Sindrome Trump

di Sarantis Thanopulos (huffingtonpost.it, 19 dicembre 2025)

Ilhan Omar, una donna di 43 anni di origine somala, è membro del Congresso degli Stati Uniti, rappresentante del Minnesota alla Camera. Fuggita dalla Somalia a causa della guerra civile, è arrivata negli Stati Uniti all’età di 12 anni e nel 2000 ha ottenuto la cittadinanza.

È nel Parlamento americano dal 2018. Fa parte della sinistra del Partito Democratico ed è molto critica nei confronti di Israele, motivo per cui le è stato proibito l’ingresso in quel Paese. Già durante la sua prima presidenza, Donald Trump l’aveva presa ripetutamente di mira e il suo odio ha prodotto un numero spropositato di minacce di morte contro la deputata. Il livello delle minacce, sceso quasi a zero durante la presidenza Biden, si è nuovamente alzato a dismisura dopo la seconda elezione di Trump.

Attualmente, Omar è il parlamentare degli Stati Uniti con il più alto livello di minacce di morte a causa degli attacchi del presidente. Parlando in una manifestazione in Pennsylvania la scorsa settimana, Trump, dopo aver mentito grottescamente dicendo che la Omar era nel Paese illegalmente perché per ottenere la cittadinanza statunitense aveva sposato suo fratello, ha incitato la folla con l’invito: «Buttatela fuori, che vada all’inferno». I suoi sostenitori hanno reagito gridando in coro: «Mandala indietro, mandala indietro!».

Il fatto che il presidente di un Paese attacchi un membro di un Parlamento democraticamente eletto, usando menzogne plateali e gravi a sostegno della propria aggressività personale, è un fatto inquietante perché, al di là dell’enorme scorrettezza istituzionale, denota una seria instabilità affettiva e mentale. Dopo il recente assassinio di Rob Reiner, democratico e suo oppositore, Trump ha scritto lunedì scorso su Truth Social che la morte del regista fosse da attribuire alla «rabbia che ha causato agli altri attraverso la sua massiccia, irriducibile e incurabile malattia menomante nota come Sindrome di Alienazione mentale Trump».

Sarà per conflitti psichici personali, sarà per un assetto mentale persecutorio o per motivi neurologici sopravvenuti con l’età (che un servizio del New York Times ipotizzava alla fine di novembre), ma in ogni caso il presidente degli Stati Uniti, già un uomo impulsivo, senza freni etici e violento nelle parole e nei comportamenti, appare sempre di più inadatto allo svolgimento della sua funzione di leader della prima potenza mondiale. Rispetto al fatto che palesemente non si comporta, per così dire, in modo “normale”, desta preoccupazione più grande la sua visione del mondo autocentrata che, appena velata dal suo opportunismo relazionale, è totalmente indifferente al punto di vista degli altri.

La “Sindrome di Alienazione mentale Trump” è la definizione, adottata dai suoi sostenitori, che il presidente degli Stati Uniti ha affibbiato ai suoi oppositori più tenaci per accusarli di ossessione malata nei suoi confronti. La definizione ricade ironicamente su di lui e non è da escludere che (non del tutto) inconsciamente con essa Trump affermi il suo diritto a essere “pazzo”. A meno di rapidi sviluppi neuropatologici negativi (che nessuno gli augura), dal deragliamento personale lo salva, al momento, il suo spiccato senso per gli affari, che tiene in qualche modo in piedi il suo equilibrio mentale; ma dal suo operare confuso e destabilizzante chi salverà noi?

Il rigetto radicale, espulsivo, di una parlamentare di origine somala, simbolo dell’integrazione che è la base costitutiva (problematica e controversa quanto si vuole) della società americana, e il vilipendio di una persona morta (quando anche un residuo minimo di buon senso consiglierebbe il silenzio) mostrano che il “re è nudo” sul piano del rispetto elementare delle relazioni sociali e dei sentimenti umani. “Nudo”, ben inteso, allo sguardo non corrotto di una visione aperta, senza sovrastrutture, della realtà (il dono più grande della nostra infanzia), che ha perso, tuttavia, la sua strada nel mondo (un fatto ricorrente, ma sempre un segno nefasto).

Ha preso troppo spazio, nel nostro modo di vedere, uno sguardo compiacente che offre a ogni pazzia e a ogni misfatto dei potenti consenso e credibilità. Non è uno sguardo nato dall’assuefazione al cattivo gusto, alla violazione del buon senso, all’aggressione dell’altro come affermazione di sé. La sua origine è la perversione del nostro rapporto con la verità: facciamo diventare vero ciò che è falso perché ciò ci permette di evadere dalla realtà, di convertire la nostra paura di viverla in distruttività mentale e materiale nei confronti degli altri. È pervasiva oggi l’idea di poter costruire la realtà come si vuole, di sostituirla con la finzione, così da vivere chiusi nella caverna dell’oblio descritta da Platone. In attesa di un brusco risveglio che riveli, dietro il nostro sogno di sicurezza (restare passivi e inerti), l’incubo.

L’esempio più triste di compiacenza, di cecità volontaria, è l’attribuzione del Nobel della Pace alla politica venezuelana María Corina Machado, il cui unico merito è quello di essere una tenace oppositrice del regime populista, autocratico e corrotto di Nicolás Maduro. Al momento dell’assegnazione, si stentava a capire i meriti pacifisti della Machado in un mondo abitato da guerre di ogni tipo e sull’orlo di una guerra globale. Successivamente, il mistero è stato chiarito. Grande sostenitrice di Trump e di José Antonio Kast, nuovo presidente del Cile e ammiratore di Pinochet (uno dei dittatori più sanguinari del secolo scorso), Machado, nel suo recente intervento a Oslo, ha affermato che l’azione militare di Trump contro il Venezuela era il primo passo per abbattere il regime di Maduro.

L’aspirazione di Machado a rovesciare Maduro è politicamente legittima. La volontà di promuovere la guerra contro il suo Paese nulla ha a che fare con la pace nel mondo ed è per una persona premiata con il Nobel per la Pace altamente illegittima. I cinque saggi eletti dal Parlamento norvegese e deputati a scegliere la persona da premiare hanno tradito il loro mandato etico e hanno gravemente danneggiato il significato stesso del premio. Hanno agito sotto la pressione di Trump, che chiedeva per conto suo il premio, ed evitando di premiare direttamente lui hanno premiato la sua visione: la guerra come strumento di pace, la pace come eliminazione del nemico (fare un deserto e chiamarlo pace, secondo Tacito).

L’idea che Trump ha della pace (del tutto congrua alla sua rivendicazione del premio) è folle. Compiacerlo è ancora più folle. Ognuno di noi può stare lontano dalla “Sindrome di Alienazione mentale Trump” e, avendo come esempio da evitare i cinque saggi norvegesi, restare affettivamente vivo e con ciò ragionevole. La cosa ingiusta la percepiscono i nostri sentimenti e non i calcoli logici.

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