la melodia, gliel’ha canticchiata. Significa che la canzone ha avuto un impatto».

Ma a motivare molti artisti non ci sono solo le necessità immediate della difesa e la volontà di tenere l’attenzione del mondo focalizzata sul conflitto. «Questa guerra è il nostro Risorgimento», ha detto ai suoi ospiti italiani durante una cena a Kiev il filosofo e presidente di Pen Ukraine Volodymyr Yermolenko. Risorgimento ucraino: una guerra di indipendenza non solo militare, ma anche culturale. «L’arte in Ucraina ha una missione: costruire una nazione», ha scritto Taras Kompanichenko, celebre musicista tradizionale ucraino e uno dei membri del progetto Culture vs war.

Nessuno in Ucraina incarna meglio il miscuglio di arte, cultura e patriottismo di Serhiy Zhadan. Scrittore, poeta, cantante punk, originario del Donbass ma impiantato a Kharkiv, è una celebrità in Ucraina. Dall’inizio della guerra alterna letture di poesie e concerti, che riempiono teatri e palazzetti, all’attività di volontario. Anche se non ha mai combattuto al fronte come soldato, Zhadan ha contribuito a fondare un battaglione di volontari, Khartiia, e l’inno che gli ha dedicato insieme alla sua band è diventato subito famoso.

«La società ucraina sta attraversando grandi cambiamenti. Stiamo trovando la nostra identità e credo che paradossalmente l’aggressione russa ci aiuterà a diventare una nazione», dice Zhadan a margine di una presentazione a Kharkiv. La trasformazione nazionale, dice Zhadan «la vediamo anche qui a Kharkiv, nell’uso sempre più diffuso dell’Ucraino rispetto al Russo come lingua. Ma anche nei cambiamenti dell’opinione pubblica. Tradizionalmente la città era considerata pro Russia, se non russa, ma la guerra ha rivelato che si trattava di uno stereotipo. Kharkiv è una città ucraina: ha dato tutto per difendere la patria».

Anche tra gli artisti impegnati nella resistenza comincia però a sentirsi una certa stanchezza. «Molti soldati cominciano a nutrire risentimento per i civili, si sentono abbandonati», dicono i coniugi Liberov. «Per esempio, le raccolte fondi a favore dei militari richiedono più tempo. Prima potevamo trovare due o tre milioni di grivne (circa 75mila euro) in due o tre ore. Ieri c’è voluta una giornata per racimolarne 8mila». Nell’attuale contesto, secondo i Liberov, il mondo della cultura ha scoperto anche un altro ruolo, nuovo rispetto a quello generalmente riconosciuto ad artisti e intellettuali: devono fare da ponte tra il risentimento dei militari e la stanchezza dei civili. Usare l’arte come collante di una società coesa, ma sempre più insofferente. È un compito delicato.

«Di tutte le cose che facciamo, questa secondo me è la più importante», dice Kostyantin Liberov. «Continuiamo a fare foto perché gli ucraini capiscano come stanno andando le cose al fronte. Cerchiamo di riempire un divario sempre più ampio». Per Topolia, la stanchezza che molti ucraini cominciano a provare è normale. «Non possono essere sempre coinvolti al cento per cento nel conflitto. Distaccarsi è un meccanismo di protezione piuttosto comune per la mente umana. È impossibile vivere in uno stato di tensione permanente per due anni». Ma, aggiunge, «non possiamo dimenticarci del conflitto. È compito della comunicazione assicurare che ciò non accada». Questa missione sembra complicata: la guerra è di fatto in fase di stallo e rischia di essere oscurata da un’inaspettata esplosione della violenza in Medio Oriente.

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