Il digitale nuoce gravemente alla democrazia?

di Andrea Daniele Signorelli (wired.it, 6 marzo 2020)

Dall’epoca in cui si pensava che le nuove tecnologie digitali, a partire dai social network, avrebbero diffuso la democrazia in tutto il mondo sembra passato un secolo. Le primavere arabe, attraverso cui queste speranze si sono inizialmente diffuse, sono invece lontane solo dieci anni. E soprattutto non si sono concluse con il trionfo della libertà: l’Egitto è nelle mani di un nuovo dittatore e la Libia è una polveriera, per non parlare di Siria e Yemen.Big-5Nel frattempo, nel mondo democratico si è assistito al trionfo di Donald Trump e Jair Bolsonaro e alla fortissima ascesa dell’estrema Destra in tutta Europa (senza ovviamente dimenticare la Brexit). Per quanto tutti questi risultati siano stati l’esito di consultazioni democratiche, c’è un altro aspetto che li accomuna: in ciascuno di questi casi è stato registrato un utilizzo armato delle nuove tecnologie, le cui munizioni hanno preso la forma delle cosiddette fake news e del microtargeting reso possibile da Facebook, Twitter e gli altri. Due ingredienti che, quando usati di concerto, possono dare vita a una miscela esplosiva.

Il futuro, tra l’altro, non promette nulla di buono a causa della diffusione di deepfake e anche cheapfake (video editati in maniera elementare per distorcerne il contenuto o la forma). Il timore è che si giunga addirittura a ciò che è stato definito il “collasso della realtà”: un mondo (digitale) in cui distinguere il vero dal falso diventa sempre più difficile, se non impossibile. La narrativa si è ribaltata: dove prima c’erano sogni utopistici sulla democrazia abilitata dal digitale, oggi si teme che il digitale porti alla morte della democrazia. C’è una sorta di sentire comune – sebbene gli studi scientifici lo abbiano sia confermato sia smentito – secondo cui Trump, Bolsonaro, la Brexit (e magari anche Lega e Movimento 5 Stelle) non avrebbero mai ottenuto il successo che hanno avuto in un mondo privo di social media.

In assenza di un’opinione condivisa tra i ricercatori, il Pew Research Center ha deciso di seguire un approccio differente e ha interpellato 979 esperti di tecnologie digitali – imprenditori, politici, sociologi, attivisti e altri – per porre loro la seguente domanda: “Tra adesso e il 2030, quanto l’uso della tecnologia da parte di cittadini, società civile e governi impatterà su aspetti fondamentali della democrazia?”. In poche parole: la tecnologia digitale indebolirà, rafforzerà o lascerà inalterata la qualità delle nostre democrazie? Prima di tutto, va notato che questo studio non è statisticamente rappresentativo, ma ha il solo scopo di raggruppare le opinioni e riflessioni di un gruppo (molto numeroso) di esperti. I risultati, in ogni caso, sono quelli che si possono immaginare: secondo il 49% degli interpellati, nel corso del prossimo decennio la tecnologia “indebolirà in misura maggiore gli aspetti fondamentali della democrazia”. Secondo il 33% invece li rafforzerà e per un 18% non ci sarà alcun cambio significativo.

Tra i pessimisti (se così possiamo chiamarli) c’è inoltre un’opinione comune, la cui logica, generalizzando, si potrebbe riassumere così: “L’uso improprio della tecnologia digitale per manipolare e militarizzare i fatti influenza la fiducia delle persone nei confronti delle istituzioni. Questa risacca della fiducia influenza a sua volta le opinioni delle persone su quanto stiano effettivamente funzionando i processi democratici e le istituzioni progettate per dare potere ai cittadini”. Nel mirino dei pessimisti ci sono in particolare tre elementi, ben sintetizzati da Jonathan Morgan di Wikimedia: “1) L’uso dei social media da parte di gruppi interessati a diffondere disinformazione in modo strategico e coordinato, con lo scopo di indebolire la fiducia delle persone nelle istituzioni e/o convincerle a credere cose che non sono vere. 2) Il ruolo di piattaforme private, chiuse (…) e che non sono motivate dalla promozione del benessere sociale o della partecipazione civica. 3) Il ruolo crescente della sorveglianza sia da parte dei proprietari di queste piattaforme (…) sia degli attori statali, e il potere crescente della sorveglianza resa possibile dai sistemi di machine learning”.

Chi sostiene che, col tempo, il digitale rafforzerà la democrazia lo fa invece sulla base di una convinzione: si troveranno soluzioni a questi problemi, perché le persone sono sempre in grado di adattarsi e possono usare la tecnologia per combattere le difficoltà che la democrazia sta affrontando. Quelli che invece non si aspettano un particolare cambiamento sottolineano come l’uso del digitale da parte delle persone continuerà a essere un insieme di aspetti negativi e positivi. È questo, per esempio, il caso di Danah Boyd, ricercatrice capo di Microsoft Research: “La tecnologia è destabilizzante, può innescare cambiamenti positivi ma anche una tremenda ansia. (…) Troppo spesso viene inoltre progettata in maniera ingenua, immaginando tutte le conseguenze positive ma senza creare protezioni che prevengano gli aspetti negativi. Il problema è che la tecnologia rispecchia e amplifica il buono e il cattivo della vita di tutti i giorni”.

Una nota più positiva viene (inevitabilmente) da un esponente della Singularity University come Paul Saffo: “Le nuove tecnologie sono come animali selvaggi: ci vuole tempo affinché la cultura sia in grado di addomesticarle. Non voglio in alcun modo minimizzare le turbolenze che abbiamo di fronte (i prossimi 5-7 anni non saranno divertenti), ma c’è un orizzonte digitale più luminoso che ci aspetta al di là del caos attuale”. Un ottimismo che non convince in alcun modo Susan Etlinger, analista di Altimeter Group: “Se vogliamo proteggere la democrazia, dobbiamo muoverci in maniera ragionata ma rapida. Cancellare i danni dell’era delle fake news è già abbastanza difficile. Lo diventerà esponenzialmente di più quando i deepfake diventeranno la norma. Sono meno preoccupata dai robot che prendono coscienza di quanto non lo sia della distorsione della realtà e della violazione dei diritti umani su una scala vastissima”.

Va però analizzato un altro aspetto: i social media non hanno favorito solo l’avanzata di Trump, Bolsonaro e dell’estrema Destra. Per quanto ci siano pochi dubbi che il mondo “sovranista” sia stato il primo a usare efficacemente le strategie digitali per imporre la sua narrazione, è altrettanto innegabile che i social network abbiano contribuito anche al successo di personaggi che difficilmente considereremmo pericolosi per la democrazia: da Greta Thunberg ad Alexandria Ocasio-Cortez, fino al nostrano caso delle Sardine. Senza Facebook, Twitter e Instagram nessuno di questi paladini progressisti (presunti o meno) avrebbe avuto il successo che ha avuto. E allora dove sta la verità? Forse, la lettura più condivisibile è quella di Danah Boyd, secondo cui le tecnologie digitali amplificano tutto ciò che si agita nella nostra società: sia il bene, sia il male (indipendentemente da chi collochiamo dove). Anche se questo fosse il caso, resta da capire se l’amplificazione di posizioni tra loro contrapposte – e che si pensa possa essere all’origine della polarizzazione dell’elettorato – lasci ancora qualche spazio a due elementi fondamentali di ogni democrazia: la mediazione e il compromesso.

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