Giorgia come Evita, solo il nome

di Gabriella Ferrari Bravo (napoli.corriere.it, 9 maggio 2024)

Si discute da qualche giorno della nuova moda dei nickname nelle liste elettorali, che poi tanto nuova non è, come ha scritto Diego De Silva su queste pagine. Ma c’è un caso particolare che merita qualche riflessione in più: è il caso Evita-Giorgia e dell’elisione del cognome. Due donne divise da un secolo e un continente, ma accomunate da molti tratti politici e personali.

Eva Duarte de Perón detestava suo padre, un uomo sposato che ebbe dalla sua amante e cuoca ben cinque figli. Illegittimi, anche se riconosciuti dal padre, di cui portavano il cognome. Eva, derisa da bambina con il solito commento misogino “hija de puta”, tentò di cambiarlo e di adottare quello materno, ma il Duarte le rimase attaccato. Se ne liberò incontrando Juan Domingo Perón e iniziando a fare politica, e diventò per tutti Evita: la dueña del capo, la madre del popolo, trascinatrice, potentissima, idolo dei «descamisados». Ho lavorato per un po’ in Argentina e posso testimoniare che i suoi ritratti troneggiano ovunque, persino negli atri dei ministeri, come edicole votive.

Icona pop insuperata, fu interpretata da Madonna, altro idolo internazionale, in Dont cry for me Argentina. La sua morte nel 1952, a soli 33 anni, fu un lutto collettivo inestinguibile per il Paese. Il corpo di Evita, oggetto di un culto feticistico, fu imbalsamato e collocato in una bara di vetro. In seguito la salma fu misteriosamente trafugata, per riapparire ed essere sepolta nel cimitero della Recoleta, sedici anni dopo la morte. La sua tomba è meta di un pellegrinaggio incessante. Fior di storici si sono chiesti se Evita sia stata più potente da viva che da morta. Forse più da morta, continuando a ispirare politici e capi di Stato peronisti fino alla Kirchner, presidente per otto anni dopo essere stata il braccio destro di suo marito.

Dopo Evita, nessun’altra donna di rilievo politico – Merkel, Thatcher, Meir, Von der Leyen, Metsola eccetera – si è imposta al mondo con il solo nome né ha preteso di rappresentarsi come è concesso solo a regine, principesse e star dello spettacolo. Per questo sarebbe interessante, come qualcuno ha già osservato, cercare le somiglianze tra Evita e chi oggi tenta di emularla presentandosi con il solo nome di battesimo, fin dal titolo dell’autobiografia Io sono Giorgia, uscita a maggio 2021, e ora anche nelle liste elettorali.

Di analogie se ne possono trovare parecchie: nelle intenzioni politiche sovraniste e populiste, ma anche nella storia personale. Pur senza addentrarci in analisi psicologiche non richieste e anche scorrette, tutti abbiamo letto del difficile rapporto con un padre con problemi giudiziari presto scomparso dalla quotidianità familiare. Fino alla sua morte, che, sempre a detta della figlia, non le ha provocato sentimenti di lutto. Giorgia, nata a venticinque anni dalla morte di Evita, ha preso le distanze da cognome Meloni non appena si è profilata la possibilità del premierato.

A giusta ragione, a quanto lei stessa scrive, e comunque non sono fatti nostri. Ma con un esito interessante e allo stesso tempo ovvio, e oggi di tendenza in molti campi: quello di sostenere «Io sono io, e basta». Non ho padri né padroni, rappresento solo me stessa e voi che mi votate. «Datemi del tu» rafforza il meccanismo di identificazione, ridotto così a un like alla persona e non al partito e alle linee e agli interessi che rappresenta. Pur militando dall’adolescenza nell’Msi Fiamma Tricolore, dirsi Giorgia significa dunque non “discendere” da nessuno, non rivendicare linee genealogiche né radici: la sua aspirazione è, semmai, diventare radice.

Un’operazione vincente se pensiamo al modello italiano di chi si è fatto da sé – magari raccontandosi in modo fantasioso se non falso, come il Silvio nazionale che sui manifesti scriveva «Un presidente operaio (?!) per cambiare l’Italia!», che somiglia tanto al «Sono una di voi» di Meloni. Di certo, in una simile scelta e posizionamento c’è un bel po’ di narcisismo; quello di chi si specchia e si riconosce solo nell’immagine autopoietica di sé, lasciando indietro il resto del mondo, nello stesso momento in cui ritiene di saturarlo e rappresentarlo in toto.

Per questo scommetterei che non condannerà mai le idee politiche della destra (la cui condanna fonda la nostra Costituzione), idee su cui si è formata, perché non vede il senso e il vantaggio politico che potrebbe avere un suo segnale di cambiamento. Né cambierà lo stile comunicativo, inclusi i severi tailleur di Armani. Perché quello stile e i contenuti che veicola vanno incontro a quel bisogno, che è tra le aspirazioni più forti degli italiani – come si evince negli ultimi sondaggi del Censis –, di un capo, di una guida/stampella, di un padre: non è affatto un caso se la prima premier donna pretende di definirsi – al maschile – “il” presidente.

Intanto, a scoraggiare dal voto, considerato ormai superfluo, ci sono quella cessione di sovranità da parte del Parlamento – che genera sudditanza cancellando l’esercizio della cittadinanza attiva – e la nuova «democrazia dei pochi» di cui parla l’unico pericoloso sovversivo italiano, l’88enne Luciano Canfora, non a caso chiamato in giudizio da quella «Giorgia e basta» che non intende i motivi squisitamente politici e di garanzia democratica che consiglierebbero al capo del governo Giorgia Meloni (nome e cognome) di recedere dalla denuncia.

E questa pure mi sembra una somiglianza importante, perché quando mai un’Evita ha dovuto assoggettarsi alle regole della democrazia? Mai, manco da morta. La mia speranza è che la Generazione Z non si lasci colonizzare e incantare, che riconosca l’asimmetria di potere e il rischio nascosto nello slogan «Io sono come voi», e che sollevi la testa da quello specchio d’acqua dove Narciso incontrò la morte nel tentativo di baciare il proprio riflesso. Per troppo, ingannevole e tossico amore di sé.

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